contatto | site map | colophon           6.7.2008
Logo EURAC  
  ARCHIVIO NEWS    
      Eventi    
      Corsi di formazione    
      Sulla ricerca    
      Novità editoriali    
      Offerte di lavoro    
RICERCA NEL SITO  
 

La nobile arte dell'ascolto / Parte II 
Home  |  Focus  |  La Traduzione  |  La nobile arte dell’ascolto / Parte II  

Molti conoscono soprattutto le sue brillanti traduzioni delle vicende dolce amare di Monsieur Malaussène, personaggio nato dalla fantasia di Daniel Pennac. Ma tra le traduzioni più difficili, e più riuscite, di Yasmina Melaouah c'è anche Ali il Magnifico di Paul Smaïl. Un romanzo duro, che in Italia deve molto alla vivacità e al realismo dell'italiano da lei creato per tradurre il mélange linguistico dei beurs della grande periferia parigina.


Diceva che parte della difficoltà nel tradurre autori contemporanei francesi sta nella loro particolare miscela linguistica, che non trova pieni corrispondenti in italiano. Le sue traduzioni sono molto apprezzate anche per questa sua grande capacità di dare all'italiano nuove forme di espressività. Di far risuonare nella nostra
lingua il "canto" dei romanzi francesi contemporanei. Penso al lavoro che ha fatto per la saga dei Malaussènne di Daniel Pennac ma anche ad Ali il magnifico di Paul Smaïl
.
In effetti, per entrambi questi scrittori ho dovuto scandagliare a fondo le potenzialità espressive dell'italiano. Ma guidata da un obiettivo diverso… Vede, Pennac si muove nella sfera della fantasia, dell'invenzione. Lui prende un po' di argot, un po' di français familier, registri più alti del francese, shakera il tutto e lo riproduce secondo la sua impronta creativa. Ma la sua rimane una lingua inventata… Le prime traduzioni sono state molto difficili, sì, ma mi sentivo tranquilla perché, per quanto realistici, i suoi personaggi parlano e si muovo in un mondo di fantasia…

Ali il magnifico, invece?
È stata una sfida enorme. Un romanzo ostico, che però ho amato molto… pensi che quando l'editore mi chiese un parere, se tradurlo o meno per il mercato italiano, dissi subito "Bello, bellissimo! Poveretto quello che lo dovrà tradurre!" La risposta fu "Bene. Sei tu…" Ho temuto davvero che non ce l'avrei fatta…

Che cosa la "spaventava" di più?
Il fatto che Sid Ali B., il protagonista del romanzo, utilizza una lingua vera. La lingua della banlieu, degli algerini di seconda generazione che vivono nella periferia parigina: un misto di arabo maghrebino, di argot, di verlan. Il problema non era soltanto ricreare questa varietà nell'italiano… per la prima volta ho sentito l'esigenza di verificare se il linguaggio che stavo creando reggeva sulla strada. Se funzionava anche tra i ragazzi della grande periferia italiana.


Come ha fatto?
Ho chiesto aiuto agli esperti: amici più giovani, ragazzi di periferia. Mi ha aiutata molto un giovane scrittore, che conosce da vicino la realtà dell'hinterland milanese. È stato fondamentale sapere se le espressioni che stavo scegliendo per la traduzione suonavano plausibili o viceversa artificiose alle sue orecchie. Un confronto che è stato molto utile anche in sede di revisione del testo, mi ha consentito di difendere – e spuntarla – alcune scelte traduttive che non convincevano molto l'editore.

Un esempio?
Ali ha un suo intercalare tipico: "tu l'a dit, tu l'a" ("l'hai detto, l'hai"). È un modo per terminare le frasi, dare più enfasi alle sue affermazioni. Ricordo che appena lo lessi mi venne subito in mente un'espressione che mia sorella – molto più giovane – all'epoca usava spesso: "bella lì, bella lì". Ed effettivamente, il mio amico scrittore mi confermò che funzionava, che poteva essere usato per tradurre l'intercalare del protagonista. Il revisore invece era perplesso, preoccupato che si trattasse di un modo di dire destinato a invecchiare in fretta. Lo stesso, però, si poteva dire di quello francese. Ma in quel momento entrambi reggevano bene. Sia nella banlieu parigina sia nell'hinterland milanese.

Come ha tradotto invece le parole in arabo e in verlan?
Le parole in arabo, come tutti gli altri elementi culturospecifici (cité, Halles, ecc.) sono state lasciate in originale, contrassegnate se necessario in corsivo. È rimasta invece soltanto una parola in verlan, cioè beur (arabe), termine ormai molto diffuso e che indica gli immigrati maghrebini di seconda o terza generazione. Tutte le altre sono scomparse. Certo, il gioco linguistico alla base (inversione delle sillabe che compongono una parola, ndr) funziona anche in italiano: cane può diventare tranquillamente "neca"… ma noi non sfruttiamo stratagemmi simili per giocare con la nostra lingua. Sarebbe rimasta un'invenzione tutta mia, confinata all'interno di quel romanzo…

Come sono state spiegate invece le parole arabe, i termini culturospecifici?
Sono state riportate in un glossario alla fine del romanzo, corredate di spiegazione. Una scelta che ha molteplici vantaggi. Consente innanzitutto di evitare le note a piè pagina, che interrompono la lettura e che per un traduttore rappresentano sempre, al fondo, l'ammissione di una sconfitta, un "punto a favore" di chi sostiene la tesi dell'impossibilità della traduzione. Un glossario, poi, consente di espandere il significato di questi termini per il lettore, in modo che non rimangano semplici suoni "esotici" ma si trasformino in maggiore conoscenza della cultura a cui appartengono…

Intervista di Stefania Coluccia

 


  info box
   


La nobile arte dell'ascolto / Intervista a Yasmina Melaouah / Parte I

 
 
Copyright © EURAC 2008 Invia pagina Stampa pagina Inizio pagina