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All'interno del mondo culturale ladino dominato da storie e leggende popolari, stanno nascendo nuove voci decise ad usare la loro lingua per raccontare, suonare e recitare il presente. Così come ci spiega Ivan Senoner, giovane scrittore ladino, che con il suo romanzo "La ueia de pië via" ha vinto il concorso letterario Auturs Ladins Scrî . |
Come è nata l'idea di scrivere un romanzo in ladino?
In passato avevo scritto altre cose, ma in italiano, la lingua che ho appreso a scuola e nella quale disponevo di un lessico molto più ampio che in ladino in cui invece spesso mancano vocaboli.
Quando ho visto il concorso ho deciso di mettermi alla prova: all'inizio ho avuto non poche difficoltà, tanto che secondo il mio correttore si riconosceva una forte impronta della lingua italiana. Ma superata questa prima fase, mi sono abituato presto a scrivere in quella che è la mia lingua madre.
In un contesto globale con lingue come l'inglese o il cinese parlate di milioni di persone, non è un po' anacronistico scrivere in una lingua reto-romanica?
Certo non si può fermare il progresso, ma molti hanno timore della globalizzazione e si aggrappano proprio alla lingua come ad un salvagente, perché è quello che ancora hanno di proprio, in cui ritrovano le proprie radici e la loro identità.
Cosa significa per te essere ladino?
Essere ladino significa di fatto essere una minoranza dentro la minoranza. Una delle domande che più spesso mi viene posta è se mi sento più italiano o più tedesco. La risposta è che non mi sento niente dei due: da un lato cresciamo in una realtà italiana e dall'altro siamo legati alla radice sudtirolese tedesca, ma il nucleo rimane comunque sempre ladino. Appartenere ad una minoranza significa usare una lingua di poche persone e doversi spesso confrontare con situazioni in cui la propria lingua non è rappresentata. Da qui il pericolo di isolarsi: siamo abituati a non essere compresi dagli altri ogni qualvolta usciamo dalle nostre valli e questo forma la nostra mentalità verso una concezione di isola ristretta da cui difficilmente accettiamo di uscire.
Il tuo romanzo parla di un vecchietto rinchiuso in un ospizio. Che cosa vi è di ladino in questa storia, oltre naturalmente alla lingua?
Innanzitutto l'ambientazione, visto che l'ospizio si trova in Val Gardena, cosí come acuni riferimenti culturali della seconda parte del romanzo nella quale il vecchio cerca di fuggire in montagna e incontra un personaggio mitologico femminile, Lagana, un misto tra fata e strega. Tutto il racconto è disseminato di personaggi e aneddoti che svelano il carattere chiuso proprio della mia gente, così come alcuni modi di dire e di parlare. Nei discorsi diretti ho usato anche frasi grammaticalmente scorrette proprio per evidenziare la lingua viva che viene parlata dalla gente.
E il protagonista?
Si, anche se cerca di ribellarsi a ciò che è proprio della sua cultura, in lui vi è l'attaccamento alle radici, il non voler abbandonare la propria terra che possiamo dire essere l'elemento più caratteristico del mondo ladino, e che si riscontra ancora oggi nei giovani.
Possiamo dire che questa è a pieno titolo una lingua per la letteratura?
Si, anche se non mancano certo alcune difficoltà, soprattutto a livello lessicale: tutto quello che ha a che fare con la tecnologia non ha un nome in ladino. Anche in italiano nascono nuove parole, ma questo processo avviene in modo naturale, dall'uso quotidiano della lingua e dal suo contatto con altre lingue. Ora esiste una commissione per la creazione di nuovi termini, ma creare le parole è diverso dal farle proprie, dal renderle parte della propria lingua d'uso. Vi sono però anche casi in cui il ladino ha una ricchezza maggiore di termini e espressioni rispetto ad altre lingue.
Ad esempio?
Nell'ambito della flora e della fauna ci sono tante espressioni che in italiano non esistono. Parole che definiscono il lavoro dei campi, il mondo dei contadini, i colori del paesaggio. L'uso del ladino conferisce alla narrazione una musicalità molto diversa.
Dopo il romanzo, sei ora impegnato nella scrittura di una sceneggiatura.
Sì, l'ho già finita e nella prossima primavera inizieremo le riprese. Si tratta di un lavoro molto ampio e lungo.
Puoi darci già un accenno?
Si tratta di un film a fondo storico, ma ambientato nel presente. Durante la prima guerra mondiale, in Val Gardena sono stati importati molti prigionieri russi che hanno lavorato e vissuto qui pe molti anni e spesso ci si dimentica di questi racconti di vita. Nel film, un uomo torna in Val Gardena alla ricerca di un bisnonno che non è più tornato e decide di scoprire la verità. Il titolo "Ombre di Colle de Flam" fa riferimento al colle di Ortisei, un luogo che ha un valore fortemente simbolico, in cui sono stati trovati i primi insediamenti e che da sempre è avvolto da un certo mistero.
Un film ladino in ladino?
Si, ma abbiamo già previsto sottotitoli in italiano e tedesco. Nel film sono soprattutto i luoghi, le persone ad essere maggiormente caratterizzate, vi sono scene molto belle ambientate in osteria. Ma sarà anche una storia di vita valida per tutti. Caratterizzando troppo si rischia di generalizzare e creare stereotipi in cui buona parte delle persone giustamente non si riconosce.
Qual è il panorama della produzione letteraria e culturale ladina?
Vi sono alcuni scrittori contemporanei che producono le loro opere in ladino, ma in molti si nota una certa tendenza all'ermetismo, all'uso di una forma riduttiva di espressione, in cui tutto il senso dell'opera si esaurisce nella lingua usata, senza una trama di supporto.
Molti sono anche i tentativi di valorizzare il teatro, anche se ancora domina un certo conservativismo. La produzione è finora rimasta limitata alle commedie popolari, mentre sarebbe necessario iniziare a creare un teatro contemporaneo, con storie e opere nuove. In ambito musicale si sta facendo molto, sono nate tante band amatoriali che scrivono in ladino e questo grazie al fatto che vengono organizzati i festival.
È dunque possibile combinare un patrimonio di valori tradizionali con la modernità?
Si, dieci anni fa vi era ancora la tendenza di collegare il mondo ladino solo con tradizioni e difesa della propria cultura e identità. Oggi si è finalmente capito che non si può guardare sempre solo al passato, ma ci sono nuove realtà. Non possiamo ridurre la cultura ladina attuale con la riscrittura di leggende o vecchie storie, dobbiamo iniziare a creare storie nuove, moderne.
12.07.06
Intervista di Stefania Campogianni