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La Lettonia ha ritrovato l'indipendenza
e (forse) la sua lingua

di Giovanni Poggeschi

La storia di Lituania, Lettonia ed Estonia, le tre repubbliche baltiche, è stata nel corso dei secoli segnata più dalla condizione di sudditanza rispetto alle potenze straniere che dalla piena capacità di decidere il proprio destino. La sovranità di questi paesi è una condizione molto recente, frutto degli avvenimenti successivi alla caduta del muro di Berlino e allo sfaldamento dell'Unione Sovietica. La ricerca dell'identità nazionale in Paesi che da pochi anni hanno ritrovato l'indipendenza è un tema cruciale per la loro stessa esistenza. Accanto a questa ricerca, si sovrappongono altre questioni di vitale importanza, quale quella economica e quella del rispetto delle minoranze etniche in ordinamenti che tendono a discutibili etno-democrazie, anche se ciò può essere spiegato come reazione ai torti subiti.

La disciplina dei diritti linguistici nella Repubblica di Lettonia1, la quale per essere meglio compresa necessita di una introduzione più generale riguardante i tre Paesi baltici, riassume la problematica della lotta per l'autoaffermazione culturale e politica di una piccola comunità statuale, ed è la base per una analisi sullo stato di salute della giovane democrazia lettone.

La legge linguistica sul lettone mira a ristabilire l'uso a tutti i livelli di quella che dalla dichiarazione d'indipendenza è l'unica lingua ufficiale della Repubblica di Lettonia, anche se il russo gode ancora di grande prestigio ed utilizzo, specie a Riga, la capitale, dove è il normale veicolo di comunicazione per la stragrande maggioranza degli abitanti. Fondamentale è la connessione della legge linguistica lettone con la legge sulla cittadinanza, che è stata oggetto di censure da parte degli organismi europei. Inoltre la legge sul lettone avrebbe meno vigore senza gli strumenti sanzionatori che danno esecuzione ad essa e senza l'esame di conoscenza della lingua lettone, una sorta di "patentino di monolinguismo".

Mi si permetta di segnalare quella che mi sembra un'interessante coincidenza: questo contributo è stato scritto nell'ufficio dell'Accademia Europea di Bolzano, nell'antica e bellissima sede del Deutscher Orden. Proprio i cavalieri teutonici furono per secoli i signori dei Paesi Baltici, influenzandone profondamente la cultura e i costumi, di cui ancora oggi sono ben visibili le tracce.

La storia dei Paesi Baltici

Per avere un quadro preciso della situazione socio-linguistica nei Paesi Baltici, è utile riferire delle percentuali dei gruppi etnico-linguistici. Quanto più la nazione è omogenea dal punto di vista etnico e linguistico, tanto più non risulterà fuori luogo enfatizzare sull'aspetto della comune identità.

In Lituania, su una popolazione di 3 milioni e settecentomila abitanti, vi è la percentuale più alta di autoctoni, superiore all'80%. La minoranza più consistente è quella polacca, particolarmente numerosa nella capitale Vilnius, che è un tipico esempio di città bilingue. Altre minoranze numericamente importanti sono quelle russa e bielorussa. Come in Lettonia, e in misura inferiore anche in Estonia, viveva prima dell'olocausto una importante comunità israelitica, ancor oggi esistente ma molto ridotta numericamente.

In Lettonia, sui totali 2 milioni e settecentomila abitanti, vi è solamente il 55% di lettoni, un terzo degli abitanti è russo, il 4% bielorusso, il 3% ucraino, un 2% abbondante è polacco, i lituani assommano all'1,3% e gli "altri" formano in totale quasi il 2% della popolazione2. In Estonia, il meno popoloso degli Stati baltici col suo milione e mezzo di residenti, quasi i due terzi degli abitanti sono estoni, un 30% è russo e il resto è formato da altre nazionalità.

