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Colombia: tutela delle minoranze, ma solo sulla carta 
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Nella costituzione colombiana si riconosce la multi-etnicità e la pluri-culturalità dello Stato, nonché la tutela dei gruppi etnici (Articolo 7 Costituzione). Il 10% della popolazione è di discendenza africana, mentre i popoli indigeni,  rappresentano il 3,28% del totale della popolazione colombiana (42.090.502 abitanti, secondo l'ultimo censimento svoltosi nel 2005), contando 1.378.884 membri suddivisi in 92 gruppi, che hanno a disposizione il 29,8% del territorio nazionale.

Secondo questi dati si potrebbe pensare che la Colombia, a differenza di altri stati centroamericani, stia rispettando i diritti e garantendo la sopravvivenza delle popolazioni indigene, ma la realtà è diversa: le comunità si stanno dividendo e stanno subendo ogni giorno di più la mancanza di un reale riconoscimento dei propri diritti. La stessa Organización Nacional Indígena de Colombia (ONIC) ha denunciato un vero e proprio "etnocidio" da parte dei gruppi paramilitari e dello Stato. La ONIC ha sottolineato che questo sterminio sta avvedendo per un duplice motivo: i popoli indigeni abitano in zone non solamente ricche di risorse naturali (e come tali di forte interesse per le multinazionali), ma anche contese nel conflitto armato che ha interessato la Colombia negli ultimi anni. 
Con il "neoliberalismo", che ha portato all'apertura ai mercati e alla globalizzazione dell'economia, si sono notati sempre di più gli interessi delle multinazionali e l'esigenza del mercato di risorse naturali come il petrolio.  Inoltre si è imposta la necessità di controllare altre risorse strategiche quali l'acqua, la biodiversità, il legname, il rame, o ancora le grandi distese di terreni coltivabili per le monocolture legate alla produzione di biocombustibili (olio di palma, canna da zucchero, ecc.). Questi forti interessi economici spiegano sia l'alto tasso di mortalità in questo territorio (abitato da popolazioni indigene da prima della "conquista"), sia l'affanno del governo colombiano per modificare la legislazione che protegge questi territori.

