Una cultura esistenziale
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Una cultura esistenziale
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A colloquio con Andreas Gottlieb Hempel e Werner Stuflesser, due dei principali promotori dell'iniziativa Baukultur.Bolzano. L'architetto brissinese e il presidente dell'EURAC spiegano quali spinte hanno condotto al lancio del progetto, discorrono di cultura architettonica, tradizione e prospettive per il futuro. |
Signor Hempel, perché si parla così poco di architettura? Essendo architetto, mi trovo spesso a dover rispondere a questa domanda. Credo che l'architettura o, meglio, la cultura architettonica sia semplicemente troppo complessa rispetto a altre forme d'arte come la letteratura, la musica o il teatro. I progettisti e gli esperti del settore parlano prevalentemente un gergo da specialisti, escludendo così dalla discussione la maggior parte dei non addetti ai lavori. A loro volta, politici, investitori e imprenditori pensano soltanto in cifre: quanto costa la costruzione? Quanto tempo ci vorrà? Oppure evitano l'argomento, perché faticherebbero a accordarsi sugli equilibri tra rendimento, tecnica ed estetica.
Signor Stuflesser, perché si dovrebbe parlare di più di architettura? L'architettura fa parte della nostra vita quotidiana. La scelta di non leggere un libro o di non ascoltare una musica dipende, nella maggior parte dei casi, esclusivamente da noi, mentre è praticamente impossibile ignorare un edificio che sorge davanti alla nostra porta di casa. L'architettura, però, non riguarda soltanto le abitazioni: riguarda anche la siepe di recinzione del nostro vicino, i cassonetti verdi e gialli della spazzatura, le panchine dei parchi, i ponti. L'architettura è l'ambiente edificato in cui trascorriamo l'80% del nostro tempo. Più che di architettura, preferirei quindi parlare di cultura architettonica, che appartiene a ciascuno di noi.
Cosa significa "la cultura architettonica appartiene a ciascuno di noi"? La cultura architettonica non necessariamente interessa gli edifici, o meglio non solo gli edifici. Noi modifichiamo il nostro ambiente anche piantando un cespuglio in giardino, verniciando il capanno degli attrezzi o mettendo dei fiori sul nostro balcone. In altre parole, rendendo più interessante e piacevole il luogo in cui viviamo. In passato l'ambiente, l'architettura e l'uomo erano molto più legati tra loro, ma anche molto più dipendenti. Prendiamo, per esempio, i contadini. Per lo più si costruivano da soli il loro fienile, facendosi aiutare da un carpentiere. Sapevano esattamente quale legna potevano usare, quando la dovevano tagliare e come dovevano costruire il fienile per sfruttare la luce solare e esporlo il meno possibile agli agenti atmosferici. La cultura architettonica era una "cultura di vita". Signor Hempel, questo vuol dire che oggi non si costruisce più, come un tempo, in modo funzionale e vicino alle esigenze di vita? Non necessariamente. Werner Stuflesser ha ragione quando sostiene che ci siamo sempre più allontanati da una cultura architettonica e esistenziale, improntata sui valori. Oggi lasciamo il campo agli esperti, il che è giusto dal punto di vista tecnico. Ma non si deve dimenticare che a cultura architettonica è un bene che appartiene a tutta la società e dovrebbe quindi essere compresa e perseguita da tutti. Noi siamo ciò che costruiamo, in piccolo e in grande. La cultura architettonica è lo specchio della nostra società.
Intervista a cura di Sigrid Hechensteiner
14.03.2005
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