Autonomia made in South Tyrol: un modello da esportare fino in Asia?
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Autonomia made in South Tyrol: un modello da esportare fino in Asia?
È inevitabile. La domanda che tutti giornalisti locali pongono agli ospiti che arrivano in Alto Adige da paesi martoriati dai conflitti etnici è sempre la stessa: «Cosa ne pensa del modello di autonomia dell'Alto Adige? Potrebbe essere un esempio di convivenza interetnica anche per il suo paese d'origine?». Se si tratti di un bisogno di rassicurazione oppure di un reale interesse è difficile dire. Di fatto il quesito rimane. L'esperto di cooperazione internazionale e di risoluzione dei conflitti Thomas Benedikter (vedi scheda) ha intervistato alcuni dei partecipanti a un workshop di scambio organizzato dall'area Minoranze e autonomie tra studiosi europei, indiani, pakistani e nepalesi. A loro ha posto anche la fatidica domanda, cercando tuttavia di ricostruire per ogni caso lo specifico contesto storico-sociale. E ricevendo di volta in volta commenti diversi: da esternazioni entusiaste, come nel caso del nepalese Subodh Raj Pyakurel, a critiche puntigliose, come nel caso del giornalista indiano Pradip Phanjoubam.
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La carrellata si apre con le riflessioni di Subodh Raj Pyakurel, responsabile della più grande organizzazione ONG per la difesa dei diritti umani di Kathmandu: l'Informal Sector Service Centre (INSEC). |
Nepal: un paese colorato dai tessuti tradizionali e dalla diversità delle tante comunità che lo popolano. Su 30 milioni di abitanti si contano 139 i gruppi etnici, 60 minoranze riconosciute, oltre 100 sono le lingue parlate. Dall'inizio degli anni Novanta il paese è stravolto dalla violenza: da quando cioè la guerriglia maoista imperversa e attentati e corruzione sono all'ordine del giorno.
Quale è la situazione attuale del Nepal in termini di conflitti etnici? Pyakurel: Oggi in Nepal si fanno i conti quotidianamente con la sopravvivenza: procacciarsi il cibo e l'energia e sfuggire da rapimenti e attentanti sono problemi concreti. Ci si può facilmente immaginare come, in questo contesto, le questioni etniche siano oscurate da difficoltà primarie di sussistenza. Tutta la popolazione, senza distinzione di appartenenza etnico-linguistica, è minacciata dall'insurrezione maoista. Concetti quali quello di minoranza e maggioranza non hanno senso in una società dove non sono garantiti nemmeno alcuni dei diritti umani di base, come ad esempio la libertà di espressione per i giornalisti. Primariamente per questa ragione, oltre che per uno sbarramento del 3% minimo dei voti per accedere al parlamento, gli unici partiti che contano in Nepal sono partiti nazionali. Questo anche se in realtà solamente partiti locali e di raccolta etnica potrebbero davvero farsi portavoce dei bisogni della nostra gente. Nel 1991, quando è stata elaborata la prima bozza di una Costiuzione democratica la maggioranza ha votato per un sistema elettorale maggioritario, ma oggi se ne pagano le conseguenze. Non più una monarchia, ma pur ancora una forte oligarchia guida il paese.
Dunque si può parlare di una situazione difficile per il Nepal, ma non di reali conflitti etnici? Pyakurel: La tensione in questo senso è solo malcelata dall'emergenza economia e sociale in cui versa il paese. Il rischio di conflitti tra i gruppi diversi è reale e è confermato da almeno due ordini di considerazioni. Pensiamo alle strategie adottate dal Partito comunista NCP-M. Il leader Baburam Bhattarai e i suoi manipolano i conflitti etnici latenti: promettono autonomie e maggiori riconoscimenti a questo o a quel gruppo per ottenere appoggio politico. E questa tattica funziona. A testimoniare il fatto che focolai di rivalità permangono. Occorre poi considerare anche una prospettiva futura. Già oggi le minoranze rappresentano i poverissimi perdenti di una guerra tra poveri, manipolati e presi in giro a fini politici. Si può pensare che in futuro, risolti i principali problemi economici e politici del paese le questioni etniche si ripropongano all'ordine del giorno, più virulenti che mai.
In che misura il modello di autonomia dell'Alto Adige potrebbe essere un riferimento per il suo paese? Sicuramente sono diversi gli spunti del modello altoatesino che potrebbero essere adattati al Nepal. In primo luogo si tratta di un esempio di delega del potere a livello regionale che non ha comportato il disfacimento dello stato centrale, ma anzi ha dato stabilità. In Nepal tanti credono che uno stato possa essere forte solamente se guidato dalla mano salda del potere centrale del re. Ma non è così. Anche un sistema proporzionale, e ancora più un sistema di autonomie regionali possono garantire una buona governabilità e l'integrità nazionale. Sono fiducioso del fatto che di ciò si possano convincere soprattutto i giovani, che non hanno conosciuto la monarchia e che oggi rappresentano la metà della popolazione nepalese. Inoltre il modello altoatesino profila una realtà di coabitazione interetnica che gode di notevoli risorse. Nel mio paese le minoranze vivono intrecciate tra loro nelle stesse aree, come qui, e tra loro è necessario mantenere sotto controllo i contrasti perché rimangano a basso voltaggio e tendano a scomparire. Per fare questo occorre prima di tutto sconfiggere la guerriglia maoista che fomenta gli scontri etnici. E fare in modo che un futuro e auspicato benessere non si trasformi in una lotta per le risorse a tinte etniche, ma anzi la ricchezza sia ragione di pacificazione.
19.10.2004
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