E' lecito parlare di nazionalità anche dal punto di vista giuridico, poiché sotto il regime sovietico vi era l'obbligatoria dichiarazione di appartenenza al proprio gruppo etnico, che veniva indicato anche nei documenti di identità. Questo sistema è stato abolito in Lituania ed in Estonia, vige invece ancor oggi in Lettonia, dove quindi è particolarmente semplice avere dei dati sulla composizione dei vari gruppi etnici. Lo sfaldamento dell'Unione Sovietica iniziò proprio dalle rive del Mar Baltico. Le tre piccole nazioni non avevano dimenticato nei quarantacinque anni di dominio sovietico la felice e breve stagione della loro indipendenza, che si era avuta nel periodo a cavallo fra le due guerre. In tale periodo Lituania, Estonia e Lettonia erano prosperate nell'economia, nella cultura e nello sport (se si scorre l'albo d'oro delle vittorie ai campionati europei di basket negli anni trenta, figurano spesso i nomi di queste nazioni, che peraltro eccellono anche oggi in questo sport, in particolar modo la Lituania, medaglia di bronzo sia alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 che a quelle di Atlanta del 1996).

Durante la seconda guerra mondiale le tre nazioni baltiche erano state inglobate nel Reich e molti cittadini di esse dovettero prendere parte alla guerra. Nel 1939 il patto Molotov-Ribbentrop sanciva l'annessione di Lituania, Lettonia ed Estonia all'Unione Sovietica. Doveva iniziare una tragica era, con l'intervallo non certo piú felice dell'occupazione nazista dal 1941 al 1944, nella quale centinaia di migliaia di cittadini vennero giustiziati o deportati in Siberia. Molti preferirono emigrare dando vita alla diaspora baltica in Europa e, soprattutto, in Nord America ed in Australia. Lo scopo era quello di annullare ogni forma di nazionalismo locale e di creare una classe dirigente fedele a Mosca. In effetti è esistita una classe politica lituana, lettone ed estone che ha partecipato attivamente all'edificazione del regime staliniano e poi di quelli di Kruscev e di Breznev.

Ma con la perestroika le speranze di ritrovare l'indipendenza dei popoli baltici, i quali per motivi storici e geografici non avevano mai smesso di avere rapporti privilegiati con l'Occidente, dovevano risorgere prepotentemente, per poi esplodere alla caduta del muro di Berlino. _ negli occhi di tutti l'immagine di un Gorbaciov, ancora sulla breccia ma già alle prese con la forza di eventi che non avrebbe potuto più controllare (e al cui verificarsi aveva del resto contribuito, perlomeno ad accelerarne il corso), il quale nella piazza di Vilnius tenta di calmare una folla accalorata di lituani che annusavano il profumo della libertà, cercando di convincerli della necessità di contribuire alla restaurazione democratica dall'interno dell'Unione Sovietica, senza l'illusione di creare un piccolo Stato che sarebbe stato comunque tributario delle superpotenze. Bisogna ricordare che ognuno dei tre Paesi sembra volere percorrere questa strada per conto suo. Le vicende storiche sono sì simili, ma non esiste un sentimento comune, se non in maniera molto vaga. Esiste invece un forte sentimento nazionale lituano, uno lettone e uno estone, ognuno ben caratterizzato e distinto. Del resto anche linguisticamente i tre gruppi divergono: le lingue lettone e lituana fanno parte del gruppo baltico della famiglia indoeuropea ma, nonostante il ceppo comune, non vi è intercomprensione se non a livelli minimi fra i locutori delle due lingue. L'estone invece fa parte delle lingue ugro-finniche, e tutti gli estoni capiscono agevolmente la lingua finlandese.

Queste parentele linguistiche influenzano molto le vicende contemporanee di questi popoli. Infatti l'Estonia è sempre più legata al mondo scandinavo, in particolare finlandese, verso il quale era già molto legata sin dai tempi dell'Unione Sovietica. La Lituania è attratta dalla vicina Polonia, i cui avvenimenti hanno una notevole influenza sul più popoloso dei Paesi Baltici. La Lettonia non è particolarmente nell'orbita di influenza di nessun Paese occidentale, ma sembra piuttosto essere legata economicamente alla Russia in maniera molto maggiore delle due "consorelle". L'Estonia è nel primo gruppo degli Stati che sono destinati ad entrare nell'Unione europea, insieme a Slovenia, Ungheria, Repubblica ceca e Polonia3.

