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Achuar, un popolo in cammino tra spinte globali e attaccamento alle origini 
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A pochi mesi dall'adozione della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, approvata dall'Assemblea Generale lo scorso 13 settembre 2007, e che vede l'Ecuador tra le 143 nazioni che hanno espresso voto favorevole, il paese dovrà ora dimostrare se saprà rendere efficace la sua adesione attraverso la compilazione della nuova Costituzione della Repubblica, ancora in fase costituente.


Soddisfacenti risultati sono già stati ottenuti grazie alle capacità e all'organizzazione dimostrata dai rappresentanti indigeni riuniti nella CONAIE, la Confederazione delle Nazionalità indigene dell'Ecuador, nata nel 1986 dalla fusione delle maggiori federazioni regionali impegnate nella lotta per la terra e la difesa della cultura ancestrale indigena. Organo che unisce le 13 nazionalità indigene riconosciute nel paese, con il proposito di difendere e garantire integrità ai popoli indigeni, rappresentandoli a livello nazionale e internazionale. A partire dalla metà degli anni Novanta, spinti da ideali riformisti basati su una visione dello Stato "multietnico e plurinazionale", i dirigenti del  CONAIE hanno consolidano il nuovo spazio politico indigeno aprendosi ad alleanze con altri settori sociali del movimento popolare: nasce il partito politico Pachakutik.

E' fondamentale che la salvaguardia dei diritti collettivi sulle terre e quello all'autodeterminazione – diritti direttamente o indirettamente reclamati da più di un terzo della popolazione – affermati nella Costituzione del 1998, vengano riconfermati nella nuova Carta costituzionale, anche o soprattutto per la tutela dei popoli e dell'ambiente rispetto all'intervento delle imprese straniere.

Le lotte sociali e politiche sono state certamente il motore principale in questi successi ma uno degli aspetti propedeutici all'organizzazione in movimenti e partiti politici da parte delle etnie indigene è sicuramente l'aspetto culturale. Nell'oriente ecuadoregno, nelle zone in cui risiedono le comunità indigene Achuar, un importante contributo all'alfabetizzazione e allo sviluppo di una consapevole identità, in quanto popolazione portatrice di diritti e doveri, viene realizzato dal Centro culturale Achuar, attivo dal 1989 nella comunità di Wasak'entsa – situata nella foresta ad un'ora di aereo dalla città di Macas, l'unico mezzo di trasporto che collega l'Amazzonia alle città – e dalla libreria Abya-Yala con sede a Quito. Le due istituzioni sono sorte per volere dei salesiani di Don Bosco.

Quella missionaria è non a caso la prima testimonianza di un contatto tra le popolazioni indigene dell'Amazzonia e la "civiltà moderna". Seppur risalenti al 1500, le missioni assunsero forma stabile solo a partire dalla seconda metà del Novecento. La vita di padre Giovanni Bottasso, salesiano di Cuneo, e le esperienze di convivenza con la popolazione Achuar di padre Luigi Bolla Sartori, salesiano nato in provincia di Vicenza, rappresentano l'impegno a favore dello sviluppo culturale e identitario di questo popolo.
"A partire dagli anni '50  visitavo periodicamente le zone Achuar –  due o tre volte l'anno  – erano questi anni di guerre tribali molto forti (tra gli Achuar),  non volevano che nessuno s'intromettesse nei loro problemi" spiega Bolla in una recente intervista contenuta nel  video documentario Ritratti missionari, "Gli Achuar, fino a qualche decina di anni fa semi nomadi,  gruppi di famiglie unite in strategiche alleanze nelle guerre, attualmente stanziali, vivono in comunità conformate da varie famiglie(…) Nella cultura Achuar il padre insegna ai figli i segreti della loro gente, i costumi, la lingua, l'uso degli strumenti, i riti penitenziali, l' uso della cerbottana, la costruzione della casa".
"Noi missionari... siamo "ponte", ci auguriamo che un po' dei valori e delle bellezze del nostro popolo passi all'altro e viceversa… non solo evangelizzazione, ma anche inculturazione", afferma  con convinzione in un'altra intervista, nel 2006.

