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Lingue al passo con i tempi 
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Lungi dall'essere semplici catene di suoni e segni, le lingue reagiscono come cosa viva ai continui mutamenti della realtà circostante. Perché una lingua possa sopravvivere e continui a svolgere la sua funzione di comunicazione, essa deve continuamente dotarsi degli strumenti più efficaci per essere sempre "al passo con i tempi".


Il fatto che la lingua sia una cosa viva e dinamica e che sia perciò soggetta a mutamenti che, nel tempo, la cambino anche profondamente è assolutamente evidente e oserei dire inevitabile. Cosí per un processo che potremmo definire, "naturale" si è passati per esempio dal latino all'italiano o dall'antico germanico al tedesco moderno. Chiunque lotti contro questa tendenza naturale è un Don Chisciotte contro i mulini a vento e la sua impresa è perciò inesorabilmente destinata al fallimento.

A questa evoluzione naturale e inevitabile, fa però da contraltare la necessità di preservare l'identità e l'integrità di una lingua, di controllare e in un qualche modo frenare questo processo di mutamento e snaturamento che sembra coinvolgere senza eccezioni tutte le lingue nazionali. La lingua non è infatti un semplice veicolo di comunicazione: è anche la memoria collettiva della storia spirituale e culturale di una nazione che sarebbe insensato disperdere o "neutralizzare".

Non sono in pochi quelli che oggi gridano alla crescente ignoranza della grammatica e ad un impoverimento generale della nostra lingua, sempre più soggetta al rischio di contaminazioni, spesso inutili, da parte della lingua inglese. Questo non riguarda solo l'italiano: i cugini francesi sono da anni impegnati in una politica linguistica sempre più severa per proteggere l'integrità della propria lingua nazionale, preservandola da pericolosi influssi esterni, primo fra tutti quello dell'inglese. Prima di tutto occorre però chiedersi: è l'inglese il vero pericolo verso cui difendersi? O non si tratta invece di una pigrizia linguistica insita nella nostra cultura che ci spinge sempre più a far uso di termini preconfezionati e pronti all'uso, una sorta di fast food linguistico, anziché impegnarci nella rivitalizzazione e nell'arricchimento del nostro patrimonio lessicale? Sempre la Francia, però, dimostra quanto una politica linguistica così restrittiva e anacronistica, decisa ad opporsi in tutti i modi al "franglais" (il francese intrecciato con espressioni inglesi) sia fallimentare: la lingua e i suoi parlanti sono un organismo potente e vitale che ben presto cerca di liberarsi dal giogo di restrittive e anacronistiche ordinanze burocratiche.

L'impetuosa espansione dell'inglese nel mondo e non da ultimo la creazione dell'Unione Europea ha accentuato questa problematica, alimentando allo stesso tempo il desiderio di tutela degli idiomi nazionali. L'intensificazione dei rapporti tra gli stati della coalizione e quindi la necessità di dotarsi di una lingua comune, finirà veramente per imporsi a scapito dei singoli idiomi nazionali? La questione è di tale attualità e importanza che le maggiori accademie e istituti linguistici dei paesi dell'unione hanno sentito il bisogno di riunirsi in un organismo sopranazionale con il compito di difendere il plurilinguismo europeo. A Bruxelles è stata istituita la Federazione Europea delle Istituzioni Linguistiche Nazionali con lo scopo di elaborare linee comuni di protezione di tutte le lingue nazionali. Per l'Italia, partecipano L'Accademia della Crusca e l'Opera del Vocabolario Italiano del Cnr. Importante sul fronte nazionale il compito che le varie istituzioni sono chiamate a svolgere per sviluppare nei parlanti una maggiore sensibilità e consapevolezza linguistica: "Non è l'uso delle parole straniere che distrugge una lingua- spiega Pietro Beltrami, direttore dell'Opera del Vocabolario Italiano in un'intervista al Corriere della Sera- ma l'ignoranza delle scuole che produce incapacità e fenomeni di insicurezza linguistica."

Bolzano, 09.05.05.

Stefania Campogianni


 
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