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Sant Jordi

di Giovanni Poggeschi


Sant Jordi (Giorgio, Georg) è il patrono della Catalogna. Il 23 aprile, data in cui cade la ricorrenza del Santo che uccise il drago, è considerato il giorno più importante dai catalani. Non è giorno di festa in senso stretto, in quanto le attività pubbliche e private funzionano normalmente. Se si vuole scherzare cogli stereotipi si potrebbe dire che per i catalani, considerati grandi lavoratori, un giorno viene adeguatamente celebrato solo se si lavora.

Quest'articolo vuole prendere spunto da questa festa, riconosciuta dall'UNESCO come giornata mondiale del libro, per alcune considerazioni di attualità sulla situazione odierna in Catalogna.

La storia del paese

Innanzitutto occorre premettere alcuni dati fondamentali sulla Catalogna e sulla Spagna, anche se non tanti e tali da appesantire il tono dell'articolo. La Catalogna è, insieme ad Euskadi (Paesi Baschi) ed alla Galizia una delle nazionalità storiche che compongono, insieme alle restanti regioni, la Spagna democratica rinata dopo la quarantennale parentesi della dittatura del Generale Franco.
Il fondamentale articolo 2, premessa dell'Estado autonómico, o Stato regionale spagnolo, prevede infatti che "La Costituzione si fonda sull'unità indissolubile di tutti gli spagnoli, riconosce e garantisce il diritto all'autonomia delle nazionalità e delle regioni che la compongono, nonchè la solidarietà fra tutte queste".
Come si può vedere, l'articolo 2 indica col termine nazione esclusivamente la patria comune ed indivisibile spagnola; può forse apparire ambigua l'immagine di una nazione composta a sua volta da nazionalità e regioni, ma ritengo che questa costruzione teorica sia al tempo stesso ardita ed abile; ardita in quanto pone come elemento fondamentale dell'Estado autonómico l'esistenza di aggregati con una decisa individualità appunto nazionale, abile poichè contempera le esigenze di tali istanze con quella centralista spagnola.
In realtà non discendono dirette conseguenze giuridiche dalla distinzione fra nazionalità e regioni: la vera significativa distinzione è quella fra Comunità autonome di primo e di secondo grado, a seconda del procedimento di formazione più agevole per quelle del primo tipo e per il maggior numero di competenze (almeno per un certo periodo di tempo) che esse detengono.
La Catalogna fa parte delle Comunità di primo grado, in quanto già durante la vigenza della Seconda Repubblica (1931-1936), al pari della Galizia e dei Paesi Baschi, ebbe uno statuto di autonomia approvato con referendum popolare (ma, a differenza delle altre due nazionalità storiche, lo statuto potè effettivamente essere attuato prima che scoppiasse la guerra civile che avrebbe poi portato alla dittatura franchista). Ma l'Andalusia, anch'essa Comunità autonoma di primo grado, non è da considerarsi nazionalità storica, se con ciò si intendono appunto quelle regioni che durante la Seconda Repubblica si erano dotate di uno Statuto di autonomia. Non vi è quindi perfetta corrispondenza fra la natura di Comunità autonoma di primo grado e la condizione di nazionalità storica, però per quel che riguarda la Catalogna si danno entrambe queste caratteristiche.
Quello che è stato appena detto riguarda l'aspetto tecnico-istituzionale. Per quel che concerne la storia, la quale ovviamente giustifica ed è il presupposto di determinate scelte di costruzione giuridica, occorre dire che la Catalogna, che conobbe il suo apogeo culturale ed economico nel XIII° secolo, fu indipendente fino alla fine del secolo XV°, quando il matrimonio fra Ferdinando di Aragona, re di Aragona e Catalogna, e Isabella di Castiglia, sancì l'unione sotto un'unica corona dei due regni più importanti della penisola iberica, privando così la Catalogna della sua sovranità.
Ma la Catalogna non perdette mai la sua spiccata individualità ed il suo sentimento nazionale, pur conoscendo secoli di decadenza economica e culturale. L'enorme ricchezza delle colonie, primo motivo della potenza economica dell'Impero spagnolo, fu destinata soprattutto alla Castiglia ed alle regioni ad essa tradizionalmente più fedeli, con l'esclusione quindi della Catalogna.
Essa conobbe una rinascita economica alla fine del secolo scorso, quando Barcellona ed il suo circondario divennero la sede di numerose industrie tessili che segnarono la risurrezione della città e della sua nazione. Contemporaneamente vi fu un risveglio del catalanismo politico, che aveva sonnecchiato per secoli, particolarmente nella figura di Enric Prat de la Riba, che avrebbe voluto inserire la grande Catalogna, una sorta di federazione fra le varie terre catalano-parlanti (composta oltre che dalla Catalogna propriamente detta, anche dalle Isole Baleari e da Valencia), all'interno di una grande Iberia federale, comprendente anche la Castiglia ed il Portogallo. Fu di quel periodo, mirabilmente descritto da Eduardo Mendoza nella sua Ciudad de los prodigios (edito in Italia da Longanesi), anche la radicale trasformazione urbanistica che segna il maestoso carattere odierno della città, coi lunghi viali adornati di palazzi costruiti nello stile modernista, il cui principale esponente fu Antoni Gaudì.

