Nata al Cairo, laureata in Lingue e Letterature Orientali,
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Elisabetta Bartuli si occupa di letteratura araba contemporanea e di comunicazione interculturale. Al cuore delle sue numerose attività, scalfire l'ignoranza che è al tempo stesso causa ed effetto di paure e pregiudizi, indifferenze. Un impegno che porta avanti – con grande forza e intelligenza – anche attraverso la traduzione e la diffusione della letteratura araba in Italia. |
Il panorama editoriale italiano non sembra riservare – almeno a uno sguardo superficiale – grande spazio alla letteratura araba. Quanto si traduce oggi in Italia dalle lingue e culture arabe?
Più di quanto si crede, in realtà. Attualmente, sul mercato editoriale italiano ci sono circa 150 titoli di letteratura moderna e contemporanea tradotti da originali arabi e un numero ancora più alto di titoli tradotti da originali in altre lingue. Il secondo gruppo è innegabilmente più visibile e corposo e le ragioni, mi pare, sono ovvie: per un editore italiano è più facile reperire e soprattutto valutare autonomamente opere scritte in francese o – ma è un caso più raro – in inglese e tedesco… e poi per un supino adeguarsi a un ipotetico orizzonte d'attesa del lettore italiano.
Orizzonte di attesa?
Sì, l'aspettativa del lettore. Gli orizzonti d'attesa si modificano anche grazie alla pubblicazione di buoni libri. È fondamentale tenere presente la grande differenziazione tra romanzi scritti in arabo e romanzi arabi scritti in un'altra lingua. Vede, la scelta della lingua da parte di uno scrittore non è un fatto così innocuo come potrebbe sembrare di primo acchito. Sottende in realtà un'idea precisa dell'interlocutore, di cosa si aspetta, cosa già sa, cosa ignora. Prendiamo la letteratura araba in francese: nei casi migliori, si sente che la tentazione è quella di rivolgersi a un pubblico ritenuto ignorante. Qualsiasi siano le ragioni – e non sono tutte così nobili –, questi racconti riescono forse a suscitare nel lettore una gran pena verso dei "poveretti costretti a vivere in situazioni disperate" ma non gli consentono di immedesimarsi in quella gente, che resta lontana. Altro da sé nel senso più totale.
La letteratura araba in arabo, invece?
Gran parte della letteratura araba scritta in arabo per un pubblico arabo non deve spiegare nulla a nessuno. Ed è questo l'aspetto che più amo. Si tratta di romanzi che riescono a restituire un'immagine dell'immediato, senza vincoli, senza intenti didattici espliciti.
Un esempio concreto è sicuramente il bellissimo La porta del sole [Bab al-Shams] del libanese Elias Khuri, che ha appena tradotto per Einaudi.
Nella produzione letteraria libanese più recente, i romanzi descrivono le condizioni esistenziali di persone che sono nate o cresciute nel periodo buio della guerra. Non vengono descritti casi limite, solo l'ordinaria quotidianità. Non importa chi ha innescato la violenza o perché. La materia della narrazione è data dagli esisti di quella violenza: vite di persone comuni che non hanno potuto avere una vita comune e che per questo, spesso, hanno reazioni anomale. Che le loro vicende si svolgano a Beirut (nei campi profughi di Beirut, nel caso della Porta del sole) è un fatto quasi casuale: potrebbero accadere, e in altre forme accadono, ovunque. Il dato di fondo non è una deriva libanese, ma la natura umana che, spesso, ha pochi risvolti positivi. Ecco, io credo fermamente che il lettore italiano abbia bisogno di sentirsi dire le cose in questo modo, un modo più universale, più globale anche se localizzato, più permeabile all'immedesimazione. Penso che sia socialmente utile, oltre che piacevole, leggere come la pensano molti arabi, come vivono e come vedono il mondo. Ma sono convinta, soprattutto, che non è di molta utilità continuare a pensare che sono diversi da noi, che non hanno le nostre stesse pulsioni, personali e sociali…
Che cosa significa per lei tradurre letteratura araba per il pubblico italiano?
Di fatto, tradurre narrativa dall'arabo risponde a un desiderio radicato di rendere giustizia a tutto un mondo sconosciuto, quando non misconosciuto, anche per le ragioni di cui ho appena parlato. Questo sforzo di offrire una sana conoscenza ha una valenza di utilità sociale ed è effettivamente una forma di resistenza a quell'ignoranza che impera, alimentata ad arte, nella rappresentazione corrente del mondo arabo. La scrittura di gran parte degli autori arabi sottolinea la volontà di rappresentarsi da sé, senza intermediari. Cosa che, sia detto per inciso, sanno fare benissimo.
Intervista di Stefania Coluccia