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Ai margini della legge?

Il ruolo della metafora nei linguaggi delle scienze e
nel linguaggio del diritto

di Daniela Veronesi

Nella ricerca sui linguaggi specialistici - per definizione precisi, obiettivi ed impersonali - lo studio degli aspetti stilistici e retorici ha ricevuto in passato poca attenzione; le sollecitazioni provenienti da altre discipline, tuttavia, hanno portato ad una riconsiderazione del ruolo svolto nella comunicazione scientifica da strumenti quali ad esempio la metafora, a cui è dedicato il presente contributo. In esso, dopo aver fornito una breve rassegna delle maggiori teorie sull'argomento, si passa ad esplorare il rapporto tra scienza e metafora, evidenziandone l'apporto - che va ben oltre l'intento didattico o chiarificatore - nella comunicazione specialistica e nel linguaggio del diritto, portando per quest'ultimo ambito l'esempio di uno studio sul discorso giuridico statunitense.

«Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un'acqua limpida/scorta per avventura tra le petraie d'un greto [...]». Questi pochi versi di Eugenio Montale, tratti dagli Ossi di Seppia, sono solo un esempio del vasto uso che della metafora viene fatto in poesia e in letteratura, terreno dove tradizionalmente è collocato lo studio di questa figura retorica. Ciò non toglie, tuttavia, che sia altrettanto ricca e intimamente permeata di metafore anche la lingua che usiamo nella sfera del quotidiano: una sfera dove i tavoli hanno gambe, le montagne hanno piedi e le macchine bevono; dove ci sono persone di ferro, di ghiaccio e di oro; dove le idee nascono e muoiono, i cervelli talvolta vanno in pappa e dove gli affari di cuore possono essere legati ad un colpo di fulmine o ad un ritorno di fiamma.

Ma anche i linguaggi delle scienze sono intessuti di espressioni metaforiche; se non avessimo a disposizione questo strumento, che ne sarebbe dei buchi neri, della rivoluzione dei corpi celesti o del secolo dei Lumi? Forse i computer non sarebbero attaccati da virus, la finanza non verrebbe investita da tempeste e si abolirebbero le frontiere sillabiche; ma le lingue non avrebbero famiglia, le teorie non poggerebbero su pilastri e sarebbe assai arduo rinvenire il corpo del reato.

Dunque la metafora (e in generale l'analogia e il linguaggio figurato) non è affatto confinata alle «belle lettere», ma rappresenta un meccanismo di cui ci si serve in tutti gli ambiti comunicativi dell'agire umano: non è un caso allora che le più recenti teorie della metafora, di impronta cognitivista, ne riconducano la produzione e la comprensione a processi cognitivi fondamentali che noi tutti usiamo costantemente. Sembra così venir smentita una tradizione che vedeva la metafora come un orpello, un artificio retorico che andava bandito con fermezza da ogni tipo di comunicazione obiettiva e precisa. Ma come si è giunti a un tale cambiamento di prospettiva?

Alcune teorie della metafora

Come suggerisce Cristina Cacciari in Teorie della metafora, nella vasta riflessione teorica attorno alla metafora si possono rinvenire principalmente due tipi di concezioni: la metafora come fatto linguistico versus la metafora come evento del pensiero1 . Nel primo gruppo di orientamenti la metafora è stata spiegata in termini di anomalia, di comparazione o di interazione. Le espressioni metaforiche - sostenevano soprattutto gli studiosi di semantica seguaci della grammatica generativa di Chomsky - sono anomale in quanto, a differenza delle espressioni letterali, il loro significato non è composizionale, cioè non può essere 'calcolato' partendo dai significati delle parti che lo compongono; la metafora viene considerata in un certo senso parassitaria rispetto alle «situazioni canoniche, nelle quali l'uso del linguaggio è diretto e convenzionale [...] e nelle quali gli scopi della comunicazione sono gli scambi cooperativi di informazioni» (Chierchia, G., McConnel-Ginet, S., Significato e grammatica. Semantica del linguaggio naturale, Padova, Muzzio, 1993, 254).

