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Il contestato governo Morales visto da dentro
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Popolazioni indigene delle Americhe |
Intervista di Daniela Rodriguez al viceministro al territorio Luis Alejandro Abel Almaraz Ossio.
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I boliviani quest'anno sono stati chiamati alle urne ben due volte per decidere del destino del proprio paese. Il 4 maggio ha avuto luogo il contestatissimo referendum secessionista voluto dalla classe politica della regione separatista di Santa Cruz, ritenuto illegale da parte del governo perché non rispettoso dell'iter procedurale, e del quale ancora non si riesce a trovare dati certi. | Alcune fonti danno più dell'80% dei voti per il sì, ma il sembra che il quorum non sia stato affatto raggiunto, e che solo circa il 30% delle persone abbia votato. Lo scorso 10 agosto si è invece svolto un referendum a livello nazionale, un cosidetto 'referendum revocatorio' per confermare o revocare non solo i governi locali, ma soprattutto quello centrale. Anche in questo caso le fonti sono discordanti, ma è sicuro che il Governo Morales è stato confermato con più del 60% dei voti, ben oltre il 53,7% delle elezioni nel 2005. I voti sono stati scrutinati dalla corte elettorale boliviana e monitorati dall'Organizzazione degli Stati Americani (OSA) che ne hanno assicurato la trasparenza e la correttezza. Il riconfermato Governo Morales ha ottenuto grande appoggio anche da altri leader sudamericani, tra i quali la presidente argentina Kirchner che ha affermato di ammirare "il brillante esempio di comportamento civico della cittadinanza boliviana nella ricerca del rafforzamento delle sue istituzioni democratiche". Non tutti sanno, infatti, che in Bolivia si sta facendo un grande sforzo per attuare strumenti di democrazia diretta, e tra le misure più esemplari del presidente Morales, egli stesso di etnia indigena, vi è quella di essere stato l'unico governo al mondo ad aver adottato come legge la recente Dichiarazione sui Diritti delle Popolazioni Indigene adottata dalle Nazioni Unite lo scorso settembre 2007. Daniela Rodriguez, musicista boliviana a Vienna, nonostante sia spesso lontana dal proprio paese per lavoro, ha seguito e segue il governo Morales e le riforme che questo governo sta attuando, e ha intervistato per il Focus di EURAC il viceministro al territorio (Viceministro de Tierras). "Il referendum del 10 agosto" ci ha scritto Daniela Rodriguez, "dimostra per l'ennesima volta che in Bolivia il governo ha il pieno appoggio popolare, ed è vergognoso che una ristretta minoranza dell'opposizione cerchi di destabilizzare l'opinione pubblica istigando alla violenza e al razzismo".
In Bolivia si parla di 'rivoluzione democratica': quale è stato il processo che ha condotto il paese a questo traguardo? La Bolivia è in trasformazione da circa un ventennio, dall'inizio del neoliberalismo, verso il 1985. L'applicazione di questo modello economico ha causato profondi cambi, anche a livello sociale. Il neoliberalismo boliviano è stato, infatti, tra i più radicali al mondo. A seguito della riforma nazionale del 1952, la Bolivia, così come il Messico, aveva adottato il modello economico conosciuto allora come "capitalismo di stato", nel quale le imprese erano a forte partecipazione statale, ma che riusciva non solo a trainare l'economia boliviana, ma anche a creare posti di lavoro e un crescente benessere generalizzato. Con il governo di Sanchez de lo Saba, nel 1993, tuttavia, si è attuato un cambio radicale, e la Bolivia è passata dalla statalizzazione al neoliberismo, diventando uno dei mercati più aperti e liberi al mondo. Si sono aperte le porte a flussi massicci di investimenti stranieri, grazie anche alla riforma normativa che lo ha permesso: tutte le misure di controllo e di tutela delle risorse nazionali sono letteralmente sparite dalla legislazione boliviana.