Lo sviluppo economico appare rapido e al tempo stesso irregolare. Vi sono forti contraddizioni tra l'opulenza esibita da una minoranza, arricchitasi in maniera talvolta sospetta, e la maggioranza della popolazione che sopravvive con salari molto bassi (per dare un'idea, lo stipendio di un professore universitario in Lettonia è di circa 200 dollari). Solo l'Estonia dà l'idea di uno sviluppo più armonioso e meglio distribuito fra le varie fasce della popolazione. Tutte e tre le nazioni baltiche sono comunque entrate prepotentemente nel vortice dell'economia globalizzata del duemila. Basta guardare le pubblicità della Nokia e della Ericsson che campeggiano sui viali delle città per concludere che la via per il capitalismo è stata decisamente tracciata, anche se i beneficiari sono ancora pochi. A questo punto viene spontanea una riflessione: non vi è una contraddizione fra la volontà di determinare la propria politica in modo autonomo, se non etno-centrico, e l'essere le economie di questi paesi tributarie delle multinazionali ? Detto in un altro modo, se la potestà di autodecisione politica di Estonia, Lettonia e Lituania è oggi alta, così non si può dire dell'economia, che dipende dal mercato internazionale ed anche dal ruolo che il grande vicino, la Russia, potrà giocare in questo senso.

La grande scommessa dei Paesi Baltici sarà quella di inserirsi a pieno titolo nel mercato internazionale senza perdere la propria autonomia politica. Per fare questo è sconsigliabile un atteggiamento di chiusura verso i non autoctoni, che potrebbe portare anche a delle pericolose tensioni (specialmente per quel che riguarda la minoranza russofona, che ha alle spalle una grande potenza, la quale ha in certe sue componenti una certa voglia di ingerenza negli affari interni baltici, se non proprio un desiderio confessato di annessione alla grande Russia). Lituania, Lettonia ed Estonia devono trovare la loro identità nazionale lontano da tentazioni di esclusione delle minoranze, le quali però dovranno a loro volta essere rispettose della cultura dei Paesi in cui vivono. In particolare le politiche linguistiche dovranno muoversi fra la necessaria "belligeranza" culturale militante di difesa di culture "piccole" ma preziose e significative dell'appartenenza di un popolo, e il necessario rispetto dei diritti individuali di tutti coloro che vivono sul suolo dei Paesi Baltici.

Il timore, tipico delle piccole patrie, di vedere scomparire la propria identità culturale, in modo particolare la propria lingua, è grande. Sono state così approntate delle politiche di valorizzazione delle lingue locali che hanno talvolta ecceduto nel senso del mancato rispetto per i diritti individuali. Il problema riguarda soprattutto i russofoni: i Paesi Baltici, soprattutto la Lettonia e l'Estonia, furono oggetto nel secondo dopoguerra di un tentativo molto forte di russificazione. Fu favorito l'afflusso da altre aree dell'impero sovietico per accompagnare lo sviluppo industriale, particolarmente in campi para-militari e dell'apparato burocratico. Le percentuali di autoctoni, che prima formavano la stragrande maggioranza della popolazione, doveva così calare considerevolmente, insieme all'uso delle lingue nazionali, particolarmente in Lettonia, dove i lettoni "etnici" sono poco più della metà degli abitanti del relativo Stato.

La questione linguistica

Dopo la caduta del muro di Berlino la scelta, forse un po' affrettata, ma comprensibile, è stata quella di dichiarare sole lingue ufficiali rispettivamente il lituano, il lettone e l'estone. Ancora durante gli ultimi anni di esistenza dell'Unione Sovietica furono emanate delle leggi linguistiche che miravano a ristabilire la preminenza delle lingue locali nelle attività pubbliche. Con l'indipendenza, riacquisita nel 1990, e la sanzione dell'ufficialità unica delle lingue "proprie" dei Paesi, le leggi linguistiche hanno visto rafforzati i loro contenuti "costrittivi". La novità è costituita soprattutto da un complesso sistema di sanzioni tendenti a rendere effettive ed efficaci le politiche linguistiche.

In Lettonia, la legge fondamentale da cui si dipana tutta la matassa dei diritti e dei doveri linguistici è la "Legge linguistica della Repubblica di Lettonia" (Latvijas Republikas Valodu Likums), entrata in vigore il 31 marzo 1992, recante pregnanti emendamenti e modifiche alla precedente legge linguistica sovietica del 1989. Nel suo preambolo si afferma con solennità che "la Lettonia è l'unico territorio etnico nel mondo ad essere abitato dalla nazione lettone. Uno dei principali requisiti per l'esistenza della nazione lettone e per la conservazione e lo sviluppo della sua cultura è la lingua lettone".

