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Tradurre per comunicare. Macchine di sopravvivenza per i memi
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Tradurre per comunicare. Macchine di sopravvivenza per i memi
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Considerata spesso come la cenerentola tra le varie forme di comunicazione, la traduzione incide in realtà sul nostro presente in modi insospettabili. Sí, perché media, produce, tutela e aggrega le culture. |
Sarà che si è ritrovata a lungo – almeno per buona parte del secolo scorso – a rivestire il ruolo di cenerentola tra le diverse forme di comunicazione, sarà che in quei panni ha finito per trovarcisi quasi bene: la traduzione sembra prigioniera del mondo e del tempo incantati delle fiabe. Facile lodarla, facile ignorarla. Difficile invece apprezzarla o criticarla con cognizione di causa: ossia comprenderne il valore intrinseco e riconoscere i fili che la legano al farsi del nostro presente, del nostro futuro più o meno prossimo. Che pure ci sono, sottili e molteplici. Che si palesano, inequivocabili per quanto anche solo accennati, non appena si accetta di ribaltare la prospettiva, di abbandonare la metafora lisa delle favole per abbracciarne una forse più prosaica ma più moderna: la traduzione non come "pulzella brava, bella e buona" che una matrigna invidiosa tiene reclusa nella parte grigia del mondo, bensì come macchina di sopravvivenza per memi.
Se l'idea di meme si deve a Richard Dawkins, che l'ha introdotta nella sociobiologia con The selfish gene (1976), l'idea della traduzione come macchina di sopravvivenza per i memi viene da Andrew Chesterman, che l'ha accolta all'interno delle scienze della traduzione con Memes of Translation (1996). E offre spunti interessanti di riflessione. Meme è il termine coniato da Dawkins per indicare una "unità di trasmissione di cultura", un culturema. Memi possono essere ad esempio le canzoni, particolari modi di dire e di vestire o le idee che circolano all'interno di una data comunità, che passano di mente in mente attraverso un processo di imitazione. Tanto che la cultura stessa, in quest'ottica, viene intesa come "popolazione di memi". Seguendo le leggi darwiniane di selezione naturale, i memi – o meglio, la loro fortuna o sfortuna nel diffondersi all'interno di un gruppo sociale – determinano le dinamiche, segnano i tempi e le direzioni dell'evoluzione culturale. Ma così come i geni hanno bisogno di un corpo per assicurarsi la sopravvivenza, anche i memi hanno bisogno di veicoli che assicurino loro il passaggio di mente in mente. Ed è a questo punto che l'idea si fa interessante anche per le scienze della traduzione: se infatti la circolazione dei memi all'interno di una cultura implica il linguaggio, allora il passaggio di memi da una cultura all'altra chiama direttamente in causa la traduzione. Ovvero: la traduzione rappresenta il mezzo necessario ai memi per poter uscire dalla cultura che li ha generati, raggiungere un numero maggiore di menti, entrare nelle dinamiche evolutive di altre culture. Assicurarsi maggiori chance di sopravvivenza, indipendentemente dal destino della cultura che li ha per prima generati.
Ed è questa la prospettiva che meglio consente di comprendere quanto la traduzione –– intesa sia come "mestiere" sia come prodotto di tale mestiere – svolga un ruolo tutt'altro che passivo e neutro, di semplice servizio, nell'evoluzione delle culture. Essa partecipa direttamente all'intero processo: ha di fatto il potere di determinare i contenuti e i modi in cui le culture dialogano tra loro. È nella sua natura. I traduttori non sono forse essi stessi delle "menti"? Menti del tutto particolari, inteso: portatrici di memi appartenenti a culture diverse ma anche dei memi che, in un dato momento storico, determinano come e quanto queste due culture debbano dialogare tra loro. La traduzione è mediazione culturale, sì, ma partecipa essa stessa, direttamente, della cultura di dialogo che in una determinata epoca storica lega (o divide) società diverse. È un punto delicato, non un problema. A meno che, traduttori e lettori, non si continui a credere alle favole.
Stefania Coluccia
17.01.2005
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