La lingua catalana

La lingua catalana era sempre rimasta viva e parlata da tutte le classi sociali fino all'avvento del franchismo. Grazie al fortissimo senso di appartenza culturale ed all'amore per la propria lingua di tutti i catalani, essa potè resistere anche alla dittatura, ed addirittura guadagnò nel numero dei parlanti, poiché, se è vero che una piccola anche se influente parte della borghesia cittadina optò per l'uso anche familiare del castigliano, la maggior parte degli immigrati, soprattutto andalusi e murciani impararono con naturalezza la lingua locale, che pure era bandita dall'insegnamento e qualsiasi uso pubblico.
Questo è vero soprattutto per la prima ondata di immigrati, quelli degli anni trenta e quaranta, mentre più difficile risultò l'integrazione linguistica degli immigrati della seconda, più forte ondata di questo secolo, avvenuta negli anni sessanta e settanta in occasione di un nuovo prepotente sviluppo dell'economia catalana. E´ importante sottolineare questi dati storici perché sono alla base della complessa situazione sociolinguistica odierna che influenza pesantemente il dibattito sullo status della lingua catalana.
Dal 1978 in poi la lingua catalana è tornata a godere della protezione che le dà l'articolo 3 della Costituzione, il secondo comma del quele prevede che "le altre lingue spagnole saranno anch'esse ufficiali nelle rispettive Comunità autonome in armonia con i loro Statuti" (1).
Lo Statuto di autonomia della Catalogna (Legge organica 25 marzo 1949) dedica a sua volta alla lingua il suo articolo 3, che così prevede: "1. La lingua propria della Catalogna è il catalano. 2. La lingua catalana è ufficiale in Catalogna, così come lo è il castigliano, ufficiale in tutto lo Stato spagnolo. 3. La Generalitat garantirà l'uso normale ed ufficiale di entrambe le lingue, adotterà le misure necessarie in modo da assicurarne la conoscenza e creerà le condizioni che permettano di giungere alla loro piena eguaglianza per ciò che si riferisce ai diritti ed ai doveri dei cittadini di Catalogna".
La disposizione normativa fondamentale per la disciplina dei diritti linguistici in Catalogna è la Ley de normalización, la n. 7 del 18 aprile 1983. Essa fu frutto di un'ampia convergenza delle forze politiche presenti nel seno del Parlamento catalano, ed è una delle quattro leggi a totale contenuto linguistico che il Parlament ha adottato dal 1980 fino al 1992.
Già il termine di "normalizzazione" indica la volontà e la necessità di provvedere ad un recupero dell'uso della lingua "propria" della Comunità autonoma (altro termine importante su cui gli interpreti si possono sbizzarrire) nei vari ambiti sociali (2).
La legge di normalizzazione stabilisce criteri direttivi importanti come quello del diritto dei cittadini ad usare la lingua ufficiale che essi desiderano (sia il catalano che lo spagnolo, dunque), con l'obbligo della pubblica amministrazione a rispondere, almeno per iscritto, nella lingua scelta dal cittadino. Questo ha portato alla creazione di una Pubblica Amministrazione praticamente bilingue, e perciò i concorsi prevedono l'obbligatorietà della conoscenza delle due lingue ufficiali.
Nel campo dell'insegnamento viene stabilita l'adozione del metodo dell'immersione linguistica, per cui vi è una scelta a favore di una rete unica educativa nella quale la lingua catalana certamente prevale, ma sono garantiti i diritti degli alunni castigliano-parlanti che possono esprimersi nella loro lingua, con la necessità però perlomeno di una competenza passiva del catalano. Questo sistema è possibile anche grazie alla parentela fra le due lingue, e sarebbe di più difficile applicazione nel Sudtirolo o nei Paesi Baschi, regioni in cui infatti vige un sistema educativo linguistico diverso improntato alla doppia rete del sistema educativo (con parziali eccezioni nei Paesi Baschi). Una parte della popolazione di lingua madre spagnola vorrebbe sancita la possibilità di frequentare scuole con insegnamento esclusivo in castigliano. Il Tribunale costituzionale si è espresso sullla questione ed ha ribadito, con l'importantissima sentenza 337/1994 la validità del sistema educativo catalano, in cui viene privilegiata la coesione sociale a scapito di un diritto alla scelta della lingua veicolare dell'insegnamento.
L'applicazione del principio della libertà linguistica condurrebbe alla creazione di una doppia rete di insegnamento, e ciò porterebbe alla minaccia di relegare il catalano in ambiti sempre più ristretti. Già oggi vi sono larghe fasce della popolazione residente in Catalogna, particolarmente nei quartieri periferici delle grandi città, che non hanno quasi mai l'occasione di parlare il catalano, vivendo in ghetti monolingui spagnoli. Questa tendenza si diffonderebbe ancora di più se non vi fosse l'unica rete educativa, che obbliga tutti ad apprendere la lingua propria del paese, con evidenti benefici di promozione culturale e sociale degli alunni provenienti da famiglie monolingui spagnole (per ovvie ragioni, non si dà praticamente il caso di cittadini monolingui catalani, tutti i catalanofoni hanno una più o meno buona, spesso è eccellente, conoscenza delllo spagnolo). Va detto infatti che, almeno a livello passivo, la conoscenza del catalano è aumentata negli ultimi anni, principalmente grazie appunto alla scuola.

