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Il gusto della lingua
Braitenberg, Valentino: Il gusto della lingua. Meccanismi cerebrali e strutture grammaticali. Presentazione di Giovanni Flores d'Arcais. Merano: ALPHA & BETA 1996, 167 pp. Prezzo: £. 20.000
Titolo e sottotitolo sono legati l'un l'altro più da un rapporto di completamento che di determinazione, in questo libro scritto da una persona affascinata dal "Wunder der Sprache" (Porzig) e che a tale meraviglia si avvicina partendo dalle scienze naturali. A chi trovasse eterogeneo il contenuto del libro, che alterna osservazioni tratte dalla propria "Autobiografia linguistica" (titolo di uno dei capitoli) ai risultati della più rigorosa ricerca scientifica, l'autore, con una formazione in medicina ed un percorso accademico che lo vede fondatore e co-direttore del Max-Plank-Institut für Biologische Kybernetik di Tübingen, controbatte spiegando che "il filo conduttore però c'è ed è l'invito al lettore ad avvicinarsi con simpatia e con interesse al magnifico fenomeno del linguaggio; e non solo a quello della propria stirpe" (p. 15). Valentino Braitenberg è nato a Bolzano ed è cresciuto con la lingua tedesca, ma già da bambino sapeva anche l'italiano, ed ha imparato nel corso della propria vita altre lingue, alcune delle quali perlomeno a livello passivo - un plurilinguismo che lo ha reso sensibile non solo verso le differenze tra le lingue, ma anche verso le loro somiglianze (plurilinguismo che l'autore più volte relativizza - non per modestia, ma perché sa bene che quando l'apprendimento di una lingua non avviene nella prima infanzia esso rimane in qualche modo incompleto). In questo senso non stupisce che Braitenberg mostri verso l'iconicità della lingua una considerazione maggiore di quanto avvenga oggi, quando in nome dell'arbitrarietà del segno linguistico si sottolinea che anche le parole onomatopeiche sono diverse da lingua a lingua. Stupisce ancor meno che egli ritenga possibile la parentela linguistica "ariosemitica", il cui ultimo sostenitore di rilievo fu il grande comparatista dell'Ottocento Graziadio Isaia Ascoli; sembra quasi una speranza a spingerlo, quando illustra tale possibilità, per la quale aveva portato alcuni esempi già all'inizio del libro e che riprende più ampiamente verso la fine. Si può certo condividere l'opinione, riportata da Braitenberg, secondo la quale la comunicazione umana senza la varietà delle lingue "perderebbe ogni gusto" (p. 13), e si può anche auspicare che le lingue esistenti non si riducano ulteriormente. Eppure continueranno a farlo, perché la situazione oggi è esattamente capovolta rispetto ad esempio a quella verificatasi dopo la caduta dell'Impero Romano. Allora il conseguente isolamento dei territori portò alla diversificazione di un'unica lingua latina nelle diverse lingue romanze, mentre ora tutte le lingue subiscono la pressione di una sola, l'inglese, e la loro 'capitolazione' pare essere solo una questione di tempo.
Ma il vero nucleo dell'opera è rappresentato dai capitoli dedicati al funzionamento del cervello. Dopo aver caratterizzato il fenomeno del linguaggio secondo i più recenti sviluppi della cosidetta linguistica cognitiva, tornata a considerare aspetti statistici e probabilistici (cfr. Mark S. Seidenberg, in: Science, 14 marzo 1997), l'autore caratterizza il fenomeno del cervello come un sistema di circuiti binari, per cercare poi di mostrare in che modo esso rappresenti il linguaggio. Viene quindi affrontata anzitutto la gerarchia dei diversi livelli di articolazione linguistica a partire dai fonemi (il cui numero è forse limitato non per ragioni articolatorie, dato che essi vengono realizzati in varianti letteralmente infinite, ma sul piano uditivo) per arrivare alle sillabe e alle parole fino ai morfemi, intesi qui come livello semantico. Si giunge poi ai morfemi funzionali (italiani) il, per, non, la desinenza -avo, e al gruppo dei "metamorfemi", ovvero i segnali discorsivi piuttosto, eppure, inoltre, quindi, ancora e già, approdando infine alla grammatica. Sulla scorta di tali osservazioni l'autore giunge alla conclusione che la complessità della lingua può essere spiegata grazie all'interazione di quattro meccanismi neuronali fondamentali: "(1) la memoria delle frasi fatte, (2) il meccanismo della sostituzione di elementi in una frase, (3) il meccanismo dell'inserzione di frasi in frasi e (4) la grammatica superficiale delle configurazioni fonemiche" (p. 121).
Questi sono anche i capitoli più impegnativi del libro, perlomeno per il linguista, e proprio al linguista paiono per certi aspetti fin troppo semplici, poichè gli riesce difficile immaginare che i fenomeni che tanto spesso si sottraggono alla descrizione linguistica abbiano o possano avere un correlato così meccanicistico; abituato a considerare l'Intelligenza Artificiale come un debole riflesso dell'Intelligenza Naturale, non riesce a immaginare che quest'ultima possa essere capita partendo dall'Intelligenza Artificiale. Il fatto è - e l'autore lo dice - che la rappresentazione del linguaggio a livello cerebrale è inaccessibile all'osservazione diretta; a parte la localizzazione biologica di alcune afasie, il cervello rimane ancora una scatola nera, e l'obiettivo epistemologico della teoria linguistica non sarebbe tanto quello di scoprire come il linguaggio è rappresentato nel cervello, ma al contrario di vedere quale teoria linguistica si avvicini maggiormente a tale rappresentazione. Si confermano l'un l'altra, la teorizzazione linguistica e quella neurobiologica, laddove convergono.
Nei capitoli conclusivi l'autore ritorna con "Il gusto della lingua altrui" alle proprie osservazioni sulla parentela, spesso non più percepita come tale, tra le diverse lingue, sia per derivazione che per prestito; mostra quanta affinità indoeuropea vi sia ancora oggi tra l'italiano e il tedesco, ("parenti stretti", p. 13), quanto latino vi sia nel tedesco, quanto germanico nell'italiano; e qui di nuovo suggerisce, portando una cospicua lista di parole, l'esistenza di una parentela tra il semitico e l'indoeuropeo. Curiose somiglianze non solo con l'ebraico, ma anche con le lingue balcaniche, con la lingua degli zingari, per non parlare poi di altre lingue indoeuropee più vicine, Braitenberg le trova infine in due gerghi alpini poco studiati, il gaì e il tarom, la cui esistenza gli sembra testimoniare ancora una volta la tendenza delle lingue verso la diversificazione.
Finora non si è però detto che questo libro non è solo un "lavoro di studioso", ma, come sottolinea Giovanni Flores d'Arcais nella sua prefazione, anche "di poeta": "un quadro intenso, sereno e persino allegro della struttura del linguaggio e della mente umana" (p. 5segg.), "a scopo essenzialmente ludico" (p. 143), come dice lo stesso Braitenberg riferendosi per esempio ai giochi linguistici proposti nel libro, che danno anche al lettore 'principiante' il piacere di trovare conferma di intuizioni ed esperienze sulla lingua. L'autore non ha difficoltà ad ammettere che il suo libro, in un'ottica di scienza linguistica, potrebbe in alcuni punti rivelare delle debolezze; che esso renda il linguaggio più interessante di quanto non sappia fare la maggior parte di loro, sono i linguisti a doverlo ammettere. ·
Harro Stammerjohann
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