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Chiapas: comunità indigene "inquinate" dalla cultura occidentale 
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Il viaggio verso il Chiapas è lungo e tortuoso. L'autobus si arrampica su strade improbabili, tra salite  e discese che dall'antica città di Oaxaca portano allo stato messicano maya per eccellenza: il Chiapas.
Qui il 25% della popolazione è indigena, e non si può fare a meno di notarlo passeggiando per le strade di San Cristobal de las Casas. Questa città prende il nome proprio da un missionario domenicano che nel XVI secolo fu particolarmente caritatevole con la popolazione indigena, mentre la conquista spagnola compiva razzie in tutta la regione.

Ora San Cristobal è seconda città e capitale culturale di uno degli stati più controversi della federazione messicana, ed è stata resa famosissima dalla guerrilla del Sub-comandante Marcos che, il 1° gennaio 1994, alla firma degli accordi di libero commercio NAFTA (North American Free Trade Agreement) tra Messico, Stai Uniti e Canada, ha scatenato una insurrezione popolare guidata dall'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (Ejercito Zapatista de Liberación Nacional - EZLN) per la difesa dei diritti delle popolazioni indigene, rifacendosi al mito di Emiliano Zapata, eroe messicano della rivoluzione di inizio '900. Sentiamo raccontare da alcune guide che Marcos è ancora appostato tra le montagne, e i turisti increduli e spaventati si guardano attorno incerti, mentre i messicani ridacchiano di queste dicerie e dei poveri "gringuitos" presi in giro (termine inizialmente dispregiativo per definire gli statunitensi all'epoca della divisione dei territori, e ora usato come vezzeggiativo per tutti i turisti).

Marcos, ora chiamato Subcomanadante Zero, ben lontano dal Chiapas, segue la cosidetta "Otra campaña" che mira alla "liberazione dall'oppressione", e alla "difesa di tutte le persone povere" in Messico e si può anche seguire online (vedi box)  tra dati incerti e discutibili. Il governo infatti mette a tacere tutte le rivolte e le avvisaglie, specie per non nuocere al turismo che rappresenta una delle entrate maggiori per l'economia messicana. Ed è certo che, tra slogan e fatti taciuti, vi sia sempre un velo di mistero dietro le gesta  di questi gruppi.

Attraversiamo un comune "rebelde" e vediamo (da lontano) una sede dell'EZLN . Allo stesso tempo però, molte persone di San Cristobal, di San Juán de Chamula, o di San Lorenzo Zinacantán, non hanno idea di chi sia questo Marcos.

Il Chiapas non è solo un semplice territorio da dove è partita una guerrilla. Le bellezze naturali di questo stato messicano lasciano a bocca aperta: cascate mozzafiato, foreste rigogliose, rovine maya imponenti e città coloniali coloratissime. I turisti, infatti, non mancano, così come un discreto numero di giovani "bohemien"  e ONG. Ma attorno alla bella  San Cristobal  si nasconde molto di più di curiosi villaggi indigeni verso i quali offrono tour organizzati pressoché tutte le agenzie di viaggio della città. La cultura indigena in Chiapas, specie di etnia Tzotzil e Tzeltal, è ancora fortemente (e fortunatamente) presente.

Molti sono gli aspetti che possono colpire: le bambine che vendono per strada il proprio artigianato (collane, braccialetti, cinture, e molto altro), i bambini che chiedono l'elemosina, le donne e le madri che li accompagnano con le diverse gonne lunghe che contraddistinguono la propria comunità, o i coloratissimi e pienissimi mercati.  Ma ciò che più stupisce è il profondo sincretismo tra le culture religiose indigena e cristiana, diligentemente perseguita dai missionari in secoli di stanziamento.
La chiesa di Chomula ne è il simbolo assoluto, con statue di santi che hanno sostituito, o meglio, affiancato le divinità maya del sole, della terra, del giaguaro, ed altre.
Tutti i santi portano al collo un curioso specchio, che, secondo il pragmatico ed intelligente sapere indigeno, non rappresenta una porta o un'apertura divina verso il santo, ma semplicemente riflette la persona che si confessa o che cerca conforto. Il destinatario diventa quindi la persona stessa, poiché sarà lei a reagire e risolvere i propri problemi, ma, nel frattempo, avrà avuto l'impressione che tutte le preoccupazioni o i problemi siano stati ascoltati e risolti dal santo.

Ci sono anche Curatori (Curanderos) che, nella colorata chiesa di Chamula, compiono complessi riti di purificazione la cui portata culturale non può essere banalizzata in poche parole. Usano diversi strumenti: uova, rami di piante, a volte anche una gallina morta, candele di diverso colore che simboleggiano diversi mali da curare, e la bibita purificatrice: la cola- o pepsi-cola. Queste bibite sono state adottate da moltissime comunità Tzotzil e Tzeltal come bibita sacra, sostituendola alla tradizionale chicha (bibita  a base di frutta o tuberi fermentati). Il cimitero di Chamula  è disseminato di tappi di bottigliette scoppiate di coca o pepsi-cola  che membri della comunità hanno voluto con sé nella tomba per il viaggio verso l'aldilà. E, nonostante il triste inquinamento da cultura occidentale, si può notare l'acutezza nello scegliere queste bibite e non altre: la (diciamo) capacità di far gorgogliare lo stomaco, ossia di "liberare" da spiriti maligni, malattie o sensazioni negative.

Le visite alle comunità e i tentativi di dialogo con membri di comunità, non mostrano che pochi dettagli di queste civiltà millenarie che anche qui lottano per la sopravvivenza della propria cultura tra molti aspetti controversi. Molte sono le persone cacciate dalla comunità indigena perché convertite ad un'altra religione (cattolica o evangelica) e che ora formano il cordone di povertà attorno alla città di San Cristobal. È forte  il bisogno di possedere un frigorifero o una stufa in casa come "status symbol", seppure non si sappia come funzionino o a che cosa servano. O, ancora, vi sono alcune strategie per mendicare, mandando bambini con pochi panni addosso di giorno, che però poi vanno  a scuola con una bella divisa pulita di sera. 
Non tutti i bambini purtroppo frequentano le lezioni, anche se lo stato del Chiapas ha deciso di andare incontro alle famiglie indigene che, per cultura, contano sull'apporto dei propri figli in casa, creando tre turni per la scuola
Molte , quindi, le contraddizioni, e diverse le politiche, come quella di introdurre i tribunali di diritto indigeno consuetudinario, o di applicare la medicina tradizionale indigena insieme a quella moderna. Molte di più rimangono, tuttavia, le sfide che queste comunità affrontano ogni giorno: se non tutte le comunità (per fortuna) si trovano in condizioni di indigenza, stanno subendo in ogni caso un impoverimento incipiente della propria cultura. Sebbene l'incontro e/o l' "inquinamento" tra culture possa portare (a volte) aspetti positivi, esso deve essere attuato in modo egualitario, nel pieno rispetto dell'altra cultura, cercando di evitare che una schiacci l'altra, come invece spesso succede nel caso di gruppi vulnerabili come le popolazioni indigene.

03.09.2008

Alexandra Tomaselli


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