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Scrittore, poeta, saggista, Carmine Abate denuncia nella sua opera la condizione di chi, come lui, č stato costretto ad abbandonare la propria terra natia per trovare lavoro. Nelle parole, nei ritmi, nelle suggestioni dei suoi romanzi risuonano le lingue delle terre che l'hanno ospitato. |
Fino all'etą di sei anni sapevo parlare solo l'arbėresh, l'albanese antico, e anzi ero convinto che l'italiano (la lingua che avrei poi imparato a scuola) fosse il napoletano delle canzoni che cantavano i teatristi in piazza, durante i loro spettacoli, e mio padre, ogni mattina, mentre si faceva la barba. A scuola, come quasi tutti gli arbėreshė, ho poi subģto una scolarizzazione esclusivamente in lingua e cultura italiana, cioč litirė, straniera, mentre a casa e con gli amici, nel vicinato, per le strade del paese continuavo a parlare quella che noi chiamiamo gjuha e zemėres, la lingua del cuore. L'altra, la lingua che parlavano i maestri, prima, i professori poi, e infine i datori di lavoro, era gjuha e bukes, la lingua del pane: importante, certo, ma non radicata dentro come la lingua arbėresh.
In seguito la mia situazione linguistica si č complicata e, da altri punti di vista, arricchita dal fatto che a sedici anni ho messo piede per la prima volta in Germania. Č qui che ho cominciato a scrivere in italiano delle storie "germanesi" (come vengono chiamati gli emigrati del mio paese, cioč né tedeschi, né arbėreshė, né italiani, ma figure ibride, come la lingua che parlano) e ho cominciato a scriverle per un motivo ben preciso: volevo denunciare l'ingiustizia della costrizione ad emigrare. Costringere qualcuno ad abbandonare la propria terra per andare a vivere altrove era per me la pił grande delle ingiustizie. E naturalmente parlavo di situazioni vissute in prima persona: a quattro anni avevo visto partire mio padre per la Francia, con un contratto in tasca da minatore, e l'anno dopo per la Germania, dove č rimasto venticinque anni, prima da solo, poi con mia madre, mentre io facevo la spola tra Amburgo e Carfizzi.
Dopo la laurea, a ventun anni, sono stato costretto anch'io a stabilirmi in Germania per motivi di lavoro, e ho vissuto in prima persona le difficoltą d'essere diviso tra pił mondi, riuscendo perņ a cogliere anche gli aspetti positivi di questa condizione. Erano gli anni Ottanta e facevo parte della PoLiKunst, un'associazione polinazionale, che col tempo avrebbe accolto scrittori e artisti stranieri residenti in Germania di ben 17 nazionalitą diverse. Ciņ che ci accumunava era la voglia di uscire dai ghetti culturali della nazionalitą, cercare nuove strade, aprirci. Da qui, l'esigenza di usare il tedesco come lingua veicolare, per capirci tra di noi, per cominciare a dialogare con i tedeschi, con lo scopo dichiarato di superare i pregiudizi reciproci e gettare le basi per una letteratura multiculturale.
Č in tale contesto multiculturale che č nato il mio primo libro di racconti pubblicati in tedesco nel 1984, col titolo di Den Koffer und weg! Come narratore ho quindi esordito in Germania, dove ho continuato a pubblicare tutti i miei libri; solo nel 1991 č uscito da Marietti il mio primo romanzo in Italia, ma non credo in un tipico italiano da tipico scrittore italiano.
Del resto, le storie che mi ronzano in testa le sento in una Babele di lingue: l'arbėresh, che č la lingua in cui penso e sogno, l'italiano della mia scolarizzazione, il calabrese, il tedesco, il germanese, cioč la lingua ibrida degli emigrati; e poi le parole e i modi di dire dei tanti luoghi in cui ho vissuto. Perciņ sono costretto, di storia in storia, a reinventare una mia lingua, stando attento a non perdere la musicalitą delle lingue e delle storie che ho dentro. Ad esempio, quando nella Moto di Scanderbeg o nella Festa del ritorno sono i protagonisti a raccontare, lascio a volte termini arbėreshe, tedeschi, francesi o calabresi, li italianizzo, li contamino, pur di non spezzare il loro flusso ritmico, la loro musica. Del resto, viviamo in societą multiculturali in cui le lingue saranno sempre di pił il risultato di una contaminazione.
Nel Ballo tondo, oltre alla contaminazione linguistica, ho imboccato anche un'altra strada: ho lasciato in arbėresh non solo singole parole ma intere frasi che mi venivano spontaneamente in questa lingua; cioč ho scritto, per il momento in misura ridotta, contemporanemente in due lingue diverse. E ho anche inserito delle antiche rapsodie dell'Arberia, inseguendone il ritmo come un topo dietro al pifferaio magico. A me piacciono queste rapsodie che sono poi delle storie tutta polpa, veloci e leggere. Ne sono stato felicemente condizionato. Perciņ quando ho ritoccato Il ballo tondo per la nuova edizione uscita negli Oscar Mondadori, sono stato molto attento nelle correzioni a non compromettere il ritmo delle rapsodie.
Devo anche dire e questo mi č chiaro solo da qualche anno che lo scrivere in una lingua diversa dalla madrelingua ha anche un vantaggio, soprattutto per chi come me scrive su temi come l'emigrazione, le minoranze: un certo distacco dalla materia trattata, una specie di filtro capace di eliminare le scorie tradizionali pił inflazionate: la nostalgia lamentosa, la denuncia scontata. Questa lingua-distanza č per me la chiave per rientrare nei miei luoghi o raccontare i miei personaggi arbėreshe o germanesi, attraversati pił o meno consapevolmente dal plurilinguismo e dal muticulturalismo.
Uno di questi luoghi č Hora, il paese arbėresh in cui sono ambientati Il ballo tondo, La moto di Scanderbeg, La festa del ritorno e il nuovo romanzo che sto scrivendo in questo periodo. Hora č un microcosmo in cui si intersecano pił culture e pił lingue (arbėresh, italiano, tedesco, germanese, calabrese). Di questo luogo che conosco e forse idealizzo oralmente, mi riapproprio attraverso la scrittura litirė. E dentro ci trovo i grandi temi della letteratura: l'amore, il mistero, il bene e il male, ecc.
In conclusione, mi pare di poter affermare che il mio viaggio nello spazio della lingua italiana parte da una lingua lontana, l'arbėresh, che mi segna i ritmi, mi evoca le storie, mi accompagna in altre lingue e in un altro viaggio, questa volta reale e altalenante, dal nord al sud, dal sud al nord dell'Europa.
Carmine Abate