Nella teoria della comparazione, di derivazione aristotelica, la metafora consiste invece nel «trasferire a un oggetto il nome che è proprio di un altro» (Aristotele, Poetica): nell'espressione metaforica «Mario è un leone», ad es., il passaggio all'oggetto (topic, secondo la terminologia introdotta dal filosofo Ivor Richards nel 1936, nell'esempio 'Mario') del nome appartenente ad un altro (vehicle, 'il leone') si basa su un elemento di somiglianza tra i due (ground, qui 'il coraggio'); il paragone nella metafora resta implicito, mentre nella similitudine esso viene reso esplicito tramite il connettivo come. La teoria della comparazione non spiega però la differenza di funzionamento tra similitudini figurate e similitudini non figurate («Mario è come un leone» versus «Mario è come suo padre»); ulteriore punto debole di tale teoria è che essa presuppone che la somiglianza esista precedentemente alla metafora che la esprime, non riconoscendone così la funzione euristica, di rappresentazione o di creazione concettuale.

È quanto viene al contrario affermato dalla teoria interazionista, nella quale vi è anche un ampliamento della nozione di trasferimento di significato: secondo Max Black, che negli anni '60 riprende e approfondisce le idee di Richards, la metafora proietta sul topic non tanto una singola proprietà, quanto un insieme di implicazioni (conoscenze, credenze, luoghi comuni) convenzionalmente associate al vehicle: in questo modo l'argomento principale (il topic) «viene visto attraverso l'espressione metaforica, o, se si preferisce [...] l'argomento principale è 'proiettato' sull'area dell'argomento secondario».2 Per quanto riguarda la similarità, inoltre, con la teoria interazionista si fa strada l'idea che sia la metafora stessa a creare e spiegare la somiglianza, e non viceversa, «trasferendo nella rappresentazione concettuale di un termine proprietà o fasci di proprietà che fanno parte della rappresentazione concettuale di un altro» (Casadei 1996: 73). In altre parole, la funzione della metafora non è semplicemente quella di descrivere la realtà, ma di crearla: la metafora è un meccanismo cognitivo essenziale che crea tra concetti nessi prima inesistenti. L'impatto creativo va tuttavia perso nelle cosidette «metafore morte», metafore cioè convenzionali che sono ormai entrate nel repertorio lessicale (il collo della bottiglia, le gambe del tavolo) e che si limitano quindi a riprodurre le associazioni già codificate dalla lingua.

Ma la vera svolta negli studi sulla metafora si deve, negli anni '80, alle scienze cognitive; nei lavori dei cognitivisti Lakoff, Johnson e Turner, infatti, si sostiene la natura concettuale della metafora e se ne riconosce appieno la funzione cognitiva, rintracciandone l'origine a livello percettivo. Così le espressioni linguistiche metaforiche non sono altro che la realizzazione di strutture cognitive soggiacenti, dette perciò «metafore concettuali», in base alle quali organizziamo l'esperienza. Metafore come conoscere è vedere, le emozioni intense sono calore, la vita è un viaggio, positivo è su/negativo è giù (da cui derivano ad es. «vederci chiaro», «mettere in luce», «fare fuoco e fiamme», «avere sangue freddo», «giungere in porto», «avere alti e bassi», «prendere quota») sarebbero talmente pervasive da strutturare il nostro sistema concettuale, prima ancora che il linguaggio; nella visione cognitivista, dunque, è il pensiero stesso che finisce per essere metaforico.

Le metafore concettuali, ponendo in relazione ad es. conoscenza e visione, operano una proiezione (mapping) tra due domini (un dominio origine, source domain, il vedere, e un dominio oggetto, target domain, il conoscere), e danno luogo così ad un insieme di corrispondenze tra elementi dei due domini (si pensi alle corrispondenze tra "Rendere Visibile" e "Far Conoscere", "Capire Molto" e "Vedere Molto", "Non Vedere" e "Non Sapere"), che rappresentano la struttura della metafora concettuale stessa. Il legame creato tra due domini non è arbitrario, ma motivato dall'esperienza extralinguistica, specie da quella fisico-percettiva: «the kind of conceptual system we have - osservano Lakoff e Johnson nel famoso Metaphors We Live By del 1980 - is a product of the kind of beings we are and the way we interact with our physical and cultural environments». La funzione cognitiva delle metafore concettuali è allora quella di strutturare concetti poco accessibili con l'esperienza nei termini di concetti più accessibili a livello esperienziale; con ciò la tradizionale distinzione linguaggio letterale/linguaggio metaforico viene sostituita dalla distinzione tra concetti compresi direttamente, perchè basati sull'esperienza, e concetti compresi in modo indiretto, tramite metafore.