La situazione politica

Oggi la legge di normalizzazione del catalano è oggetto di revisione da parte del Parlamento regionale. Un intenso dibattito si sta svolgendo, e non posso nascondere che da visitatore esterno, ma non troppo, mi è parso che il clima di pacifica convivenza presenti qualche crepa. Da un lato, gli ambienti più radicali del catalanismo chiedono una presenza sempre più forte, in alcuni ambiti esclusiva, del catalano. Un manifesto di 350 intellettuali, il cui leader è Enric Casassas, presidente della Associació per a les Noves Bases de Manresa, è stato presentato alla Commissione incaricata di redigere la nuova legge del catalano. Esso si intitola "Per un nuovo statuto sociale della lingua catalana". E' un documento ambizioso informato dal giusto spirito di amore per la propria lingua e dalla preoccupazione di salvaguardarne il futuro innanzi alla naturale offensiva delle lingue più diffuse a livello internazionale. Alcuni punti però sono discutibili: a parte la redazione giuridicamente deboluccia, anche se a ciò si potrebbe obiettare che si tratta solo di "consigli" al legislatore, vi è una proposta che appare prematura e fuori dal contesto attuale costituzionale: la richiesta cioè che il catalano diventi l'unica lingua ufficiale della Catalogna, pur facendo salvi i diritti linguistici individuali. Oggi il quadro istituzionale impone la coufficialità fra spagnolo e catalano, e la previsione di quest'ultimo come unica lingua ufficiale presupporrebbe una revisione costituzionale e statutaria di non facile attuazione. Può darsi che in futuro la Spagna si configuri come uno Stato federale in cui vige il principio di territorialità linguistica come in Belgio: ma oggi questa condizione non si dà. A parte le querelles terminologiche fra regionalismo e federalismo, che appaiono spesso superate e oziose, bisogna però riconoscere che laddove vige un regime terroriale per i diritti linguistici, come in Belgio e nel Canada per quel che concerne il Québec, la forma di Stato (o di governo, secondo una dottrina eminente) è esplicitamente federale. A conferma di ciò, il Belgio si è sentito in dovere nella sua incisiva revisione del 1993 di sancire chiaramente al suo articolo 1 che "Il Belgio è uno Stato federale formato da Comunità e Regioni". Nulla vieta ai catalani, che fra l'altro, nella loro componente moderata del partito di Jordi Pujol, Convergència i Unió, appoggiano il governo centrale del popolare José Maria Aznar e ne influenzano pesantemente le scelte, di lottare per forme sempre più avanzate di autonomia se non per l'autodeterminazione. Ma a bocce ferme, cioè a Costituzione invariata, quello proposto dai 350 sembra irrealizzabile.