Fin dagli anni '60 il governo nazionale ha iniziato a progettare speculazioni in questi territori. Tra i più noti, il "Plan Pacífico" , permise la costruzione di una serie di infrastrutture (porti, aeroporti, strade e impianti idroelettrici) per sfruttare le risorse della "ricca" regione costiera (inter alia, biodiversità, boschi naturali, acqua dolce, petrolio, oro, e rame).
Le popolazioni indigene che abitano la zona opposero una forte resistenza a questo piano che non considerava né i loro interessi, né le loro necessità, la loro cosmovisione e la loro cultura. Il governo in carica li accusò di opporsi allo sviluppo e all'interesse generale della nazione, interrompendo il processo di ampliamento della tutela e di  re-distribuzione dei territori alle comunità indigene. Il 29% del territorio nazionale occupato da queste ultime, infatti, non è distribuito equamente tra tutti i gruppi e non è nemmeno completamente coltivabile: molti terreni sono paludosi, esposti o soggetti ad erosione, rendendo impossibile la produzione agricola. Inoltre, molte delle zone "indigene" sono in realtà in mano a stranieri o a narcotrafficanti, che le hanno espropriate con la forza.
Il metodo più "efficace" per privare i popoli indigeni (e i contadini, i "campesinos") dei propri territori tradizionali, è stata, però, la realizzazione del "progetto paramilitare", tramite l'applicazione di metodi di terrore generalizzato nei confronti della popolazione e dei leader locali. I dati iniziali della "guerrilla" parlano da sé: nei primi anni 530 persone erano state fatte scomparire ("desaparecidos"), e circa 2.121 detenute arbitrariamente. Metà della popolazione indigena era stata fatta sfollare, e circa 2.780 persone indigene, di cui 1.900 leader o autorità, uccise dalle parti in conflitto (nel 57,2% dei casi lo Stato, e nel 18,6% i gruppi paramilitari).
Gli ultimi dieci anni sono stati, però, i più difficili per le popolazioni indigene.  Secondo i dati delle organizzazioni che si occupano di diritti umani, in questo periodo al giorno, in media, 19 persone indigene vengono sfollate, un giovane indigeno viene arruolato contro la proprio volontà e un altro viene imprigionato arbitrariamente.  In questa stessa decade 188 indigeni sono stati torturati, ogni anno sono stati mutilati 7 bambini indigeni, e ogni mese sono sparite 4 persone e 16 sono state assassinate. A causa di questi crimini 18 gruppi indigeni corrono il rischio di estinguersi. Dal 1997 al 2007 il numero di crimini è, inoltre, aumentato: 434 sparizioni forzate, 1.897 esecuzioni extragiudiziali, 1.660 detenzioni arbitrarie, 1.478 reclutamenti forzati, 135.224 minacce dirette a leader indigeni,  71 morti a causa di mine antiuomo, 67.749 sfollati, 242 sequestri, e 188 persone torturate. Si stima che il coinvolgimento dello Stato in questi crimini abbia raggiunto il 61%, mentre quello dei paramilitari il 19,6%.
Sotto l'attuale governo di Álvaro Uribe Vélez (eletto presidente nel 2006), sono stati commessi il 45% degli omicidi degli ultimi 30 anni, ed inoltre sono stati istituiti sei nuovi "Battaglioni di Alta Montagna" ("Batallones de Alta Montaña") che hanno operato in territori indigeni. Il Sistema di Infomazione CECOIN  registra che durante questo governo si sono verificati almeno 1.643 casi di violenza politica (omicidi a sfondo politico, detenzioni arbitrarie, minacce, reati di concussione e abusi di autorità) nei confronti degli indigeni, rispetto ai 1.231 casi analoghi del governo precedente. Allo stesso tempo il numero degli sfollati ha subito un aumento allarmante. Da più di 5.100 persone sfollate registrate nel 2002, si è passati a 4.602 del 2003, 7.901 del 2004, a più 23.700 nel 2005, mentre nel 2006 la cifra si è ridotta a 5.487 persone. Questi sfollamenti si sono verificati soprattutto nelle zone del Chocó, Guajira, Nariño, Cauca e Huila, in cui ha avuto luogo un aumento della presenza militare dello stato.
Le popolazioni indigene sono costantemente danneggiate dal conflitto armato. Un "semplice" scontro tra la FARC e l'esercito colombiano verso metà marzo 2008 a Tacueyó (Toribio, Cauca), ha lasciato un indigeno morto, più di 10 feriti, circa 32 abitazioni rovinate, quasi distrutte, e varie comunità sfollate (600 persone), secondo le auorità indigene del Cauca.
Allo stesso tempo gli indigeni fanno perno sul rafforzamento dell'autonomia e sul riconoscimento dei propri diritti. In questo senso si inserisce l'adozione della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei Popoli Indigeni, approvata il 13 settembre 2007, che, senza valida giustificazione, è stata rifiutata dal governo colombiano che ha reso nota la sua astensione al voto, violando l'obbligo costituzionale di rispettare i diritti, l'autonomia, il territorio e la cultura dei popoli indigeni.
La mancata firma di tale Dichiarazione ONU, coincide con l'attuazione della legge n.1152 del 2007 del governo attuale, secondo cui non si riconoscono i territori indigeni, s'informa del rifiuto di continuare la re-distribuzione dei territori tradizionali e si dà via libera alla legalizzazione delle terre sequestrate dai narcotrafficanti, latifondisti e paramilitari ai gruppi indigeni, ai contadini, e alla minoranza di discendenza africana.
Alla strategia di repressione militare e del controllo sociale da parte dell'esercito e dei paramilitari, si aggiunge quella "giuridica" finalizzata a espropriare gli indigeni delle proprie terre e a favorire le imprese multinazionali che oggi sono proprietarie di una gran parte del territorio nazionale. Negli ultimi anni si sono attuate norme che mirano a privatizzare le risorse naturali, quali le normative forestale, di gestione delle acque, delle zone dell'altopiano Andino, il codice minerario, e la menzionata legge 1152, nonché lo statuto dello sviluppo rurale. Come conseguenza ultima di tutto ciò,  le comunità conservano il titolo collettivo, ma non possono esercitare il diritto di proprietà sui propri territori che vengono saccheggiati dalle imprese multinazionali. Si tratta, purtroppo, di una sorta di "legalizzazione" di atroci crimini commessi contro l'umanità.
Nonostante tutto ciò, i popoli indigeni continuano a resistere e non vogliono abbandonare i loro territori tradizionali, nè rinunciare alla rivendicazione di vita, dignità, autonomia, territorio, autogoverno e autodeterminazione. Uno dei migliori esempi consiste nella lotta che conducono le comunità del Cauca con la loro strategia della "Liberazione della Madre Terra", il cui obiettivo consiste nel recupero dei territori ancestrali attualmente occupati da latifondisti, paramilitari o narcotrafficanti. Sebbene questi ultimi possano, tristemente, contare sull'appoggio dell'attuale governo nazionale, la resistenza indigena non si ferma e non si vuole nè può fermare, sperando di contare anche sulla pressione internazionale. La situazione non è certo rosea, ma la speranza che qualcosa si muova, almeno a livello internazionale, rimane.


30.07.2008

Adriana Arboleda Betancur

Adriana Arboleda Betancur è avvocato presso la Corporación Jurídica Libertad, una ONG di Medellín (Antioquia) che opera nell'ambito dei diritti umani in Colombia. Adriana Arboleda Betancur si occupa al momento di accompagnamento e di assistenza legale alle comunità indigene e a quelle di discendenza africana a Chocó (Colombia). Esercita inoltre come consulente per il Movimento Nazionale delle Vittime dei Crimini dello Stato colombiano (Movimiento Nacional de víctimas de crímenes de Estado).

Foto:
http://www.oei.es/cultura2/colombia/imagenes/3-1-2.gif
http://www.rel-uita.org/internacional/ddhh/colombia_indigenas.htm
http://www.onic.org.co


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