Nell'ultimo ventennio la teoria cognitivista della metafora ha riscosso un enorme consenso; sembra giunto però il momento in cui anch'essa sta per essere superata o comunque integrata da una nuova visione dei processi analogici e metaforici, inseriti in una più ampia riflessione sui meccanismi cognitivi. È quanto emerge dai lavori di Gilles Faulconnier e Mark Turner, che fanno riferimento, a spiegazione delle metafore concettuali - e con esse di una vasta gamma di fenomeni quali i controfattuali, l'inferenziazione, la categorizzazione, i numeri complessi, l'origine delle strutture grammaticali - alla nozione di conceptual integration o conceptual blending (to blend: combinare, fondere, mescolare), intesa come operazione cognitiva generale. In realtà, affermano i due studiosi3 , con la metafora non si ha semplicemente una proiezione da un dominio ad un altro, l'uno di natura concreta e l'altro di natura astratta; se così fosse, espressioni metaforiche come «scavarsi la fossa con le proprie mani» (a significare «essere la causa della propria morte, rovina o danno») non potrebbero funzionare, poiché gli elementi dei due ambiti - la fossa, il corpo, la sepoltura, e il mettersi nei guai, il fare cose sbagliate senza volerlo, la rovina - corrispondono solo in parte: ad esempio, il fatto di scavare una fossa non provoca la morte, mentre le azioni non meditate portano alla rovina; quando una persona muore viene scavata una fossa e la persona viene seppellita, ma nella metafora è l'individuo stesso a scavarsi la propria fossa per entrarvici quando è pronta; non vi è alcun rapporto tra la profondità della fossa e la probabilità di morire, ma quanto più la situazione è problematica, tanto più aumentano le probabilità di fallire. Deve quindi esistere un terzo spazio dove gli elementi rilevanti dei due domini si integrino in maniera non contraddittoria: è il cosiddetto «blended space», dove - nell'esempio qui riportato - è l'esistenza di una fossa a causare la morte (e non viceversa) e dove convergono elementi concreti del dominio origine come la fossa, l'azione di scavare, la sepoltura e le strutture del dominio oggetto, come il rapporto di causa ed effetto (le azioni non meditate provocano la rovina), l'aspetto intenzionale (non c'è l'intenzione di agire in modo controproducente) e la struttura interna agli eventi (più problemi equivale a più possibilità di fallire). Questa sorta di network è inoltre supportato da un ulteriore spazio, di tipo generico, da cui provengono conoscenze generali sul mondo necessarie al processo di integrazione concettuale.

Metafora e scienza: un legame pericoloso?

Nella discussione tradizionale sulla metafora si è sempre sottolineato il suo carattere indefinito e aperto, la sua impossibilità di fornire una definizione precisa di un dato oggetto o evento, sancendo così la netta separazione tra linguaggio figurato e linguaggio scientifico. Non sono mancati gli appelli di studiosi di diverse discipline contro la 'perversione' che la metafora avrebbe portato nel pensiero scientifico, ma vi è stato anche chi si è per così dire arreso all'evidenza, constatando la densità metaforica del linguaggio delle scienze e indagando uso e funzioni della metafora in questo tipo di comunicazione. Il filosofo Richard Boyd, che ha analizzato il rapporto tra scienza e metafora, individua innanzitutto quelle che egli definisce «metafore esegetiche» o «pedagogiche»: sono metafore che hanno un ruolo di 'supporto' nell'insegnamento o nella spiegazione teorica, che svolgono cioè una funzione di aiuto alla visualizzazione rispetto a teorie che di per sè consentono formulazioni non metaforiche comunque adeguate.

Le metafore scientifiche più interessanti, tuttavia, sono quelle in cui «le espressioni metaforiche costituiscono, almeno per qualche tempo, una parte insostituibile del meccanismo linguistico di una teoria scientifica: i casi in cui gli scienziati usano, per esprimere tesi teoriche, metafore per le quali non si conosce alcuna parafrasi letterale adeguata»4 . Sono quelle che Boyd chiama «metafore costitutive», nel senso che non si limitano a svolgere una funzione puramente interpretativa, ma costituiscono esse stesse le teorie che esprimono. Boyd cita l'esempio della psicologia cognitiva: tale disciplina è dominata da metafore tratte dal mondo del computer (si parla infatti del cervello come di un computer, di processi cognitivi «pre-programmati», di informazioni «codificate» o «indicizzate»), metafore che hanno fornito gran parte del vocabolario teorico di base della psicologia contemporanea.