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Le ricchezze naturali boliviane (le riserve di gas ed idrocarburi, le miniere di metalli ed i boschi), che rappresentano l'unica attrattiva per un mercato straniero, sono state prese d'assalto. Ma l'aspetto più sconvolgente, riguarda la modalità di queste privatizzazioni. | Sono stati permessi scempi ambientali e sfruttamento massiccio delle risorse naturali del nostro paese, nonostante la costituzione contenesse un divieto esplicito alla privatizzazione che escludesse una partecipazione statale. Non solo si è violata la legge, ma si è anche mentito alla popolazione, affermando che le privatizzazioni fossero necessarie per il futuro del paese. Fino agli anni '90, circa l'80% delle risorse naturali al mondo erano ancora in mano agli stati. Gli idrocarburi, in particolare, rappresentavano (e rappresentano) una risorsa strategica: perciò molti stati hanno posto sempre più limiti all'espansione economica straniera in questo settore. Solo tre paesi non lo hanno fatto: Argentina, Perù e Bolivia, e ne hanno pagato le conseguenze. In tutti e tre i paesi ora si stanno infatti attuando riforme per tornare alla nazionalizzazione delle risorse, per riuscire a riprenderne parziale controllo. In Argentina e Perù, però, i politici sono stati almeno trasparenti, mentre in Bolivia, quella che è stata chiamata dagli esperti la "doppia-faccia" della politica "alta-peruviana" (N.d.T. della parte andina più "alta", ossia l'altipiano boliviano), ha convinto la popolazione della necessità, ma soprattutto del benessere, che sarebbe seguito alle riforme neoliberali, agendo in maniera illegale, incostituzionale e arbitraria.
Quali sono stati gli effetti del neoliberalismo? Gli effetti sono stati nefasti. Era stata promessa una crescita economica del 7 o dell'8% annuo a partire dalle prime riforme del 1993-94, che non si è mai avuta. Solo un anno l'economia boliviana ha sfiorato il 4% di crescita economica. Nel 2002 la situazione è diventata insostenibile. Il paese era già quasi completamente spoglio delle proprie risorse naturali, e, in piena crisi, si sono privatizzati anche i servizi di assistenza sociale. Queste ultime riforme sono state, diciamo, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, facendo aumentare il malcontento della popolazione, che ha iniziato ad organizzarsi in movimenti sociali, o, meglio, in nuovi attori sociali di "avanguardia" conosciuti come movimenti indigeni che sono entrati per la prima volta nello scenario politico boliviano, e che hanno giocato un ruolo rilevante nell'elezione di Evo Morales nel 2005 e nella preparazione della nuova costituzione.
Si è parlato Molto della nuova costituzione e delle novità introdotte. Ci può illustrare i punti fondamentali della riforma costituzionale ed il processo che l'ha accompagnata? La richiesta di una nuova assemblea costituente risale, in realtà, agli anni novanta, quando iniziarono le marce di pace del movimento delle popolazioni indigene "della terra bassa" (N.d.T. del sud). All'inizio si trattava soprattutto di un ideale, di un obiettivo irraggiungibile.
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La riforma costituzionale è, però, tornata con forza nell'agenda politica verso la fine del decennio, ed in particolare nel 2000, a causa non solo dell'episodio, purtroppo, violento della "guerra dell'acqua" di Cochabamba, ma soprattutto grazie alle marce pacifiche delle popolazioni indigene riunite sia dalle "terre basse", sia da quelle "alte", che, seppur passate spesso in sordina, tanto hanno fatto per scrollare il paese dalla dormiente accettazione del neoliberalismo. | Di conseguenza, essendo nata come bisogno e domanda sociale, il governo Morales decise di coinvolgere direttamente la popolazione e i movimenti sociali che tanto si sono esposti per raggiungere l'assemblea costituente. L'opposizione sostiene che non sia vero, e capisco che sembri impossibile o fasullo, ma vi posso garantire, e ci sono molti testimoni, che il processo costituente è stato assolutamente partecipato. I delegati hanno viaggiato in lungo e largo per il paese, raccogliendo suggerimenti, richieste, critiche, utili o inutili, realizzabili o meno, ma le sensazioni e le domande della popolazione sono state raccolte. La cosa che più trovo straordinaria, inoltre, è stata la possibilità del dialogo e del confronto diretto di tutte le realtà boliviane nella costituente. Imprenditori importanti come Dario Molina (N.d.T. Politico cruzeño e candidato alle presidenziali 2005 per le destre moderate) sedeva a fianco di rappresentanti (donne) delle collaboratrici domestiche (N.d.T. in Bolivia soprattutto indigene), che, seppure con i propri limiti di scolarizzazione, hanno potuto comunque partecipare, ribattendo e discutendo le varie proposte. Proprio per questa diversità, tuttavia, il cammino è stato lungo e difficile, ma in poco più di un anno, la nuova costituzione è stata varata (N.d.T. la nuova costituzione è stata approvata lo scorso dicembre 2007 tra mille proteste, ma le fonti sono discordanti a riguardo).
