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Testimone di cultura 
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Jetsun Pema, sorella del XIV Dalai Lama, lotta da oltre quarant'anni per l'educazione dei bambini tibetani in esilio in India. In Europa racconta la tradizione del suo popolo per raccogliere fondi e solidarietà.

Quasi mi sento imbarazzata mentre le annuncio l'ennesima intervista della giornata. La signora è arrivata in EURAC alle 9:00 di mattina, ora sono quasi le 21:00 e ho perso il conto degli assalti della stampa. Io, che le ho solo fatto da accompagnatrice, sono stanca. «Non preoccuparti. Potrei rilasciare ancora venti interviste. È per una buona causa», sussurra Jetsun Pema, sorella del XIV Dalai Lama, mentre offre il suo sorriso alla telecamera di turno.

È minuta e l'abito grigio tradizionale la rende ancora più aggraziata, ma non dà affatto l'impressione di una donnina fragile. Si muove sicura davanti all'obiettivo e non perde la concentrazione mentre risponde alle solite, ripetitive domande. Ma del resto questo è il suo compito: viaggiare in tutto il mondo, testimoniare la cultura tibetana, stimolare interesse per la causa del suo popolo e raccogliere finanziamenti per i suoi progetti di sostegno ai profughi.


I Tibetan Childrens's Villages
Dal 1964 Jetsun Pema dirige i Tibetan Children's Villages (TCV), strutture scolastiche e residenziali distribuite in India dove vengono educati e accuditi migliaia di bambini tibetani. In questi centri vengono accolti piccoli orfani e figli di profughi scappati dal Tibet sotto l'occupazione cinese. Molti non hanno ricevuto nemmeno un'educazione elementare e la loro identità culturale è confusa. Oggi si contano circa 15.000 ospiti, oltre 1.000 addetti, di cui buona parte sono stati a loro volta ospiti delle TCV, e una media di 600 nuovi arrivi ogni anno. Grandi numeri ai quali corrispondono una seria carenza di personale docente e un incolmabile bisogno di finanziamenti.
«Ogni minima espressione di solidarietà che riesco a risvegliare nei paesi più ricchi è un passo in avanti. Per mantenere un bambino in un TCV bastano 30 dollari al mese, per risolvere i problemi del Tibet ci vorrà più tempo. Ma siamo pazienti» afferma flemmatica Jetsun Pema. E con pazienza vola da Roma a Bolzano e poi ancora verso Parigi, per sorridere davanti alle telecamere e raccontare, senza disperazione, i dolori della sua gente.
E in Occidente il suo carisma, e soprattutto quello del fratello vincitore nel 1989 del premio Nobel per la pace, non cade nell'indifferenza.

La causa tibetana nel mondo
Se le vicende del Bhutan, della Birmania e della Cambogia sono oscure ai più, l'opinione pubblica è più preparata sulla storia del Tibet e più sensibile verso le sue disavventure. La signora Pema ne è consapevole: «Voi, uomini e donne del mondo del progresso frenetico, subite il fascino della nostra cultura lenta e meditativa. Avete perso il senso della fede e ritrovarlo nel buddismo vi dà l'impressione di una maggiore purificazione. Sicuramente ha un gusto più esotico della ricoperta della religione cristiana». La popolarità dei convertiti hollywoodiani, Richard Gere e Goldie Hawn in testa, ha fatto il resto. Ad oggi sono attive 400 associazioni di sostegno, tra cui l'Associazione Italia-Tibet che ha invitato a Bolzano Jestun Pema, e oltre 600 organizzazioni studentesche, centinaia di centri culturali e un'ampia letteratura, tra cui la prima biografia di Jetsun Pema, Tibet, la mia vita.
Gli ambienti istituzionali si sono mossi dal canto loro sul piano diplomatico, svolgendo inchieste sulle violazioni dei diritti umani da parte del governo cinese in Tibet e inviando delegazioni per aprire il dialogo. In Italia è nato l'Intergruppo parlamentare Italia-Tibet che ha presentato una risoluzione sul Tibet approvata a larga maggioranza dell'ottobre del
2002 e anche l'Unione europea ha espresso la sua solidarietà.  Tuttavia non si registrano ancora misure concrete che abbiano indotto la Cina a tornare sui suoi passi. Si dice non ci siano sufficienti interessi economici, anche se da decenni il governo cinese sta sfruttando a suo piacimento le risorse naturali della zona: legname, oro, uranio e argento. «Non è ancora tempo di tornare nella nostra terra. Ma noi siamo pazienti. 45 anni sono tanti per la vita di una persona, ma nulla per la storia di un popolo», Jetsun Pema socchiude gli occhi mentre sorride.

Emana una calma orientale, anche se c'è un tocco di occidentale nel suo modo di fare. Sarà per il perfetto accento britannico, eredità di un'adolescenza trascorsa in un collegio di suore irlandesi, sarà per le movenze da professionista davanti alle telecamere oppure sarà per la risposta stupefacente che dà a una hippy fuori tempo che la ricorre in corridoio alla ricerca di saggezza: «Come medito io? Io non medito, non ho tempo. Devo cercare sponsor».

Valentina Bergonzi

22.11.2004


 


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I Tibetan Childrens's Villages

Cenni della causa tibetana

 
 
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