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Figli di una musa minore? 
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È il vissuto storico così profondamente diverso a ostacolare una diffusione sistematica della letteratura ungherese in Italia. E a rendere difficili le traduzioni. Ad essere incomprensibili agli occhi di chi si trovava aldiqua della cortina di ferro non sono solo gli stati d'animo, ma anche certe sfumature sematiche e ironiche della lingua.
A sostenerlo è Antonio Sciacovelli, direttore del Dipartimento di Italianistica presso la Scuola di Studi Superiori "Dániel Berzsenyi", Szombathely, Ungheria.

Il punto di vista di chi si occupa, per mestiere, passione o motivi anagrafici, di una "letteratura minore", è sempre fazioso: quando in Ungheria ci si azzarda a criticare lo scarso interesse degli italiani per gli scrittori magiari, è naturale difendersi elencando autori, titoli, case editrici, iniziative editoriali, per confondere gli interlocutori. Mentre ad amici e colleghi italiani si riserva il pianto greco di chi vede questa presenza della letteratura ungherese in Italia limitata a pochi autori, soltanto in parte rappresentativi di una tradizione culturale che trova più apprezzabili riconoscimenti in altri Paesi europei (Francia, Germania).
Questo perché in Italia le scelte editoriali non sempre riflettono una continuità culturale vera e propria, ma ancora si limitano a divulgare in forma espisodica la letteratura di questo paese.

Numerose difficoltà sono senz'altro da rimandare ai problemi di traduzione. Sarebbe necessario che le opere venissero tradotte dalla lingua originale, e non si tratta di un'affermazione lapalissiana: in Italia il primo romanzo del Premio Nobel Imre Kertész, del 1975, Sorstalanság (Essere senza destino), è stato tradotto dal tedesco, ma non è raro che ciò avvenga anche in altri paesi (anche il piú noto romanziere Sandor Márai viene spesso tradotto dal tedesco, è successo in Inghilterra!). Non è semplice formare traduttori che sappiano tesaurizzare lo studio profondo della lingua e della letteratura ungherese, la conoscenza diretta della storia recente di questo Paese (che non si impara sui libri o nelle aule universitarie, ma attraverso un contatto quotidiano con la cultura che si è scelto di approfondire), e siano capaci di garantire l'autenticità dell'approccio all'autore, all'opera, ai riferimenti che essa contiene e che non sono immediatamente intelligibili. Eppure c'è una nuova generazione di traduttori che sembra muoversi nella giusta direzione.

Del resto, a rendere complicata la diffusione di opere ungheresi in Italia contribuisce non solo la scarsità di intermediari linguistici e culturali, ma anche la sensibilità del pubblico. In realtà, credo che il lettore medio sappia ben poco della storia di questi paesi dal 1945 ad oggi, del regime kadariano, del clima di controllo, del blocco sovietico. L'Europa occidentale è ancora sommersa da tonnellate di informazioni spesso tendenziose e quasi sempre prodotto di stereotipi che sarà difficile abbattere.
Se ci soffermiamo sul caso particolare delle opere di Kertész, non possiamo fare a meno di notare che la sua quadrilogia (da Essere senza destino fino a La liquidazione) inquadra un periodo particolare della storia ungherese, che un "occidentale" è difficilmente in grado di cogliere nella sua complessità. La sensazione di sentirsi privati di un destino, che comincia storicamente negli anni della persecuzione ebraica, non trova soluzione di continuità, non passa attraverso le "liberazioni", le "svolte" che la storia ufficiale registra.
Anche per questo motivo la narrativa di Sandor Márai soddisfa più facilmente le aspettative del mercato editoriale italiano. Nelle opere di Márai si descrive un'Ungheria non ancora sconvolta dall'oppressione del socialismo reale.  Lo stesso vale per la saga di Péter Esterházy recentemente tradotta in italiano. Harmonia Caelestis, monumentale opera di fine-inizio secolo che ha riscosso un lusinghiero successo in Italia, rappresenta forse il "giusto mezzo", poiché, nonostante la sua complessità di scrittura, offre al lettore una immagine ampia della storia ungherese, che lo guida lentamente attraverso periodi sconosciuti rendendo meno brusco l'impatto con determinate tematiche.

La complessità della cornice storica e culturale in cui si muovono gli autori del secondo dopoguerra si riversa inevitabilmente sulla lingua. I traduttori si trovano a fare i conti con parole la cui semantica è stata modificata e caricata di un vissuto particolare. Un esempio per tanti. Non possiamo dimenticare che la complicata – e spesso kafkianamente assurda – burocraticizzazione dei regimi comunisti riserva al traduttore grandi fatiche proprio nell'esprimere sfumature amaramente ironiche che l'italiano non possiede. Si tratta di un gergo che individua il rapporto dell'uomo con le istituzioni e ne esprime tutto il reciproco disprezzo. 
Nella traduzione di Fiasco,  il secondo romanzo di Imre Kertész, poche ma importanti sono le difficoltà di resa di alcuni termini isolati, legati al periodo storico o a registri particolari dell'ungherese. Un esempio generale potrebbe essere la polisemanticità del termine vecchio (con cui viene sempre indicato il protagonista) che traduce l'ungherese öreg anche nei significati a cui forse non pensiamo, dato che oltre all'età anagrafica ed alla condizione umana (che si svolge in almeno due segmenti temporali ben distinti), nasconde una sfumatura di simpatia nei confronti del protagonista.

Antonio Sciacovelli

 


 
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