contatto | site map | colophon           18.5.2008
Logo EURAC  
  ARCHIVIO NEWS    
      Eventi    
      Corsi di formazione    
      Sulla ricerca    
      Novità editoriali    
      Offerte di lavoro    
RICERCA NEL SITO  
 

Nepal: una lunga storia di guerre nascoste tra le vette più alte del mondo 
Home  |  Focus  |  EuropeSouth Asia  |  Nepal: una lunga storia di guerre nascoste tra le vette più alte del mondo  

Dalla metà del XX secolo il Nepal vive in una costante situazione di crisi, tra guerriglia, povertà e corruzione. Negli ultimi dieci anni maoisti, re e partiti d'opposizione si fronteggiano in uno scontro apparentemente senza fine per il controllo del paese. Solo per la popolazione non ci sono dubbi: la sofferenza continua.

Il Nepal non è mai stato colonizzato da potenze occidentali. Eppure la grande ondata di violenza e instabilità che lo tormenta ancora oggi iniziò proprio con il processo di decolonizzazione. Il ritiro degli inglesi dall'India nel 1948 destabilizzò infatti la situazione del paese: i Rana, detentori del potere assoluto, vennero privati di un forte appoggio dall'esterno e videro la loro potenza indebolirsi. Nel 1951 vennero convocate le prime elezioni democratiche, ma l'esperimento fallì e il re Maherndra impose il panchahyat, una forma di governo apartitica che di fatto garantiva il suo controllo senza limiti. Per circa quarant'anni regnarono senza ostacoli il clientelismo e la corruzione, mentre gli aiuti internazionali continuavano a rimpinguare le finanze reali. Il tentativo di costituire uno stato moderno e in certa misura democratico era evaporato nel nulla. Dopo anni di proteste popolari si giunse nel 1991 a un nuovo tentativo di transizione verso un sistema democratico. Anche questa volta con scarsi successi. Nel 1996 scoppiò la guerra civile dei maoisti contro lo stato e ben presto il tormentato panorama politico del Nepal andò a pezzi.

I guerriglieri maoisti
Tra i protagonisti della guerra civile che dilania il Nepal da quasi un decennio, pur lontano dalle prime pagine dei giornali, sono le milizie maoiste. Disseminati in un territorio montagnoso che sembra fatto apposta per favorire la guerriglia, gli epigoni nepalesi di Mao hanno ben poco a che spartire con l'odierna Cina dalle grandi speranze economiche. Al contrario. Il governo cinese si preoccupa di non comparire in alcun modo in contatto con i guerriglieri e pare non inviare nemmeno armi. I maoisti nepalesi sono piuttosto il prodotto di lotte sociali e politiche lunghe decenni, in uno dei paesi più poveri della terra. E sono anche il prodotto dei fallimenti di una giovane democrazia che ha portato alle popolazioni delle campagne solo un ulteriore impoverimento e allo stato solo una burocrazia più complicata e corrotta.
I ribelli, seguendo il collaudato modello di Mao Tse Tung, vogliono isolare le città, per indebolire i centri di potere e condurli alla caduta. Nel perseguire i loro obiettivi i maoisti non rifuggono all'uso della forza e anzi hanno spesso saputo tener testa alle truppe governative.
Del resto, gli attacchi alle caserme dell'esercito e della polizia, insieme al mercato nero in India, sono il sistema migliore per procurarsi armi. Ad oggi solo un quarto delle armi razziate sono tornate nelle mani delle forze ufficiali.
Sul successo dei maoisti gli esperti sono piuttosto dubbiosi. Ma in fondo gli stessi guerriglieri sono così pragmatici da riconoscere l'impossibilità di un sistema di governo forgiato sull'esempio del governo comunista degli anni Cinquanta di Mao. Quello che loro rivendicano è semplicemente uno stato più giusto. Uno stato dove non ci siano più privilegi per la casta degli indù, dove si affronti seriamente il problema della povertà delle campagne, dove si elimini la corruzione, dove si ponga fine alla discriminazione di numerose etnie e dove l'esercito sia controllato dal parlamento e non direttamente dal re. I maoisti richiedono anche una costituzione "veramente democratica", elaborata da un'assemblea costituente scelta dal popolo.

Il re
Dall'altro lato della barricata sta il re Gyanendra, refrattario a qualsiasi prospettiva di limitazione del suo potere personale. Nel 2001 e nel 2003 due tentativi di colloqui di pace sono falliti proprio per il suo rifiuto a rinunciare al controllo sulle forze militari. Le conseguenze sono state fatali. Lo confermano i dati raccolti dall'Informal Sector Service Centre, la più grande organizzazione ONG per la difesa dei diritti umani di Kathmandu (http://www.insec.org.np/).  Se nei mesi delle trattative, tra la fine di gennaio e il 27 agosto 2003, la media delle perdite nella guerra civile era di una persona al giorno, dal 28 agosto fino alla fine dell'anno i morti sono saliti a dodici al giorno. Le vittime si sono registrate soprattutto tra i civili, in una escalation di violazioni dei diritti umani.
Ma ancora il re non cede. La sua fede nell'unità di una terra che conta oltre cento gruppi etnici è ferma. Molti Nepali lo venerano come l'incarnazione del dio indù Vishnu, altri lo considerano invece il burattinaio che orchestrato il massacro della famiglia reale del 2002. In seguito all'assassinio del fratello, erede al trono, Gyanendra è stato infatti insignito del titolo reale.
Da allora il re ha scelto la strada delle maniere forti. La sua strategia contro i maoisti e i partiti democratici è però fallita. Il paese è scivolato in una crisi sempre più profonda. Nella scorsa primavera persino i finanziatori esteri –il bilancio pubblico del Nepal dipende per un terzo da finanziamenti terzi- hanno minacciato di sospendere le erogazioni se il re non avesse avviato subito serie trattative di pace e non avesse fatto entrare in vigore una nuova costituzione.


I partiti di opposizione
La minaccia di sospensione dei finanziamenti da parte delle forze estere ha influenzato la politica del re Gyanendra. Agli inizi di giugno Sher Bahadur Deuba, già primo ministro, ha riacquisito la sua funzione originaria. In questa veste ha potuto accogliere nel governo anche il maggiore partito di opposizione socialdemocratico, il CPN-UML. Il maggiore partito del Nepal, il Nepali Congress, rimane invece ancora isolato politicamente. Benché il controllo dall'alto rimanga indiscusso, il re ha conferito in forma scritta reali competenze a livello esecutivo al governo. Le speranze riposte nel vecchio/nuove premier interessano soprattutto i rapporti con i maoisti, che lo hanno invitato al tavolo delle trattative. Sher Bahadur Deuba ha promesso anche di indire elezioni nazionali entro l'aprile 2005: un'impresa sicuramente difficile in un paese controllato per una buona metà dai ribelli. Le sue priorità non divergono da quelle dei predecessori: raccogliere il maggior consenso dei partiti democratici, intavolare un colloquio proficuo con i maoisti, organizzare le elezioni parlamentari e riformare la costituzione senza intaccare l'autorità reale. La quadratura del cerchio. Operazione non semplice nemmeno in una terra come l'Himalaya, dove le imprese record sono quasi all'ordine del giorno.


Thomas Benedikter - Fotos: Navyo Eller (Kathmandu)

30.11.2004


  info box
   


Intervista con Subodh Raj Pyakurel, responsabile dell'Informal Sector Service Centre

Kein Ausweg aus der Sackgasse?

Die Umfrage

 
 
Copyright © EURAC 2008 Invia pagina Stampa pagina Inizio pagina