La legge è divisa in sei capi, concernenti i differenti campi in cui si esplica l'uso ufficiale e l'impulso della lingua lettone. L'art. 1 stabilisce che "la lingua ufficiale dello Stato nella Repubblica della Lettonia è la lingua lettone". Viene così sancito il monolinguismo ufficiale, mentre vigente ancora la legge sovietica vi era un bilinguismo ufficiale con la bilancia, almeno fino al 1989, nettamente pendente dalla parte del russo. All'art. 2 si dichiara che "lo Stato provvede affinché tutti gli abitanti della Lettonia abbiano il diritto di conoscere la lingua lettone, finanzia l'istruzione della lingua lettone nei centri educativi pubblici, ed organizza la produzione delle risorse necessarie all'istruzione". L'art. 3 contiene una importante "apertura" alle altre lingue, che come ho detto, e mi riferisco in particolare al russo, godono di un prestigio e di un peso sociale assolutamente rilevante, nel caso del russo sicuramente maggiore della stessa lingua ufficiale. Anche se lo spirito informatore della legge è quello di rafforzare l'uso sociale del lettone, alla stregua di quelle che in Spagna sono dette "Leggi di normalizzazione"4, vi sono ulteriori disposizioni aventi ad oggetto le altre lingue parlate in Lettonia: esse rispondono al necessario pragmatismo conseguente all'ignoranza della lingua ufficiale di cui soffrono molte persone che ricoprono posti all'interno di istituzioni ed enti. L'art. 5 ricorda comunque al suo secondo comma che "gli organizzatori di pubbliche attività devono provvedere alla traduzione nella lingua ufficiale dello Stato".

Un altro articolo facente riferimento alla possibilità di uso di lingue diverse dal lettone che merita di essere citato è il 12, ai sensi del quale "in tutta la Repubblica della Lettonia le istituzioni scolastiche con lingua veicolare diversa dal lettone, la lingua lettone è insegnata, indipendentemente dal dipartimento scolastico al quale tali istituzioni appartengono...". Ai fini del rilascio del diploma, continua l'articolo in questione, è necessario superare la prova di conoscenza della lingua lettone. La "belligeranza" culturale necessaria alla promozione di una lingua che tanto era stata mortificata è certamente contemperata dall'esigenza di comprensione fra i cittadini della Lettonia e fra questi ed il resto del mondo. A questo spirito è informata l'interessante seconda frase dell'art. 8.1, che permette l'uso della lingua inglese accanto alla lingua ufficiale dello Stato nei documenti che certifichino diplomi accademici ed educativi.

Un problema cruciale per una futura buona convivenza fra la componente di origine lettone e quelle con altre radici riguarda la competenza anche solo passiva della lingua lettone. Solo se queste persone sapranno integrarsi compiutamente nel tessuto culturale nazionale lettone, arricchendolo delle proprie culture (nel caso di quella russa, di enorme peso e prestigio), si risolveranno al contempo due fra i maggiori problemi della società lettone: quello della sopravvivenza e del rafforzamento della cultura locale e quello dell'isolamento dei vari gruppi etnici. In realtà, nel caso della minoranza russa5, la mancata integrazione nella realtà dei lettoni "etnici" non significa per forza una situazione di subalternità economica, anzi la maggior parte della nuova borghesia cittadina ed imprenditoriale fa parte di questo gruppo etnico. La mancata integrazione può però portare a conseguenze di ordine pratico molto gravi, in primis all'esclusione dalla cittadinanza lettone.

La legge sulla cittadinanza

Si passa qui ad esaminare la più controversa fra le leggi lettoni: quella sulla cittadinanza (esistono leggi dal contenuto analogo in Lituania ed in Estonia). La prima redazione del 1994 di tale legge era stata censurata dal Consiglio d'Europa6, che la riteneva in alcuni suoi punti cruciali non conforme ad uno Stato di diritto rispettoso dei diritti dell'uomo. Quello dell'accesso alla cittadinanza lettone è uno scopo che perseguono praticamente tutti gli apolidi, i quali, secondo dati risalenti al 20 ottobre 1993, ammontavano alla considerevole cifra di 673.398, il 64% dei quali costituita da russi. La legge sulla cittadinanza, nella sua versione del 21 luglio 1994, eliminava alcuni punti su cui si era abbattuta la scure del Consiglio d'Europa. Il principale riguardava la fissazione delle quote annuali di naturalizzati, per assicurare, ai sensi dell'art. 9 della Costituzione del 1991 (che reintegrava la precedente Costituzione del 1922), lo sviluppo della Lettonia come Stato "di una sola nazione". A tal fine, il Governo ed il Parlamento avevano deciso di tenere conto della "situazione economica e demografica". L'opinione degli esperti del Consiglio d'Europa era che tale limitazione costituiva una palese discriminazione nei confronti delle persone non di origine lettone. La seconda critica indirizzata alla legge lettone si concentrava sul metodo proposto per l'applicazione delle quote annuali di naturalizzazione, considerate vaghe e suscettibili di attuazioni arbitrarie.