Il "manifesto" in questione ha provocato risentite risposte, per la verità talvolta strumentalizzate, di alcune associazioni di immigrati di lingua spagnola che si sono sentiti minacciati nella loro identità linguistica. Più serio di queste reazioni viscerali appare un altro manifesto di 80 intellettuali catalani con posizioni meno radicali dei 350, il cui primo firmatario è il costituzionalista Francesc de Carreras, e che comprende anche la prestigiosa adesione dello scrittore barcellonese di lingua castigliana Eduardo Mendoza. Questi ritengono, forse con troppo ottimismo, che il catalano è già normalizzato e non ha quindi bisogno di interventi legislativi traumatici, ma di una seria applicazione delle norme esistenti.

Conclusione

Spero di aver dato una seppur sommaria idea del clima che si respira oggi in Catalogna: camminando per le strade il giorno di Sant Jordi l'atmosfera mi è parsa bellissima: rose e libri, libri e rose. Infatti la tradizione vuole che si debba regalare in questo giorno un libro ed una rosa. A giudicare dai dati, non tutti hanno adempiuto allo stesso modo al dovere, in quanto se sono stati venduti in Catalogna ben 400.000 libri, le rose comprate hanno raggiunto l'incredibile somma di quattro milioni.
Innumerevoli erano le bancarelle, più o meno grandi, in cui erano esposti libri in tutte le principali strade di Barcellona. Accanto, venditori di fiori offrivano rose strette da nastri coi colori della senyera, la bandiera della Catalogna. Il clima era di grande partecipazione, per le rambles risultava persino difficile camminare, tante erano le persone che si attardavano a dare un'occhiata ad ogni banco ed a godere degli spettacoli degli artisti di strada. Non solo le librerie avevano il loro posto, ma anche i partiti e le associazioni presenti a vario titolo nella società catalana. Dappertutto, simboli della Catalogna. Mai come in quel giorno ho avuto la netta sensazione di vivere in una società nazionale ben caratterizzata, padrona di una fortissima identità che difficilmente potrà essere cancellata. La sera ho suggellato la mia giornata di catalano adottivo assistendo ad un concerto di Lluís Llach, il profeta della nova cançó (nuova canzone), che cantava già contro il regime franchista agli inzi della sua carriera (non dimentichiamo che il passato di oppressione della lingua catalana e di tutti gli spiriti democratici della Spagna è troppo recente per porci con disinvoltura una pietra sopra). E'stato toccante vedere tutto il teatro cantare i più famosi inni,come Amb el somriure, la revolta (Con il sorriso, la rivolta), e ho visto scendere qualche lacrima sul volto di non pochi presenti.
Spero che tanti altri giorni di Sant Jordi possano essere festeggiati nello stesso clima di tolleranza e di dialogo, anche vivace, ma mai irrispettoso dei diritti delle minoranze e più ancora degli uomini e delle donne in quanto tali.

