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Niente pulpito e niente telecamera fissa: preferisce rimanere sotto il palco e muoversi tra il pubblico, parlando direttamente alla gente. Piccole e precise indicazioni quelle che Jeremy Rifkin dà agli organizzatori non appena arriva nella sala in cui terrà il suo discorso. | |
Questo signore sulla cinquantina, dallo sguardo acuto e penetrante, si muove con destrezza in mezzo alla sala (al suo attivo, negli ultimi 30 anni, lezioni in oltre 500 università di 20 stati diversi), incurante degli sguardi interrogativi degli organizzatori, che lo seguono, intimoriti e frastornati, cercando di assecondare le sue richieste.
Non ama i formalismi, l'economista americano, abituato a parlare di fronte a importanti politici e alle commissioni internazionali. Si informa subito sul numero di studenti che saranno presenti, se in tanti, potranno sedersi anche sul palco come ad un informale raduno studentesco. È proprio ai giovani che Rifkin parla quando espone, dati alla mano, le sue teorie. Eventi quali la tragedia dello Tsunami devono farci capire che non possiamo più aspettare, di fronte alla potenza distruttrice della natura, a nulla valgono i mezzi tecnologici di cui ci siamo dotati, ma il progresso tecnologico deve diventare un valido alleato per porre un rimedio a quella che non si poteva dire non essere una catastrofe annunciata.
Il grande economista americano, consigliere personale di molti influenti politici, tra cui Clinton e Prodi ai tempi della sua presidenza alla Commissione Europea, ha inserito nella sua fitta agenda di impegni e viaggi anche Bolzano, sede proprio in questi giorni della fiera internazionale del veicolo a gas naturale e ad idrogeno.
Da molti definito il guru, il visionario, il profeta della terza grande rivoluzione della storia, da altri invece ostacolato per le sue previsioni catastrofiche o anche deriso per le sue visioni un po' ingenue ed utopiche del futuro. Ma chi è Jeremy Rifkin?
Annoverato dal National Journal come uno delle 150 persone negli States che maggiormente hanno influenzato la politica del governo americano, la biografia di Rifkin si può definire quella di un' attivista professionista. Nato a Denver nel 1943, una laurea in economia alla Wharton School dell'Università della Pennsylvania e una seconda laurea in affari internazionali alla Fletcher School of Law and Diplomacy alla Tufts University, Jeremy Rifkin è oggi presidente della Foundation on Economic Trends a Washington (USA) e della Greenhouse Crisis Foundation.. Già a ventanni, prese parte al movimento pacifista negli USA e fondò nel 1969 la Citizen Commission, un'associazione che voleva portare alla luce i crimini di guerra degli stati Uniti d'America durante il conflitto del Vietnam. A partire dagli anni '70, la sua missione di studioso e di attivista politico si rivolge al mondo della globalizzazione e delle nuove tecnologie. Ogni volta che Rifkin mette mano alla penna, ne esce un bestseller.
Dopo The End of the Work del 1995 in cui descrive l'impatto della rivoluzione tecnologica sull'occupazione, con la progressiva sostituzione del lavoro umano con le macchine, nel 1998 con The Biotech Century: Harnessing the Gene and Remaking the World, il grande bersaglio diventa la biotecnologia. Quello a cui stiamo assistendo è uno dei cambiamenti più grossi della storia della civiltà, una vera e propria rivoluzione dell'economia globale: dai combustibili fossili, dai metalli e dai minerali – le materie prime della rivoluzione industriale – si passa ai geni, al commercio genetico, le materie prime del secolo della biotecnlogia. La manipolazione del DNA, la fusione cellulare, la clonazione sono potenti strumenti nelle mani dell'uomo, che permettono all'uomo di creare una seconda genesi, di agire come Dio, ma, mette in guardia Rifkin "Se ci sono molti vantaggi, bisogna anche fermarsi a pensare alle implicazioni ambientali, sociali ed etiche di questo salto straordinario della storia, questo balzo verso un nuovo mirabile mondo biologico, un Brave New World biologico". Lungi dall'arrogarsi un titolo di scienziato che non possiede, Rifkin, denuncia, nello stile chiaro e diretto con cui è capace di comunicare alla gente comune, il profondo rischio di uno sfruttamento commerciale e monopolizzato del "serbatoio genetico" del pianeta e lancia l'allarme al futuro "inquinamento genetico". Nei prossimi anni, centinaia, migliaia di organismi geneticamente manipolati verranno immessi sul nostro suolo e nelle nostre acque per creare nuovi vegetali, nuove fonti di energia, un nuovo settore di attività. Piante che producono plastica, piante che secernono prodotti chimici, farmaceutici e vaccini. Fantascienza? Nient'affatto, spiega Rifkin, questo è quello su cui stanno lavorando al momento alcune società americane. La domanda che segue è allora: che succede agli uccelli, agli insetti e ai microrganismi e agli animali che si nutrono di piante che producono plastica e prodotti chimici? Ai posteri l'ardua sentenza! Non è una visione apocalittica quella che Rifkin propone, tutt'altro, c'è sempre in lui uno spiraglio positivo: questa nuova scienza può essere usata in modo molto più intelligente e sottile per progredire e migliorare la vita dell'uomo, senza per questo trasformarsi in Dio.
Ma c'è una nuova minaccia alle porte: 2020, 2030, se siamo fortunati 2040, tutte le riserve di gas e petrolio si estingueranno. La risposta è lì, a portata di mano, è la fonte di energia più leggera e diffusa su tutto il pianeta, è la fonte delle nostre stelle e del sole, l'unica fonte inestinguibile: è l'idrogeno, the "forever fuel", come lo definisce Rifkin nel suo libro "The Hydrogen Economy". Dopo la rivoluzione agraria e quella industriale, il XXI secolo sarà segnato dalla Rivoluzione dell'idrogeno: "La tecnologia a idrogeno modificherà in maniera determinante il nostro sistema economico, sociale e politico, perché l'idrogeno è più che un'alternativa alla benzina. È una sfida per tutti noi".
(Stefania Campogianni)