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La nobile arte dell'ascolto / Parte I 
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Sentire il ritmo di un romanzo, prima ancora del significato delle singole parole. Ricrearlo, mantenerne inalterato il carico semantico, "dando fondo" alle infinite potenzialità espressive dell'italiano. Senza paura di esplorare anche i suoi registri linguistici più bassi, più popolari. È questa la grande arte di Yasmina Melaouah, traduttrice, consulente editoriale, docente di traduzione letteraria presso il dipartimento di lingue delle Scuole
Civiche di Milano. "Penna" italiana dietro a grandi scrittori contemporanei francesi come Hector Bianciotti, Martin Winkler, Daniel Picouly. E Daniel Pennac. Che non esita a riconoscerle parte del merito per la sua fortuna in Italia e a cederle, fatto ancora più raro nel mondo dell'editoria, parte dei diritti d'autore per le vendite dei suoi libri nel nostro Paese.

Yasmina, Lei è nata a Tunisi, in una famiglia "biculturale" (padre tunisino, madre italiana). Origini particolari: Le hanno fornito qualche strumento in più nella sua attività di traduttrice?
I libri, le canzoni che giravano per casa mi hanno forse dato una maggiore dimestichezza con il francese, ma a parte questo non saprei... Ero molto piccola quando la mia famiglia si è trasferita in Europa. A lungo il Nord Africa è stato per me soltanto sinonimo di vacanze estive, di cous cous. Perché, vede, molti in quegli anni - la generazione di mio padre, di mia madre, nel Maghreb, ma anche in Europa, in America - sentivano le tradizioni come vecchiume polveroso, un fardello pesante che impediva di crescere. La Tunisia rappresentava il passato, il vero punto di riferimento era la Francia, Parigi in particolare. Ecco, forse oggi queste mie origini mi fanno sentire più vicina alla letteratura contemporanea in lingua francese.

E sono soprattutto scrittori contemporanei francesi e francofoni che Lei traduce. Generi diversi, diverse varietà di lingua. Come affronta ogni nuova traduzione?
Ricostruendo quelli che chiamo i miei "strumenti del mestiere". Non solo per ogni nuovo autore, per ogni nuovo romanzo di uno stesso autore. Per costruirli mi affido a un principio fondamentale, quello della fedeltà al testo originale. Del rispetto per le ragioni dell'autore, se necessario anche contro quelle dell'editoria, del mercato. Questa missione di "servire" con umiltà l'autore fa scattare e al tempo stesso argina la creatività linguistica del traduttore. In effetti c'è, o così talvolta può sembrare, un ché di schizofrenico in questo mestiere...

C'è qualcosa di particolare che la guida? Che le consente di "uscire indenne" dallo scontro tra il dovere di fedeltà e l'urgenza di creatività?
Il ritmo dell'originale. Ecco, direi che il ritmo di un testo è un concetto fondamentale per me. È la prima cosa che sento in un romanzo, mi colpisce ancora prima del suo senso generale. Riconoscere il ritmo, capire come ricrearlo in italiano è forse il momento più difficile, più doloroso di ogni lavoro, fonte anche di grande frustrazione. Quando il ritmo funziona, quando la traduzione "canta" come il romanzo originale, mi sembra di aver già fatto il 70% del lavoro. Quando il ritmo stenta, invece, so che rimane ancora molto da fare, anche se le parole sono giuste, le frasi corrette. Talvolta è sufficiente lavorare su piccoli elementi: posizione delle parole, punteggiatura. Più spesso, invece, mi è capitato di dover creare un linguaggio ad hoc, fatto su misura per il "ritmo" del romanzo che dovevo tradurre.

E in questi casi come fa a costruire i suoi "strumenti del mestiere"?
La difficoltà, per chi traduce letteratura contemporanea francese, nasce soprattutto dal fatto che il francese conosce dimensioni che non trovano corrispondenti pieni nell'italiano: gerghi e codici (come l'argot, il français familier, il verlan), le varietà delle aree francofone... In questi casi è necessario inventarsi un "nuovo italiano" e l'unica strategia possibile è quella di esplorare la nostra lingua. Sondarne le potenzialità espressive, dai registri più alti, aulici a quelli più bassi, popolari. Senza paura di frequentare le varianti regionali, di cogliere la potenza semantica di certe "sgrammaticature"… la forza di certe forme scurrili…

Quali sono gli errori più frequenti, i pericoli più grandi della traduzione letteraria?
Ci sono gli errori più vistosi, più grossolani. Le traduzioni maldestre, spesso devastate da calchi, espressioni idiomatiche francesi riportate alla lettera in italiano. Ma il pericolo più grande, secondo me, è la banalizzazione dell'originale. Il rischio è quello di tradire l'autore, di appiattire le caratteristiche del testo. Perché vede, la letteratura ricrea un mondo e lo fa, in parte, anche creando nuove associazioni di parole. Rifugge – a meno che non sia necessario per caratterizzare un personaggio, una situazione – dalla lingua stereotipata di tutti i giorni, dall'"italianese". Purtroppo la normalizzazione dell'originale è un fatto di cui il lettore difficilmente si accorge, perché non ha accesso all'originale. Anche perché manca una vera e propria "cultura della traduzione": la traduzione è ancora un terreno che rimane ignoto non soltanto ai lettori, ma anche a molta critica letteraria.

In questo, però, il lavoro di revisione dovrebbe offrire una garanzia in più.
Dovrebbe. Ma sempre più spesso, mi pare, le revisioni vengono fatte in modo frettoloso, affidate a persone che talvolta nemmeno conoscono la lingua dell'originale. Per quanto mi riguarda la revisione è un momento importantissimo. È un'occasione di confronto, di scambio, che al traduttore giunge ancora più gradita perché segna il coronamento di un lavoro faticoso, svolto spesso in isolamento… unica compagnia lo schermo del computer, la pagina del libro da tradurre.
Alla fine di ogni traduzione, passo un giorno intero in casa editrice con il revisore, per discutere insieme punto per punto i suoi interventi sul mio lavoro. È ormai una condizione che pongo per ogni nuovo lavoro di traduzione. La mia grande fortuna è che la persona che revisiona i miei testi è a sua volta una traduttrice: i suoi interventi sono attenti e puntuali, ma mai "violenti". Tengono conto del fatto che nelle scelte di ogni traduttore c'è sempre, comunque, un margine di arbitrio. Che va rispettato. In questo devo dire che oggi mi sento molto fortunata, ma non è sempre stato così...

Cosa c'è di bello, e cosa c'è di brutto oggi nel mestiere del traduttore?
Mi sembra che sotto certi aspetti oggi si lavori meglio. I traduttori hanno più spazi per incontrarsi, confrontarsi. È cresciuta la riflessione su questo mestiere ed è cresciuta di conseguenza anche la consapevolezza di chi questo mestiere lo fa, tutti i giorni. Pensi che io, per la mia prima traduzione, non avevo termini di riferimento, non sapevo neanche se la tariffa che mi avevano offerto fosse sensata... Cosa c'è di brutto? Beh, posso parlare soltanto del mondo della traduzione letteraria, che conosco da vicino. Mi sembra che oggi le case editrici siano sempre più con l'affanno di fare budget, di far tornare i conti. Tendono a puntare su autori di grande richiamo, di sicuro "ritorno commerciale". Tutto questo va spesso a discapito della qualità, sia nella ricerca degli autori sia nella cura della traduzione. Chi fa questo mestiere con passione fa fatica ad accettarlo.

Intervista  di Stefania Coluccia


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La nobile arte dell'ascolto / Intervista a Yasmina Melaouah /  Parte II

 
 
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