L'etnia Achuar ha una presenza binazionale. In Peru sono stanziati nelle province Alto Amazonas e Loreto. In Ecuador, nella zona chiamata Transcutucú (oltre la cordigliera Cutucú), nelle province di Pastaza e Morona Santiago. In totale 12.500 individui, 5450 dei quali vivono in Ecuador, riuniti in 830 famiglie organizzate in 56 centri, che a loro volta conformano 8 associazioni (volontarie - primo grado di organizzazione con valore istituzionale e politico), quattro in ognuna delle province.

Le associazioni sono unite nella FINAE, Federazione Interprovinciale delle Nazionalità Achuar dell'Ecuador, massima istituzione che li rappresenta a livello nazionale e internazionale. La proprietà del terreno è collettiva: secondo i dati riportati dal CODENPE (Consiglio per lo Sviluppo delle Nazionalità e popoli dell'Ecuador) nel 2002, 884mila ettari erano ufficialmente riconosciuti alle comunità Achuar, ma mancano ancora 133mila ettari da legalizzare.

Il popolo Achuar mantiene ben radicate le proprie cultura ed identità . Devoto al dio Arutam che rappresenta fin dai tempi ancestrali la"massima energia" ed è protettore della Selva, questo popolo conserva ancora i propri costumi: dalla lingua al consumo continuo e massivo della chicha, bibita fermentata a base di yucca (un tubero), e della wayusa, una bevanda calda, mate della pianta wayus, oltre alle tradizionali decorazioni al volto durante le feste e le cerimonie ufficiali. Rispettosi di precisi principi morali, come l'onore, la sincerità, la forza e la determinazione, gli Achuar seguono rigidi comportamenti formali, sia nelle riunioni che in casa, e praticano la poligamia.

L'uso del suolo è soggetto a regolamenti e le proprietà sono demarcate da confini che ne assicurano il rispetto. Minuziosa è la conoscenza dell'ambiente. Non avendo un calendario agricolo, si basano su indicatori naturali, come il tempo delle piogge e le stagioni. Poiché la maggior parte delle terre è foresta vergine, dal terreno coltivabile gli Achuar hanno sviluppato un'economia di sussistenza basata sull'orticultura itinerante e il lavoro collettivo. La principale coltivazione è quella dei tuberi, specialmente la yucca, cui seguono i frutti, il cacao, il maní (arachidi), il platano (simile alla banana), e le piante medicinali. Con l'uso di particolari cerbottane, gli uomini si dedicano alla caccia e alla pesca, mentre alle donne e ai più giovani è riservato il lavoro dei campi. 

In minima parte dipendenti dal mercato, verso cui dirigono solo le eccedenze agricole e una piccola produzione artigianale, gli Achuar realizzano attività di turismo responsabile, controllano una cooperativa di risparmio e gestiscono addirittura una piccola impresa aerea. Minimo il fenomeno migratorio, è determinato unicamente dalla ricerca di lavoro.

Tradizionalmente trasmessa unicamente in forma orale, la lingua achuar chicham appartiene alla famiglia linguistica Jivaroana, ed ha iniziato ad essere trascritta proprio dai missionari. Luigi Bolla fu tra i primi, negli anni '70, a redigere alcuni testi scolastici – uno dei quali tradotto anche in italiano grazie all'impegno volontario di un amico. Bolla è anche autore di alcuni dizionari di botanica, zoologia ed ittiologia, e della versione in lingua Achuar del Nuovo Testamento. I testi sono stati pubblicati grazie al sostegno del Vis (Servizio volontario internazionale).

