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Intervista a Don Mario Gretter, referente diocesano per il dialogo interreligioso, per l'ecumenismo, per le sette e le diverse visioni del mondo nonché assistente di Azione Cattolica Giovani. |
Don Mario, fino a qualche anno fa, il dialogo interreligioso era soprattutto inteso a livello di dialogo tra massime autorità religiose: il Papa che incontra il Rabbino Capo Toaff, il difficile rapporto con il Alessio II, e via dicendo. Ora, invece, il concetto di dialogo ha assunto una dimensione diversa: con i recenti flussi migratori da Nordafrica e Medio Oriente sono le masse dei credenti a trovarsi a convivere più o meno forzatamente sullo stesso territorio. Che cosa pensa della situazione attuale?
Sicuramente nella nostra realtà europea il tema del dialogo interreligioso assume ora i caratteri dell'urgenza alla luce di una presenza sempre più significativa e soprattutto radicata nel territorio di persone di cultura e fede diversa.
In realtà il dialogo interreligioso nel mondo ha una storia millenaria, fatta di alti e bassi, e attuata a tutti i livelli. Ci basti pensare, nel caso dell'Islâm, le relazioni delle Chiese d'Oriente che vivono, dalla nascita di questa religione, le gioie e i dolori della convivenze e della comprensione-incomprensione reciproca. A partire dal vicino di casa fino ai vertici della gerarchia. Oggi ci troviamo di fronte ad una realtà che entra in tutti gli ambiti della nostra vita quotidiana e che diviene significativa al punto da farci domandare quale sia il nostro posto, in quanto autoctoni, in questa società che cambia. È chiaro che il tema del dialogo e dello scontro siano divenuti temi quotidiani e dibattuti da tutti. La situazione attuale è, a mio avviso, segnata fortemente dalle emozioni suscitate dagli eventi mondiali e dalle esperienze individuali che non sempre bastano per cercare di comprendere la complessità di una realtà multiforme e soprattutto in divenire. La prudenza nel dialogo deve andare a braccetto con l'informazione seria, la formazione e la pazienza. E come uomo di fede direi che una buona dose di preghiera è anche necessaria.
E nella nostra provincia? Come sta vivendo il cattolico Alto Adige la necessità del dialogo interreligioso?
Negli ultimi anni si è lavorato molto sul tema dell'interculturalità, del dialogo e sicuramente alcuni frutti si stanno vedendo. È vero che la crescita di rappresentanti di altre culture e religioni nella nostra società e la stabilità della loro presenza fanno capire che questa realtà esce dalla sua nicchia per diventare esperienza comune e quotidiana. Il fatto che gli studenti di diverse religioni sono ormai una realtà anche nelle classi delle più lontane vallate e che la presenza di "altri" in tutti gli ambiti della nostra vita sia ineludibile, chiama ciascuno ad un confronto culturale e religioso. La preparazione o meno a questo passo porta a sviluppare paure, tensioni, chiusure ma anche aperture e speranze. DIversi si trovano ora a dover dare ragione della propria fede e cultura scoprendosi così impreparati e fragili. Questo crea disagio, ma anche possibilità e voglia di conoscersi meglio e conoscere l' "altro".
In quali difficoltà vi siete imbattuti nell'allacciare rapporti "diplomatici" con le autorità religiose locali delle popolazioni immigrate?
Se si riferisce all'Islâm, le mie prime occasioni d'incontro sono state decisamente positive. Vedremo gli sviluppi e gli incontri con molti altri rappresentanti "ufficiali". C'è da dire che in questo ambito il prof don Paolo Renner ha molto lavorato per favorire un incontro e un confronto di spessore con i rappresentanti delle comunità islamiche, ma anche con la comunità buddhista, mentre altri hanno curato buoni rapporti con la storica comunità ebraica.
Un'ultima domanda: come è possibile, secondo Lei, battere l'intolleranza che si nasconde da ambo le parti? Di quali strumenti disponiamo?
A questo proposito distinguerei tra gli elementi che sono di intolleranza e quelli che sono di incompatibilità. Ci troviamo dinnanzi a confronti culturali e religiosi che hanno radici e tradizioni alle volte tanto diversi da avere punti inconciliabili. Uno sforzo reciproco di adattamento è richiesto in ogni convivenza, ma questo non deve voler portare all'appiattimento delle differenze o al "superamento" delle diversità attraverso l'eliminazione delle stesse. Non voler vedere le differenze e non esprimersi chiaramente su quali siano le regole della convivenza, non può che essere deleterio. Detto questo, l'intolleranza si batte con la conoscenza reciproca e con la formazione per arrivare ad una coscienza autocritica e critica . Credo sia importante creare spazi dove il confronto permetta a ciascuno di presentarsi e di raccontarsi in prima persona per non limitarsi ad una conoscenza solo frutto di quanto altri hanno detto su coloro con i quali poi noi viviamo.
22.09.05
Intervista di Marco Polenta
Nato a Merano nel 1971, don Mario Gretter percorre le vie accademiche tra Bressanone e Roma dove consegue la licenza in teologia fondamentale, prima di affrontare lo studio di arabo e islamistica dividendosi tra Roma (PISAI) e il Cairo (Dar Comboni). Ordinato sacerdote nel 1996 fa esperienza pastorale a Laives e Bolzano. Dal 1 settembre 2005 è referente diocesano per il dialogo interreligioso, per l'ecumenismo, per le sette e le diverse visioni del mondo nonché assistente di Azione Cattolica giovani.