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Quando il sapere migra dall'università all'impresa  
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In stretto collegamento con università e centri di ricerca, la Microgate, con sede a Bolzano, sviluppa e produce sistemi di cronometraggio via radio, sistemi di controllo per ottiche adattive a altre stranezze altamente tecnologiche. Il fondatore Roberto Biasi spiega come coniugare con successo ricerca e mercato.

Dott. Biasi, che cosa fa di Microgate, l'azienda da lei creata, un modello di innovazione?
Uno degli aspetti di forza della nostra azienda è senza dubbio l'aver puntato su settori fortemente innovativi quali quelli dell'alta tecnologia e di aver basato il nostro sviluppo sullo stretto collegamento con il mondo della ricerca.

Università e impresa dunque.
Sì, il netto orientamento verso prodotti innovativi fa sì che la nostra azienda sia fortemente impegnata in ricerca e sviluppo, oltre che nella produzione. Non solo realizziamo concretamente i prodotti che commercializziamo, ma li concepiamo e sviluppiamo all'interno dell'azienda.

Appena concluso un dottorato al Politecnico di Milano si prospettava forse per lei  una brillante carriera universitaria… Come è avvenuta l'entrata nel mondo dell'imprenditoria?
La nostra azienda è stata fondata nell'1989, ma fino al 1995 è stata quasi un'attività collaterale. Io ero ancora all'università e mi occupavo dell'azienda insieme a mio fratello solamente nei weekend. Il tutto è partito veramente in una soffitta: io facevo gare di sci e spesso negli allenamenti avevamo il problema di cronometrare in maniera precisa, senza dover ricorrere a cavi ingombranti, così abbiamo pensato di realizzare un sistema di cronometraggio via radio. L'idea è piaciuta ed è stata presto adottata anche da altre squadre e infine abbiamo deciso di mettere il prodotto sul mercato. Nel 1995, si è unito a noi anche l'ingegner Gori, che era stato mio compagno all'università e ha deciso di intraprendere con noi questa sfida. Siamo partiti con sistemi di cronometraggio professionali per il settore sport invernali e poi ci siamo ampliati ad altri settori.

La sua è un'impresa che è al tempo stesso crogiuolo di nuove idee, di ricerca scientifica e di strategie produttive.
Possiamo dire così. Noi seguiamo tutta la fase di realizzazione dei sistemi: dalla progettazione dell'hardware, alla progettazione del software, fino alla realizzazione del sistema e al collaudo.
Sfruttando gli studi condotti durante la mia tesi di dottorato, siamo entrati in un altro grande settore che è quello dei sistemi di controllo per ottiche adattative. Si tratta di sistemi all'avanguardia, molto sofisticati, rivolti ai grandi osservatori astronomici, e quindi ai grandi telescopi e che servono a ridurre le distorsioni di luce indotte dall'atmosfera. Quando noi vediamo una stella, la vediamo vibrare non perché questa effettivamente si muova, ma perché la luce che passa attraverso le turbolenze dell'aria ci appare brillare come movimento. Queste lenti sono come dei grandi occhiali messe ai telescopi che servono a compensare questo effetto; è una tecnologia nuova nata in ambito scientifico, poi applicata in ambito militare e infine trasferita in ambito scientifico.

Un'idea brillante, certo. Ma dove trovare i finanziamenti per finanziarla?
L'idea è nata in Italia all'Osservatorio Astrofisico di Arcetri e si è poi estesa al Politecnico di Milano, dove io appunto studiavo. Quando noi abbiamo realizzato un prototipo della nostra idea, questo prototipo è stato confrontato con una realizzazione analoga di un'azienda statunitense che si occupava di ottiche adattative anche in ambito militare, quindi con fondi enormi, rispetto al piccolo finanziamento del CNR che noi invece avevamo a disposizione. Nonostante questo però, dietro questa idea c'erano le persone giuste e alla fine abbiamo vinto noi la competizione. L'Università dell'Arizona ha preferito affidare a noi la realizzazione del primo sistema di questo tipo che è ora installato nel telescopio da circa 5-6 anni. Attualmente il gruppo è composto da Arcetri, Politecnico di Milano, Microgate e la ditta ADS di Lecco. I nostri clienti provengono da tutto il mondo, e comprendono anche alcuni dei maggiori osservatori a livello mondiale, come l'osservatorio di astronomia di Monaco e alcune università americane. Questo dimostra che nonostante le difficoltà, la passione e la tenacia possono far crescere un'azienda.

Quali sono le difficoltà di questa combinazione tra ricerca e impresa?
Ai tempi in cui studiavo, l'università aveva un forte orientamento verso la carriera accademia, si puntava a fare pubblicazioni, ma ora le cose sono un po' migliorate.
Anche al Politecnico, la formazione sembra stia lentamente cambiando e si stia muovendo verso la ricerca di nuovi sbocchi applicativi al mondo del lavoro. Nell'ambito del Politecnico esiste ora anche un ufficio che si occupa del trasferimento tecnologico delle idee innovative che vengono sviluppate all'interno. Questo ha portato per esempio alla nascita, circa un anno fa, di una nuova società all'interno di Microgate, che è stata creata come spinoff del politecnico e si occupa di contatori di fotoni. Si tratta di una cosa molto particolare che trova applicazione soprattutto nell'analitica genetica, tipo sintesi del DNA, e che ha prospettive molti interessanti. I soci sono Microgate e Politecnico di Milano.

In che modo università e impresa devono cambiare per trovare un punto di incontro?
Uno degli aspetti fondamentali è chiarire che cosa il mondo imprenditoriale può attendersi dall'università. A volte ci si aspetta che l'università crei un prodotto, ma questo non può avvenire e forse è anche giusto così: l'università può occuparsi della ricerca di base che sta a monte arrivando a realizzare un prototipo con il quale la conoscenza acquisita possa migrare all'interno dell'azienda. Alle università manca sicuramente ancora un giusto approccio pratico, ma anche il mondo imprenditoriale deve cercare di uscire dalla ristretta mentalità produttiva e acquisire più fiducia nella ricerca e nell'innovazione. Vedendo come questo funziona bene in altre realtà, possiamo ben sperare che anche qui in Italia la cosa si realizzi.

Quale futuro vede per le aziende altoatesine? Si avvicineranno a questo modello?
Io sono fiducioso e mi sembra che anche in Alto Adige si stia facendo qualcosa di concreto per spingere l'innovazione. Il problema è creare la base culturale. Dobbiamo fare tanta strada, ma speriamo che gli imprenditori si muovano un po' in questo senso. Il tema che affronto di solito negli incontri con gli altri imprenditori è la collaborazione pratica tra istituti di ricerca, università e impresa. C'è tanto scetticismo da parte delle persone, ma sono convinto che se l'approccio è quello giusto gli scenari non sono così drammatici.

15.03.06

Intervista di Stefania Campogianni


 
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