Temi molti importanti per la società sono stati toccati nella costituzione: il diritto alla terra e al territorio, diritti e libertà fondamentali. Potrebbe illustrarci questi cambiamenti e la reazione della popolazione? Uno dei temi più caldi è stato sicuramente il diritto alla libertà sessuale delle donne e la legalizzazione dell'aborto, alla cui introduzione nella costituzione si sono opposti strenuamente sia la chiesa cattolica, sia parte della società più conservatrice. Altri diritti fondamentali sono stati introdotti, come quello alla salute, all'abitazione e all'educazione interculturale, ed in particolare alla promozione dell'insegnamento e della divulgazione delle lingue indigene. Un altra novità riguarda l'impianto economico, nel quale rientra lo stato con un ruolo di guida e di controllo, soprattutto nella gestione e nella difesa delle risorse naturali. La terra e il diritto al territorio sono state richieste fondamentali che anche hanno trovato spazio nella nuova costituzione, rispecchiate già nella riforma agraria attuata recentemente, che ha ridistribuito alle popolazioni indigene terreni privati lasciati incolti o occupati illegalmente. Dal punto di vista istituzionale, infine, il dibattito più ampio ha riguardato le future forme di autonomia e di federalismo, ancora da attuare.
Come si attuerebbero le autonomie? La Bolivia è pronta per questi cambi? Vi è un urgente bisogno in Bolivia, che è quello di dare voce e spazio agli strati più isolati della società. Le autonomie potrebbero essere regionali o provinciali, o anche di comunità indigene, come avvenuto in Chiapas, in Messico. Ovviamente nella pratica sarà molto difficile attuarle, si devono evitare accavallamenti di competenze ed attribuzioni, e si dovrà cercare di attuare la riforma in maniera armoniosa e democratica. Sarà sicuramente difficile, ma non impossibile. Anche se l'opposizione sostiene il contrario, il governo Morales è in realtà molto favorevole ad una decentralizzazione. Ma un'autonomia sregolata, come quella richiesta dalla ricca provincia di Santa Cruz (N.d.T. del referendum del 5 maggio), che sarebbe risultata in un'oligarchia dei latifondisti, non è accettabile, e, soprattutto, non è democratica. In questo paese la popolazione indigena rappresenta più del 50% della popolazione, ma è sempre stata messa a tacere. Ora è il momento che anche queste comunità, così come i campesinos, che rappresentano la parte più povera della società, abbiano una voce in un sistema di autonomie multipli che non veda più al vertice la sola popolazione boliviana "bianca".
03.09.2008
Luis Alejandro Abel Almaraz Ossio è viceministro al territorio (Viceministro de Tierras) nel governo di Evo Morales in Bolivia. È nato a La Paz nel 1961, è avvocato e ricercatore, ed è stato direttore del Centro di Studi Giuridici e Ricerca Sociale (Centro de Estudios Jurídicos e Investigación Social – CEJIS). Si occupa da anni di questioni indigene e del diritto alla terra e al territorio, pubblicando e lavorando per il Centro di Comunicazione e Sviluppo Andino (Centro de Comunicación y Desarrollo Andino - CENDA), la Confederazione dei Popoli Indigeni della Bolivia (Confederación de Pueblos Indígenas de Bolivia - CIDOB), e per la Commissione Agraria Nazionale (Comisión Agraria Nacional - CAN), diventando uno dei padri della legge sul Servizio Nazionale di Riforma Agraria (Ley del Servicio Nacional de Reforma Agraria - INRA).
Daniela Rodriguez è nata a Sao Paulo, Brasile, ed è cresciuta a Cochabamba, Bolivia. Ha frequentato dapprima i corsi in sociologia presso l'Università San Simon, per poi proseguire gli studi di pianoforte a Mosca con una borsa di studio. Oggi parla fluentemente 5 lingue e si occupa di gestione culturale e pubbliche relazioni per musicisti. Daniela dice di sé: "Dopo aver vissuto in tante città diverse nel mondo, come Mosca, Sao Paulo, Milano e ora Vienna, non posso ritenermi altro che cittadina del mondo".
Traduzione e redazione: Alexandra Tomaselli
Foto: http://updatecenter.britannica.com/art?assemblyId=95186&type=A http://www.coopi.org/imgbank/news/bolivia.jpg http://www.latinamericanstudies.org/bolivia/indigenas.jpg
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