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Laureata in lettere classiche, scrittrice, editor in una delle maggiori case editrici italiane, traduttrice, Beatrice Masini si muove con grande grazia nel mondo della letteratura per bambini e ragazzi. Nella scrittura e nella traduzione a guidarla è soprattutto un principio: il rispetto per la curiosità e la capacità di immaginazione dei lettori più e meno piccoli.
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Come ha iniziato a tradurre?
Lavorando nel mondo dell'editoria. E devo dire che mi ritengo molto fortunata, perché spesso ho potuto scegliere i libri da tradurre… accompagnare i libri che più mi piacevano verso il lettore italiano. E poter tradurre ciò che più piace, libri verso cui si sente una particolare sintonia, è molto importante. Per un traduttore credo sia molto importante lo stimolo dato dal testo stesso, la voglia di cimentarsi con il suo stile…
Si è portati a credere che la letteratura per bambini e ragazzi abbia delle sue caratteristiche proprie. Stili, registri, giochi di parole di cui tener conto nella traduzione.
In realtà, non farei troppe generalizzazioni. Come lettrice ritengo che un buon libro debba innanzitutto porre una sfida. Raccontare una storia giocando non tanto, o non solo, sulle parole ma piuttosto su registri linguistici diversi da quelli che un giovane lettore conosce e frequenta più abitualmente. Nella traduzione, poi, mi sembra che l'idea di dover adeguare la lingua dell'originale a un pubblico che si pensa "piccolo" sia un errore: il rischio è una banalizzazione che non rende giustizia all'intelligenza del lettore.
Un esempio?
Penso alla tendenza diffusa a italianizzare molte particolarità dell'originale. Un personaggio che si chiama Paul rischia di diventare "Paolo", sixth class diventa "prima media"… non è necessario. Un bambino italiano sa leggere la parola "P a u l", capisce che è un nome maschile, così come intuisce che chi frequenta la sesta classe ha più o meno la stessa età di chi va in prima media. Capisce soprattutto che si tratta di un'altra cultura… è in grado di confrontarla autonomamente con la propria, ha gli strumenti per capire o comunque sa dove trovarli.
Nel caso di Harry Potter che scelte ha fatto? Secondo molti, i problemi traduttivi più grandi erano proprio la forte presenza di "cultura britannica"…
Ci sono in effetti numerosi riferimenti culturali a letteratura, folclore, leggende. In gran parte, tuttavia, si tratta di riferimenti al mondo nordico, all'immaginario celtico a cui, di fatto, un bambino italiano ha facile accesso. Qualche problema in più possono darlo i nomi dei personaggi, forse, i dialetti, ma in generale quella usata dalla Rowling è una lingua semplice…
Le traduzioni dei nomi, almeno quelle dei primi due volumi, sono al centro delle invettive più feroci nelle mailing lists dei fan di Harry Potter…
In realtà si tratta di belle traduzioni, alla Salani in questo hanno grande esperienza, sono molto creativi. I nomi non piaceranno ai fan ma "suonano bene". Il problema non è la traduzione, ma l'approccio al testo. All'inizio, Harry Potter è stato visto come un libro per ragazzi tout court e così è stato trattato…
Per le traduzioni successive, invece, come si è proceduto?
Non c'è un criterio preciso, almeno per la traduzione dei nomi. A parte il rispetto del lettore, naturalmente. Negli ultimi tre libri (quelli che ho tradotto) molti nomi sono rimasti in originale, anche per esplicita richiesta della Rowling. Per altri, invece, ci si affida di volta in volta all'assonanza, alle associazioni emotive, a un semplice calco. Quello che faccio io è cercare di capire il personaggio e di descriverlo con una parola sola. In generale, comunque, devo dire che Harry Potter non è un libro che pone grandi difficoltà traduttive. È una bella esperienza ma sicuramente non la sfida più grande che si possa avere…
Anche in questo caso, le chiedo qualche esempio.
Penso a un libro che ho molto amato: Quella strega di Tulip, di Fine Anne. Ricordo che a un certo punto della storia c'è un incendio: il problema è che il lessico della lingua inglese è molto più ricco di quello italiano, e in quel passo particolare l'autrice sembrava aver usato tutti i sinonimi più diversi e più incredibili con cui l'inglese può descrivere il fuoco. Ingegnandomi un po' sono riuscita a scovare nel nostro vocabolario delle traduzioni adeguate… difficile, ma divertente. Un altro libro che ho amato è Abarat 2, di Barker Clive, un maestro dell'horror che scrive anche per ragazzi… La difficoltà, in questo caso, è stata rendere appieno il mondo delirante nato dalla pura invenzione dell'autore…
Lei è anche scrittrice: che rapporto c'è tra scrittura e traduzione?
Beh, la traduzione è un ottimo esercizio di scrittura. Una disciplina che aiuta a muoversi con maggiore agilità tra i diversi registri della propria lingua. Ma il rapporto finisce qui, perché nella creazione letteraria, poi, entrano in gioco elementi che vanno al di là della scrittura in senso stretto…
Come vengono scelti i libri da tradurre per il mercato italiano?
La casa editrice riceve i titoli dagli editori stranieri o dai loro agenti. Si fa una prima selezione interna e i libri più interessanti vengono affidati ai "lettori", consulenti esterni a cui viene chiesto di compilare una scheda di valutazione. A questo può seguire poi un incontro tra editor e lettore, per approfondire alcuni aspetti… La scelta finale dipende anche dalla possibilità di collocare il titolo all'interno di collane già esistenti, con caratteristiche precise, la sua sintonia con la linea editoriale della casa editrice, la sua vendibilità…
Mi sembra che la letteratura per bambini e per ragazzi non sia dominata dall'inglese, come avviene in altri campi…
Molto tradotta è anche la letteratura dei paesi nordici, che hanno una produzione molto vasta e vivace in questo settore… C'è da dire che molto spesso i paesi nordici finanziano direttamente la traduzione dei loro libri: un enorme vantaggio per gli editori italiani, che possono abbassare i costi di produzione…
Intervista di Stefania Coluccia