Dott. Giovanni Poggeschi, ricercatore dell'area scientifica "Minoranze ed autonomie regionali".

Abstract :
Katalonien

Katalonien ist eine autonome Region Spaniens mit ganz besonderen Eigenheiten, die vor allem in der Sprache zum Ausdruck kommen. Katalanisch ist eine romanische Sprache, die ähnlich dem Spanischen vom Lateinischen abstammt und von rund sechs Millionen Menschen gesprochen wird. Neben Spanisch ist Katalanisch seit 1978 offizielle Landessprache der autonomen Region. Im selben Jahr wurde nämlich die neue spanische Verfassung erlassen, in der auch die Autonomie Kataloniens verankert ist. Eine Tatsache, die der mehrsprachigen Realität und der stark regionalistisch ausgerichteten Struktur Spaniens Rechnung trägt und einen wichtigen Bestandteil der neuen spanischen Demokratie darstellt.

In seinem Bericht geht der Autor insbesondere auf die Geschichte, die Sprache und die derzeitige politische Situation des Landes ein.

Notes :


(1) Ricordo che il catalano è parlato anche nella Comunità autonoma delle Baleari e nella Comunità Valenzana, oltre che nella regione francese del Roussillon e nella città sarda di Alghero, popolata nel quindicesimo secolo da soldati della corona aragonese. Tutte queste terre costituiscono i Països Catalans. Se però i filologi non hanno dubbi sull'unità della lingua catalana nelle varie regioni in cui essa è parlata, la situazione non è così pacifica nel Paese valenzano per motivi storici e politici. Infatti lo Statuto di tale Comunità parla di lingua valenzana. Una parte non irrilevante delle forze politiche sottolinea, con fini strumentali, le irrisorie differenze dicendo che il valenzano è una lingua distinta dal catalano, in spregio del senso comune e dell'opinione di tutti gli accademici del mondo di filologia romanza. Per intenderci, il dialetto tirolese è molto più lontano dall'Hochdeutsch ed il bolognese od il napoletano dall'italiano standard di quanto il valenzano lo sia dal catalano. Nulla vieta di utilizzare il termine valenzano, ma non in contrapposizione del catalano, ma come sinonimo, in quanto si tratta di diverse varietà della stessa lingua, allo stesso modo del badiotto e del gardenese che non sono due lingue diverse, ma due varietà del ladino (con la differenza che per il catalano la grafia ed il lessico che sono alla base della lingua standard sono da ricercare nella lingua di Barcellona, non si hanno quindi le difficoltà della ricerca del ladino unificato). Recentemente il Tribunal Constitucional, con una sentenza dell'aprile 1997, ha avuto modo di esprimersi sul tema, stabilendo appunto che, all'interno della Comunità valenzana, sono da considerarsi sinonimi i termini di catalano e di valenzano, avallando così la definizione contenuta nello Statuto dell'Università di Valencia, che era stata stigmatizzata da una Sentenza del Tribunale Superiore di Valencia, confermata dal Tribunale Supremo spagnolo (la nostra Cassazione). GO BACK

(2) Quella catalana non è l'unica legge di normalizzazione. Leggi analoghe esistono anche nei Paesi Baschi (v. articolo di F. Palermo in questo stesso numero), in Galizia, a Valencia, nelle Baleari ed in Navarra. GO BACK


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