Anche se alcune delle imperfezioni della legge in questione sono state corrette attraverso l'ulteriore emendamento del 22 marzo 1995, e del resto la Lettonia è oggi Stato membro del Consiglio d'Europa a tutti gli effetti, il timore, espresso dall'Assemblea del Consiglio d'Europa, riguarda la liceità e la proporzionalità rispetto ai fini prefissati di alcune misure regolamentari. Mi riferisco al punto chiave della dimostrazione della conoscenza della lingua lettone. La legge nella sua versione del 1994 è su questo punto molto più esigente che quella dell'anno precedente, ed ancora piú intransigente appare il progetto sulla nuova legge linguistica che dal 1995 è in discussione alla Saeima, il Parlamento della Lettonia, e che sembra non godere del favore della UE e del Consiglio d'Europa, disegno di legge comunque ancora lontano dall'approvazione definitiva.

I non lettoni devono assolutamente impadronirsi della lingua locale per poter ambire ad una compiuta integrazione. Ma se è giusto richiedere uno sforzo a queste persone, è anche lecito esigere che le leggi della Lettonia abbiano natura inclusiva e non esclusiva, come talvolta, a partire dallo stesso testo costituzionale, appare. Si è già detto che il nazionalismo di chi è stato soffocato nella sua identità ha qualche ragione di essere intollerante con gli intolleranti, ma come si può pretendere di integrare qualcuno che per tanti motivi e ostacoli è messo nella condizione di non poter nemmeno ambire all'integrazione? La risposta va cercata in un giusto bilanciamento del diritto della nazione lettone a vedere garantita la sua identità, di cui la lingua è un elemento fondante irrinunciabile, e il diritto di ciascuno degli individui che desiderano fare parte di questa società. Essi hanno sicuramente alcuni doveri, di cui quelli inerenti alla sfera linguistica sono i più espliciti, ma per ottemperare a tali doveri è necessario un clima e una realtà normativa che permettano un facile inserimento nella società. Chiedere ad un russo di aderire ad una etno-democrazia lettone sarebbe francamente troppo.

Le leggi sulla lingua ufficiale e sulla cittadinanza, pur coi dubbi già espressi, sembrano adempiere ai criteri richiesti di democraticità. Ma non è tanto alla Costituzione ed alle leggi che basta guardare per decidere della democraticità di un sistema, quanto alla messa in pratica di esse da parte di regolamenti e di altri strumenti di esecuzione. Un esempio pratico di esecuzione della legge linguistica sulla cittadinanza è il Latvijas Republikas Valsts valodasiinspekcijas Nolikums, la "Regolamentazione sull'ispettorato della lingua ufficiale di Stato della Repubblica di Lettonia". Questo Language Inspection Board è il meccanismo di controllo dell'applicazione della normativa sugli obblighi linguistici cui sono tenute le istituzioni, le imprese, le società commerciali e le organizzazioni con sede in Lettonia. In pratica esso deve vigilare sul rispetto dell'uso della lingua ufficiale nei predetti enti. Il Board ha una complessa articolazione che permette la sua presenza in tutto il territorio dello Stato lettone, ma il numero degli "ispettori linguistici", in tutto poche decine, non sembra sufficiente a garantire il totale rispetto delle norme in materia linguistica.

