Getto uno sguardo nell'ampia corsia d'ospedale. Qui lavora Elisabetta, la dottoressa italiana. È da un po' di tempo che vogliamo trovarci per cenare assieme e oggi per me va proprio bene. La corsia è strapiena, come sempre. Nell'aria c'è l'odore della tubercolosi, dell'AIDS, dell'epatite, della malaria. E poi di vomito, di urina, di sudore, di malattia. Rimpiango il solito odore di ospedale, l'odore dei disinfettanti, l'odore intenso dei detersivi. I parenti stanno in piedi vicino ai loro cari o seduti accanto a loro sui tavoli duri.E li aiutano.
A uno di questi tavoli sta in piedi un operatore sanitario. Una ragazza, giovane e molto carina, è distesa davanti a lui. I suoi lineamenti delicati emanano una luce talmente pacata da farla sembrare immersa nel sonno. L'infermiere dirige sui suoi occhi il raggio di una torcia elettrica e osserva le pupille, che non reagiscono; le sente il polso, poi delicatamente lascia ricadere il braccio e fa un passo indietro. Subito accorre un'infermiera, che sfila l'ago della flebo dal braccio della ragazza. Al tavolo vicino siede il marito, tenendole l'altra mano; l'uomo abbassa lentamente la testa, fino a farla sparire nel suo loungyi (la tradizionale veste maschile dei Karen). Piange senza far rumore, gli scorrono sul viso le lacrime del lutto. Altri pazienti osservano in silenzio, anche loro abbassano la testa. Per un istante tutto tace, il silenzio cala nella corsia. Solo un paziente affetto da malaria cerebrale continua a lamentarsi piano, scosso dai crampi. Con tenerezza e molto, molto lentamente, come per paura di svegliarla, il marito copre con la coperta il bel viso e gli occhi della ragazza; nel farlo mormora qualche parola di congedo. Io me ne vado, gli occhi colmi di lacrime.
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Qui la morte si percepisce ovunque; essa fa parte del vivere quotidiano, è cosa del tutto normale. Se vi si assiste così spesso e così da vicino, anche la morte può diventare un'abitudine, un avvenimento di secondaria importanza. Qui ogni giorno muore qualcuno. |
Per malattie incurabili, per ferite, per complicazioni o per l'impotenza dei medici, molto motivati ma spesso oberati di lavoro. Profondamente colpito attraverso l'atrio davanti al reparto maternità. Una madre piange di un pianto che spezza il cuore. Pochi istanti prima il suo bambino è nato morto, strangolato nel grembo materno dal cordone ombelicale. La vicinanza alla morte rimane ancora qualcosa di totalmente estraneo a me, mi rende cupo, triste, furioso. Milioni di pensieri mi passano per la testa come fulmini, senza provenienza e senza meta. Sensazioni intense e deprimenti mi pervadono fin nelle viscere, mi attanagliano il cuore, mi tolgono ogni capacità di concentrazione e ogni chiarezza di pensiero. Le immagini affiorano e svaniscono, e di nuovo riaffiorano. Vedo, nel paese da cui provengo, la gente affannarsi di faccenda in faccenda, estenuarsi per riuscire a comprare all'ultimo momento qualche inutile regalo di Natale per qualcuno di altrettanto inutile.
La competizione più accesa si scatena nel tiro alla fune. Al gioco partecipano veramente tutti, suddivisi in diverse categorie. Un team di arbitri di gara, muniti di fischietto, vigila sul corretto svolgimento della competizione. Partecipa persino l'insegnante, nonostante il suo grave handicap. Durante la gravidanza sua madre ha assunto qualche farmaco o è entrata in contatto con qualche insetticida lavorando nei campi; nessuno lo sa di preciso. A ogni modo lui è venuto al mondo senza piedi e senza la mano sinistra. Cammina sui suoi monconi come sui trampoli. Il suo aspetto ricorda quello di un satiro. Al posto delle scarpe porta suole di gomma assicurate a un paio di lunghe calze. Ha un fisico da far impazzire tutte le ragazzine e lunghi capelli raccolti in una coda di cavallo. È veramente in forma, e si vede. Tutti gli vogliono bene e lui partecipa a ogni iniziativa: non solo al tiro alla fune, ma anche alla pallavolo e al sepaktakraw -una specie di calcio giocato con una palla di fibre di rattan-. Partecipa proprio a tutto. E ogni tanto, con la mano sana, si concede una sigaretta.
Il mio cuore si riscalda, il mio animo si rischiara ed è pervaso da una sorta di serenità.
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Quanti contrasti. Qui c'è miseria, sofferenza, malattia e morte; ma qui c'è anche gioia, divertimento, abbandono alla vita. Mi riesce difficile accettare il fatto che questi contrasti convivono nelle medesime persone. Eppure è proprio così. Ridono e fanno festa per dimenticare, per non perdersi d'animo. Oggi ho visto solo volti lieti e ridenti. |
Nessuno è rimasto seduto in disparte, ovunque regnava un senso di condivisione. Condivisione nella sofferenza, condivisione nella gioia. Mi vengono in mente i miei problemi personali, e ne provo vergogna.
Benno Röggla
22.10.2004