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Tradurre, resistere. Parte II 
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Cresce l'attenzione degli editori e dei lettori italiani nei confronti della letteratura araba. Ma questo profondo interesse si scontra ancora con la carenza di professionisti in grado di divulgare la vasta produzione letteraria in lingua originale araba e di affrontare con competenza le difficoltà della traduzione dall'arabo all'italiano.
Tra le iniziative che mirano a colmare queste carenza, anche il Master in traduzione letteraria della Scuola Interpreti e Traduttori di Vicenza, al quale Elisabetta Bartuli partecipa come docente e membro del comitato tecnico-scientifico. A Napoli, all'interno dei Corsi di Traduzione Letteraria ideati da Magda Olivetti (SETL, Scuola Europea di Traduzione letteraria), è stato attivato anche un corso di arabo.

Abbiamo parlato prevalentemente della letteratura araba contemporanea, ma come stanno le cose nel campo della traduzione dall'arabo in italiano? Qual è oggi l'atteggiamento dell'editoria italiana nei confronti della letteratura araba? E quello dei lettori?
Penso che l'editoria sia, attualmente, alla ricerca di libri da tradurre dall'arabo. Purtroppo, in Italia sono pochissimi i consulenti editoriali preparati e, anche di fronte a buoni titoli da tradurre, rimane il problema della traduzione. Inutile nascondersi dietro a un dito: i bravi traduttori dall'arabo all'italiano sono pochi e nessuno di loro fa questo mestiere a tempo pieno. Purtroppo i danni di traduzioni mal fatte si sentono a tutti i livelli: c'è un costo aggiuntivo per l'editore, che deve far riscrivere interamente il testo o, cosa ancor più grave, quando questo non avviene, c'è l'inevitabile bocciatura da parte del lettore curioso non solo del romanzo appena letto ma della letteratura araba tout court. Penso che siano molti i lettori italiani curiosi, disposti a mettersi all'ascolto di voci arabe, così come hanno fatto con le voci indiane, israeliane, latinoamericane. A questi (potenziali) lettori si deve del rispetto, non è ammissibile che venga loro offerta una cattiva traduzione.

Per quanto riguarda la traduzione dall'arabo, quali sono gli errori più comuni, più diffusi?
Non ha molto senso fare la conta dei singoli errori. Ci sono ovviamente gli "atti di barbarie" nei confronti della lingua italiana e le sviste più o meno vistose di interpretazione (ben presenti sul mercato editoriale italiano di oggi)… Ma per cattiva traduzione io intendo soprattutto un lavoro che non poggi su solide basi teoriche, non individui i problemi specifici dell'incontro tra i due scritti (quello di arrivo e quello di partenza), sia testuali che intertestuali. In breve, traduzioni in cui è evidente l'assenza di strategie seriali: come tradurre i giochi di parole? Come rendere la laicità di espressioni di derivazione religiosa? Come risolvere l'intrusione di varianti linguistiche regionali? Che fare di un proverbio? È lecito introdurre un apparato di note, anche se così facendo si allontana il lettore dalla poetica del testo? Come dar conto di registri in continua evoluzione? Il problema traduttivo si trasforma sempre in un problema etico, poiché comporta uno scambio interculturale.

Che significato assume questo principio fondante della traduzione per chi è chiamato a mettere in dialogo due culture – mondo arabo e mondo occidentale – oggi in aperto conflitto?
Credo che nel caso della narrativa araba, nello scambio interculturale Mondo arabo-Italia, l'etica sia imprescindibile. Scelte traduttive sbagliate – dico volutamente scelte e non decisioni – ci impiegano un attimo ad avvalorare stereotipi, a rispedire la cultura rappresentata indietro di decine di anni. Talvolta è sufficiente una cosa apparentemente banale, ad esempio l'uso di termini arcaicizzanti…

Può farci un esempio concreto?
Ce ne sarebbero molti… Con un vistoso calco dalla traduzione francese e inglese, è d'uso rendere il termine qarya (paese, agglomerato urbano, cittadina di piccole dimensioni…) con "villaggio". Ora, cosa intende il lettore italiano per villaggio, se non un insieme raffazzonato di tende o baracche senza alcuna organizzazione stabile? Riesce a comprendere che i "villaggi" dell'Alto Atlante marocchino, ad esempio, sono nuclei urbani in senso compiuto e non provvisori stanziamenti di nomadi? Ancora: come può, il lettore italiano, visualizzarsi il disastro dell'esodo palestinese da "villaggi" in cui, già negli anni Quaranta, centinaia e a volte migliaia di persone vivevano in strutture murarie che comprendevano, oltre alle case, luoghi di culto, uffici municipali, istituzioni scolastiche, posti atti alla socializzazione?

Però ci sono anche esempi positivi…
Ricordo ancora l'espressione divertita di Michele Cocuzza, durante un telegiornale, mentre riportava una frase di Saddam Hussein tradotta alla lettera. Si trattava dell'annuncio dell'imminente scoppio della "madre di tutte le battaglie". In realtà, "la madre di" (Umm al-…) è una bellissima e poetica espressione idiomatica araba che significa "la più importante di". Sono passati alcuni anni da quel telegiornale, ma a farci caso l'espressione "madre di" ora viene usata spesso, con leggerezza, direi. E poi ci sono tutti quei termini entrati nella nostra cultura attraverso i racconti. Pensi ai termini culinari… oramai cus-cus o kebab vengono usati senza bisogno di glosse, note a piè pagina, spiegazioni a fondo libro: segno evidente che li si considera termini ormai acquisiti. Con un po' di pazienza, e di traduzioni ben fatte in più, questo avverrà anche per altre parole.

Intervista di Stefania Coluccia

 


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Tradurre, resistere. Intervista a Elisabetta Bartuli Parte I

 
 
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