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Chea Vannath: la testimonianza di una sopravvissuta 
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"For me there is no success, there is just on going battle". Queste parole non stupirebbero se fossero dette da un giovane soldato in battaglia, ma colpiscono se a pronunciarle è una minuta signora di sessantanove anni. Che conserva, però, ancora tutta l'energia e la forza che l'hanno portata a diventare in questi anni l'emblema della Cambogia del passato e del futuro.

Chea Vannath è la testimonianza viva del terribile programma di persecuzione e di pulizia etnica perpetrato dal regime dei Khmer Rossi in Cambogia dal 1975 al 1979. Far conoscere al mondo uno dei massacri più terribili della storia, costato la vita a oltre due milioni di persone e passato sotto gli occhi pressoché indifferenti del resto del mondo, è la sua missione. La stessa missione che l'ha portata anche in questi giorni a Bolzano, dove su invito dell'Associazione per i Popoli Minacciati e della Fondazione Fontana di Trento, ha incontrato rappresentanti di istituzioni e associazioni umanitarie alla ricerca di possibili cooperazioni e ha incontrato il pubblico a cui ha raccontato la propria storia e la storia della propria nazione: "Rispetto ad altri casi di genocidio, fatti in nome della religione o della razza, quello dei Khmer Rossi in Cambogia era finalizzato all'eliminazione di ogni classe sociale. Sono stati commessi atti barbarici contro le persone: su 8 milioni di abitanti, circa 5 milioni sono stati deportati e di questi 2 milioni sono morti!".
Nata in Cambogia da una ricca famiglia di gioiellieri, nel 1975 Chea Vannath viene deportata insieme alla sua famiglia in un campo di lavoro dei Khmer Rossi, dove rimarrà fino al 1979. Lascia la Cambogia insieme alla famiglia nel 1979, per tornarvi dopo 12 anni come membro del Cambodia Network Council, un'organizzazione nazionale, impegnata nella tutela della cultura nazionale. Con gli Stati Uniti così come con altri governi e associazioni nazionali e internazionali ha intrapreso e continua a intraprendere numerose collaborazioni e progetti di sviluppo. All'Accademia Europea ha incontrato i ricercatori dell'Istituto sui diritti delle minoranze e con loro ha parlato della sua Cambogia, un paese martoriato dal massacro del regime polpotiano e che ancora fatica a uscire dai traumi del passato e a guardare al futuro, "Come Nazione abbiamo ancora una luna strada da intraprendere sul piano della riconciliazione e della piena integrazione. Al momento tutto è troppo imbrigliato dalla politica: l'economia, la cultura, persino la religione".
Al silenzio della comunità internazionale e degli intellettuali di fronte al genocidio dei Khmer Rossi, le voci di donne e uomini come Chea Vannath rispondono gridando il loro desiderio di verità e giustizia.
Durante il nostro incontro, avvenuto dopo giorni di incontri e colloqui con le amministrazioni locali (da cui nascerà forse ad un progetto di sviluppo per le donne in Cambogia), Chea cerca l'ultimo filo di voce rimastole (una bellissima voce, come ci tiene a sottolineare scherzando), per ribattere una volta di più come
"A 31 dal genocidio dei Khmer Rossi, l'avvio di un processo per i crimini di guerra rappresenta il primo passo obbligato verso la giustizia. Due milioni di persone meritano più di un semplice: ci dispiace! Giustizia e verità significa portare i colpevoli davanti ad una corte che li giudicherà".
Nella Cambogia di oggi, incancrenita dalla corruzione e dalla povertà (secondo un Rapporto delle Nazioni Unite metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà e il tasso di disoccupazione è del 50%), il lavoro di Chea Vannath e del Centro per lo Sviluppo Sociale (di cui è stata per anni responsabile) ha portato alla realizzazione della prima indagine nazionale sulla corruzione del paese e all'organizzazione di dibattiti pubblici sui temi scottanti della storia nazionale "In questi dibattiti tutti, inclusi gli ex-Khmer Rossi, affermano il grande bisogno di verità, di giustizia e di riconciliazione nazionale. Tuttavia, vi sono ancora visioni troppo differenti su come mettere in pratica questi concetti. Ogni parte ha la sua versione di quello che è successo: c'è la verità dei Khmer Rossi, quella del governo, quella della comunità internazionale e quella dei Cambogiani più poveri". In uno stato in cui molti degli uomini del regime dei Khmer Rossi, ivi compreso il Primo Ministro Hun Sen fuggito in Vietnam nel '79 per scampare alle purghe e da oltre vent'anni al governo, sono ancora al potere, politica e corruzione dominano tutti i settori della società. E questo con il continuo appoggio delle potenze internazionali: "Dopo il 1979 i Khmer Rossi sono appoggiati dagli Stati Uniti e oggi le cinque maggiori potente mondiali, USA, Cina, Giappone, Tailandia e Vietnam, continuano a sostenere il governo di Hun Sen, un regime dittatoriale, mascherato da monarchia costituzionale". La comunità internazionale sembra voler chiudere gli occhi di fronte alle continue denuncie di violazione dei diritti umani, di corruzione e di persecuzione levate dalle associazioni non governative. Aiutare la Cambogia a prendere consapevolezza dell'importanza del processo di giustizia intrapreso dal Tribunale di Giustizia è, secondo Chea, compito anche delle forze europee e internazionali "I Cambogiani devono capire che il tribunale di giustizia non è il tribunale delle Nazioni Unite, ma il loro tribunale. Questo rappresenta il primo passo verso la riaffermazione della giustizia, della pace e dei diritti umani".
Il suo impegno a favore della giustizia e dei diritti umani, la sua lotta contro la povertà e l'ignoranza in cui vive buona parte del paese, le sono valsi la nomina al progetto "1000 donne per il Nobel per la Pace 2005". Mille donne provenienti da oltre 150 paesi in tutto il mondo che svolgono un ruolo fondamentale per riportare la pace in quei paesi in cui guerre e violenze hanno annullato le forme del vivere sociale, che lavorano per ricostruire quello che è stato distrutto, denunciano abusi e violente, documentano le atrocità della guerra. Anche la Cambogia ha una di queste donne: Chea Vannath.

17.05.06

Stefania Campogianni

 


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