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Traduzione, voce dell'arte 
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Intervista a Davide Rondoni, fondatore e direttore del Centro di poesia contemporanea dall'Università di Bologna, critico letterario e traduttore di Rimbaud, Péguy, Dickinson e Baudelaire. Lo abbiamo incontrato per parlare di traduzione di testi poetici, un genere di traduzione dove la lingua non è più soltanto lo strumento per comunicare pensieri e esperienze ma diviene materia di creazione artistica. 

Come si inserisce la traduzione nella sua esperienza di scrittore, poeta e critico?
La traduzione è un gesto artistico, non professionale, perché la radice della traduzione di una poesia è artistica e, da questo punto di vista, assimilabile alla creazione della poesia.

Quali sono secondo lei i tratti fondamentali della traduzione del testo poetico?
Nel corso della mia esperienza di traduttore mi sembra di aver individuato tre o quattro punti decisivi.
Il primo è che la traduzione è un fatto empirico e non teorico e questo essenzialmente perché la lingua è una questione viva. Esiste una teoria della traduzione che da duemila anni dice più o meno le stesse cose, ma la natura della traduzione è quella di essere un'attività concreta.
Il secondo punto riguarda la capacità della lingua d'arrivo; il traduttore deve essere tutto "abitato" dalla lingua in cui scrive e la traduzione deve nascere da un amore per la lingua, altrimenti cosa si scrive a fare?
Poi direi, come terzo aspetto, che ciò che la traduzione deve salvare è il "movimento" del testo, dove per "movimento" mi sembra che si possa intendere il ritmo, il lessico e il significato del testo per il presente. Baudelaire, ad esempio, scrive in alessandrini ottocenteschi; se io oggi traducessi il testo in un italiano dell'Ottocento credo che lo ucciderei perché non lo renderei pienamente fruibile per il lettore contemporaneo. Il problema che si pone dunque è come rendere "presente" il testo al lettore.
L'ultimo aspetto è quello che riguarda la frequentazione. Per tradurre testi poetici bisogna leggere molta poesia, ma non è necessario essere poeti. Se pensiamo a un grande traduttore come Leone Traverso, dobbiamo riconoscere che le sue traduzioni sono di fatto poesie anche se lui non ha mai scritto versi suoi… non è un caso che poeti e traduttori di poesia abbiano da sempre frequentato gli stessi ambienti.

Lei ha tenuto corsi di traduzione poetica: perché avete scelto di includere in un corso di traduzione un insegnamento come questo che non ha grandi sbocchi sul mercato?
Il mercato non richiede traduttori di poesie così come non richiede poeti, ma apprezza le persone che sanno pensare. L'ampiezza e la ricchezza della lingua diventano ampiezza e ricchezza di pensiero, perciò la traduzione del testo poetico aiuta a sviluppare la duttilità e la padronanza della lingua, a fare un lavoro serio e profondo sulla lingua.

Fra le opere che ha tradotto ce n'è qualcuna che le sta particolarmente a cuore?
Ce ne sono due. La prima è una versione poetica dei salmi che ho tradotto dal latino e dal greco. È stata una fatica improba perché si è trattato di confrontarsi con una tradizione molto lontana dalla nostra alla quale noi però dobbiamo molto. E la difficoltà ha riguardato alcuni aspetti particolari come le metafore che sono completamente diverse dalle nostre. Noi, ad esempio, ad una donna diciamo "sei bella come un fiore o come la luna", nei salmi invece si legge "sei preziosa come un vino speziato". Tra la cultura dei salmi e la nostra, c'è uno spostamento di immagine dall'esperienza diciamo gustativa a quella visiva. Il problema è allora come avvicinare quella sensibilità alla nostra?
L'altro lavoro di rilevo è la traduzione di "Una stagione all'inferno" di Rimbaud, forse l'opera maggiore di questo poeta. Si è trattato di un confronto con una delle più grandi esperienze poetiche del nostro tempo che ha anticipato e dato voce a tutta la sensibilità moderna.

Per concludere: la traduzione è un modo per rendere il lettore partecipe dell'esperienza di un altro?
La traduzione nasce dall'esperienza del limite per cui siamo continuamente obbligati a tradurre. Se tu mi dici "mamma" io devo in qualche modo tradurre, cioè interpretare, il significato di questa parola. Se fossimo in Paradiso non ci sarebbe bisogno di traduzione perché non ci sarebbe questa resistenza nel comprendersi. In questo senso, da un lato è vero che la traduzione serve per comunicare un'esperienza. Dall'altro lato però è anche vero che la poesia si scrive e si traduce perché è l'opera stessa che chiede di essere creata, uno lo fa perché deve. Indipendentemente dal modo in cui si sceglie di dare voce a un testo, la motivazione sia della scrittura sia della traduzione è dare la propria vita all'opera.

Per saperne di più su Davide Rondoni:
www.daviderondoni.it

Intervista a cura di Francesca Maganzi Gioeni d'Angiò


 
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