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I quaderni arrivano a Taba - impressioni 
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"Ingi……Ingi!". Una vocina mi chiama dall'alto di un muretto. Mi giro a vedere: due piccole mani giunte si intrecciano con i due medi che si muovono sopra e sotto, formando a fatica le "campane". Un sorriso sotto due occhi neri che cercano la mia approvazione mostrandomi ciò che poche ore prima ho insegnato, giocando con una classe di bambini tibetani di una scuola elementare. Poche volte nella mia vita ho trovato una così grande soddisfazione con una piccola cosa come questa. Quel richiamo "…Ingi,…Ingi", che significa "straniero", "ospite", ma anche "dolce amico" e quel fare compiaciuto nel mostrare il gesto che avevano appreso si sono ripetuti per giorni, nei momenti meno attesi e nei luoghi più disparati .Intorno a me una ventina di bambini si stringono per scoprire il modo con cui le mani giunte in segno di saluto -Tashi delek!, Namastè!- si trasformano in " campane", ruotandole e intrecciandole con i due medi sopra e sotto. Le piccole mani provano, le bocche si storcono nello sforzo e i sorrisi raggianti appaiono solo quando il gioco riesce. Una piccola cosa banale, o che tale sembra, dà la misura dello stupore con cui i bambini tibetani riescono ancora a scoprire il mondo.

La loro vita è così, semplice. Nelle povere aule con i vecchi banchi di legno tarlato che tanto ricordano le prime elementari dei nostri tempi, e forse appartengono realmente a quegli anni, questi bambini imparano tre lingue parlate e scritte in modo totalmente diverso: l'hindi, l'inglese e il tibetano. E lo fanno sottovoce.
L'atmosfera che si respira in tutte le scuole tibetane è di silenzio e d'impegno, non molto diversa da quella di un tempio. Difficile, se non impossibile, sentire un insegnante urlare, un gruppo di bambini scatenati durante una pausa di gioco.Anche le consuetudini che aprono e chiudono la vita nella collettività ricordano il rigore monacale, con compiti e regole per ognuno.  
Le scuole sono residenziali, si torna a casa solamente per i due mesi delle vacanze invernali, quando fa troppo freddo per restare seduti fermi in aule non riscaldate con temperature che toccano i -10°C. Dunque la maggior parte del loro tempo i bambini la passano assieme. I grandi si prendono cura dei più piccoli. Il personale è ridotto; una donna segue cinquanta, sessanta bambini che imparano a essere autonomi fin da piccoli. Tutto è affidato all'autodisciplina.
La sveglia è ogni giorno alle cinque della mattina, anche al sabato,quando le classi si cimentano nel bucato delle divise, che ogni alunno indossa con grande orgoglio. L'alzabandiera del mattino e i canti degli inni nazionali indiano e tibetano, in squadroni ben allineati nel cortile, hanno per noi occidentali un sapore militarista che risveglia tristi ricordi, ma che qui, dove la storia ha avuto un altro
corso, esprimono un orgoglio di appartenenza ad un popolo, che non lascia dubbi.In mensa si mangia stando seduti in fila in silenzio, ringraziando per il cibo con una preghiera e aspettando con pazienza un mestolo di minestra di rape, o una porzione di dhal –lenticchie-. E la sera arriva lenta, consueta.

Arrivo alla scuola di Tabo a metà mattina. Quando estraggo dal mio zainetto i quaderni dei bambini della scuola Manzoni che ho portato dall'Italia le guance dei miei piccoli amici, già rosse per il clima di alta quota, diventano quasi fosforescenti per l'emozione nel vedere i disegni e le foto che rappresentano la loro scuola ,gli stupa,i mandala e la famiglia tibetana apparsa sui nostri giornali locali. I piccoli quaderni in carta riciclata passano da una mano all'altra. Si formano gruppetti che commentano, sorridono, approvano. La proposta è quella di fare piccoli disegni e scritte in tibetano sugli stessi quaderni che ritorneranno a Bolzano, per creare un ponte tra culture e mondi diversi che però hanno in comune la voglia di scoprire e conoscersi.

 

Ciò che ci eravamo proposti, piano piano si sta realizzando: la scuola in costruzione con il contributo della Provincia di Bolzano è  finita e una nuova cucina è stata acquistata con le offerte raccolte con varie iniziative. I piccoli quaderni in cui i bambini di Tabo hanno risposto a quelli di Bolzano formano un fragile ponte che, resistendo ai venti di guerra, permetterà al popolo di origine tibetana di mantenere una sua identità e di sopravvivere in un mondo dall'incerto futuro. I bambini altoatesini hanno imparato a salutare con un inchino e le mani giunte; i bambini di Taba giocano alle "campane".
Luciano Casagrande

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 21.10.2004

 

 


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Il progetto "Quaderno Volante"

L'autore del collage di "impressioni di viaggio"

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I mille significati della bandiera tibetana

 
 
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