Ovviamente la libertà di lingua all'interno delle società e delle istituzioni è garantita (come si fa ad imporre l'uso di una lingua di scarsa diffusione ai quadri di una multinazionale che ha a cuore soprattutto la speditezza degli affari?), il minimum richiesto in questi casi è l'uso scritto della lingua lettone, ai sensi dell'art. 7 della legge linguistica, per cui "tutte le istituzioni, le imprese e le organizzazioni nella Repubblica di Lettonia devono usare la lingua ufficiale di Stato nella gestione dei loro affari, ed in tutti i documenti relativi alla gestione dei loro affari, così come nella corrispondenza all'interno della Lettonia". Esiste anche in Lettonia un esame analogo a quello del "patentino" nostrano. Dal 5 maggio 1992, per svolgere determinati lavori e professioni, è necessario superare la prova di conoscenza della lingua lettone. A differenza che in Alto Adige questo è un esame che verte su una sola lingua, e allo stesso modo sono previsti tre livelli di competenza. Il destino della lingua lettone dipende certamente dalla messa in pratica di queste regolamentazione che ho cercato di illustrare. Però molto più decisiva sarà l'evoluzione della realtà politica interna e degli Stati vicini, in particolar modo della Russia.

Un elemento che gioca a favore della integrazione degli apolidi nel nuovo tessuto sociale lettone è dato dalla consapevolezza di vivere in un Paese politicamente più stabile ed economicamente sviluppato che non la Russia, la Bielorussia o l'Ucraina. Questi sono gli Stati dove in teoria potrebbero tornare queste persone, le quali in realtà, ed anche questo particolare di natura sentimentale gioca un ruolo fondamentale, oramai si sentono lettoni. Non lettoni etnici, ma cittadini (o potenziali tali) della Repubblica di Lettonia sì. Vedere un'armonica combinazione fra la concezione dello Stato-nazione legato all'ethnos e quella ispirata al concetto della citoyenneté francese sarebbe un grande risultato per la piccola Repubblica baltica e un esempio per altre realtà potenzialmente conflittuali in Europa e nel mondo.

Dott. Giovanni Poggeschi, ricercatore dell'area scientifica "Minoranze ed autonomie regionali" dell'Accademia Europea di Bolzano.

Note

  1. Un saggio esauriente in chiave giuridica sulla Lettonia, con particolare riferimento alla situazione post-sovietica e al periodo della precedente indipendenza (1918-1940) è D. LENTZ - H. MÜLLER,Die rechtliche Stellung der Minderheiten in Lettland, in J.A. FROWEIN, R. HOFFMANN, S. OETER (a cura di) Das Minderheitenrecht europäischer Staaten (vol. 2), Berlin-Heidelberg-New York, 1994, pp. 129-170.
  2. Questi ed innumerevoli altri dati sulla Lettonia si trovano in Latvia. Human development report, Riga, 1996.
  3. Cfr. il programma dell'Unione Europea contenuto in Agenda 2000. For a stronger and wider Union, consultabile in Internet all'indirizzo http:// www.europa.eu.int/ comm/agenda 2000/index.asp.
  4. V. G. POGGESCHI,Sant Jordi, in Academia, n. 11, 1997, p. 19.
  5. V. K. GERNER,The Baltic-Central European Complex. Is a Federative Model Feasible? (Draft for the Bozen seminar on the 'federative model', August 1997), pp. 12-13.
  6. H.M. BIRCKENBACH,Die erfolgreiche Einhegung eines gewaltträchtigen Konflikts.Hypothesen aus der Analyse der Konflikte in den baltischen Staaten, in Die Friedens-Warte, n. 4, 1996, p. 446.

Abstract:
Von der lettischen Unabhängigkeit und dem Lettischen als Sprache

Im Mittelpunkt des Beitrages steht die Sprachenfrage der Republik Lettland. Zu deren besserem Verständnis wird zunächst kurz in die Geschichte der drei baltischen Staaten eingeführt. Alle drei baltischen Staaten haben erst kürzlich ihre Unabhängigkeit erlangt. Die Suche nach nationaler Identität und das Wiedererstarken der eigenen Sprache stehen daher im Vordergrund des politischen Lebens. Das Sprachgesetz der lettischen Republik führt das Lettische als einzige offizielle Amtssprache (als solche wird sie auch in der Unabhängigkeitserklärung bezeichnet) in allen öffentlichen Bereichen wieder ein, auch wenn das Russische in Lettland immer noch einen hohen Stellenwert besitzt. Es ist beispielsweise in der Hauptstadt Riga immer noch die am häufigsten gebrauchte Umgangssprache. Abschließend werden das lettische Staatsangehörigkeitsgesetz sowie der lettische "Einsprachigkeitsnachweis" vorgestellt, eine besondere Sprachprüfung zur Überprüfung der lettischen Sprachkenntnisse.


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