Dopo quasi un ventennio di presenza missionaria nelle zone Shuar e Achuar, su richiesta della stessa popolazione – che ormai confidava nell'opera dei salesiani, impegnati in attività evangeliche, di censimento, come nei lavori quotidiani all'interno delle comunità – è nato il centro di cultura e formazione di Wasak'entsa, comprendente anche un centro di salute, al quale si aggiunsero le "estensioni" nelle comunità di Pumpuentsa e Wampuik. L'insegnamento, delegato al Collegio salesiano in cui operano oltre ai missionari anche volontari, suore marianite e alcuni docenti permanenti, Achuar e mestizo (meticci, nati da un genitore indigeno e un "bianco") – è comunque soggetto al "controllo" della popolazione. Il terreno e le costruzioni in cui si struttura il collegio sono infatti di proprietà dell'organizzazione Achuar.

Come  spiega Edith Molina, professoressa del collegio in un'intervista del 2006 contenuta nel video  Il sorgere della Chiesa Achuar: "C'è una sola etnia, in un'unica parrocchia civile. Frazionati tra cattolici, evangelici ed un consistente gruppo che conserva il credo tradizionale. L'educazione è interculturale e bilingue, achuar e castigliano(…) e le materie sono abbordate a partire dalla loro cultura, sulla base dei ricorsi didattici ricavati dall'ambiente stesso". 

Sono oltre 150 gli studenti, ragazzi e ragazze, che ogni anno frequentano – per la maggior parte in internato – i corsi tenuti dal collegio: dal livello primario, fino all'educazione universitaria (salesiana).

L'importanza "di lasciare scritte le nostre conoscenze", affermata da Chuji Tukup Chiriap, direttore del collegio di Wasak'entsa, costituisce la base del lavoro svolto nel Centro culturale, libreria e Casa Editrice Abya-Yala, fondati alla fine degli anni '70 da padre Giovanni Bottasso, e tuttora modello di sostegno e diffusione delle conoscenze indigene per tutta l'America Latina:
"Abbiamo capito che, con l'evangelizzazione, il nostro dovere era ed è salvare gli indios come popolo, come cultura, ed inserirli nel mondo moderno(…) creare una coscienza della loro cultura e dei valori tradizionali(…) Numerosi professori, etnologi, missionari, studenti, universitari, fanno studi sugli indios(…) questi studi bisognava tradurli in spagnolo e pubblicarli qui in America Latina, anche in modo artigianale, semplice, accessibile agli stessi indios(…) Oggi, grazie a Dio, sono entrate in campo altre forze(oltre alla Chiesa…) Gli indigeni non vogliono che parliamo in nome loro(…) quindi mettiamoci su un piano di parità di vera fraternità e scambio".

Attraverso queste parole, pronunciate da padre Bottasso in un'intervista del 1989 sulla rivista Mondo-missione, comincia ad intravedersi in maniera piuttosto chiara la doppia consapevolezza che arricchisce la cultura indigena Achuar e l'opera missionaria nelle loro relazioni. Da un lato la consapevolezza di un popolo che, sempre più intaccato dalle logiche economiche e politiche globali, è costretto ad abbandonare alcuni aspetti della propria tradizione, aprendosi all'esterno.

Un lungo e variegato processo, che dallo studio e dalla razionalizzazione della propria lingua e cultura si avvicina alla conoscenza delle diverse realtà nazionali ed internazionali – fino a pochi decenni fa completamente ignorate – per giungere finalmente alla garanzia di rappresentanza politica dei propri diritti in seno al governo nazionale. Dall'altro, il riconoscimento da parte dei missionari del mutamento del proprio ruolo all'interno delle comunità: non più portatori di un sapere superiore, col quale educare selvagge tribù incivili, ma servitori di un popolo in cammino, nello spirito cristiano accolto dalle comunità nelle forme proprie della comunità stessa. 

18.06.08

Elena Tapparelli, etapparelli@gmail.com

Elena Tapparelli si è laureata in Filosofia nel 2006, ed attualmente è iscritta alla facoltà di psicologia. Si è interessata alla salvaguardia dei diritti delle popolazioni indigene soprattutto a seguito di un'esperienza di sensibilizzazione organizzata dal centro missionario diocesano di Trento in Ecuador nell'estate del 2003.


 
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