Il funzionamento delle metafore costitutive, osserva Boyd, è diverso da quello delle metafore letterarie: l'invenzione di un autore, se ripresa da altri autori, variata o meno, alla lunga «si congela in una figura del linguaggio o in una nuova espressione letteraria». Quando invece le metafore scientifiche costitutive hanno successo, «diventano di proprietà dell'intera comunità scientifica, e le loro variazioni vengono esplorate da centinaia di autori di opere scientifiche, senza che la loro qualità di interazione vada perduta. Esse sono in realtà idee più che metafore, e idee che si estendono non attraverso un'opera letteraria, ma attraverso l'opera di una generazione o più di scienziati» (Boyd, op. cit., 28).

Anche da una prospettiva più strettamente linguistica, cioè quella della ricerca sui linguaggi specialistici, lo studio della metafora e degli aspetti stilistici sembra recentemente essersi conquistato uno spazio impensabile fino a qualche decennio fa, quando l'attenzione era rivolta esclusivamente alla terminologia; il passaggio dalla terminologia all'ambito della morfosintassi, della fraseologia e dell'organizzazione testuale ha però aperto gli orizzonti, e sulla scia di una simile apertura l'analisi dei linguaggi specialistici - come osserva Bernd Spillner nella raccolta di saggi Stil in Fachsprachen del 1996 - è rivolta anche agli aspetti stilistici ed espressivi. Di fronte al 'dogma' secondo il quale il discorso scientifico è obiettivo, neutrale, privo di una componente affettiva, e non va soggetto alla tendenza linguistica della varietà e della sinonimia, Spillner ribatte che tale assunto si riferisce in realtà alla terminologia, e che esso rappresenta comunque più un desiderio che un dato di fatto: «tatsächlich gibt es viele Hinweise darauf, daß in der Fachkommunikation sehr wohl kon-kurrierende Bezeichnungen, Euphemismen, rhetorische Figuren, Stileffekte, persuasive Sprachmittel etc. vorkommen» (Spillner 1996:8).

I lavori condotti sinora sulla metafora nei linguaggi specialistici e nella divulgazione scientifica, di carattere generale o relativi a singoli domini (economia, matematica, medicina, filosofia, storia, psicanalisi, biblioteconomia, mineralogia, musica, politica ecc.5 ) hanno evidenziato le molteplici funzioni che la metafora assume nel discorso scientifico. Tra esse emerge, nella comunicazione tra specialista e non-specialista (specie nella didattica e nella divulgazione) il ruolo della metafora come meccanismo per illustrare e semplificare; nella comunicazione e nella riflessione 'interna' tra specialisti, invece, la metafora mostra la propria produttività nella creazione di nuovi termini e come strumento di orientamento della ricerca, svolgendo inoltre un ruolo non secondario nella costruzione, formulazione o riformulazione di teorie.

Il rovescio del diritto

Osservare la legge, rivedere un processo, la persona giuridica, il convitato di pietra, il diritto come campo, il diritto come gioco: anche il discorso giuridico sembra non voler o non poter rinunciare allo strumento metaforico ed analogico per rappresentare, esprimere ed illustrare i propri concetti e le proprie teorie, sebbene il giurista Benjamin Cardozo lanciasse nel 1926 i suoi avvertimenti contro il pericolo che le metafore rappresentavano per il pensiero, raccomandando di osservarle con la massima attenzione, «for starting out as devices to liberate thought, they end often by enslaving it». Nonostante ciò il linguaggio del diritto continua ad essere altamente metaforico, e vale dunque la pena analizzarlo anche sotto questo aspetto, se si parte dal presupposto che le metafore, in quanto strumenti fondamentali del pensiero e dell'argomentazione, possono rivelare molto di noi stessi, sia come individui che come membri di una più vasta cultura; ancora, l'uso di una metafora al posto di un'altra e il cambiamento dei riferimenti metaforici può riflettere lo sviluppo di nuove condizioni o nuovi valori, o esso stesso crearne di nuovi. Nel diritto, quindi, uno slittamento metaforico può illustrare o promuovere una nuova dottrina, una nuova teoria difficilmente esprimibile con le figure del discorso esistenti. È quanto sostiene lo studioso Bernard J. Hibbitts, il quale, in Making Sense of Metaphors: Visuality, Aurality and the Reconfiguration of American Legal Discourse del 1994 (in Cardozo Law Review, vol. 16, 1994/2, 229-356), compie un'analisi dei mutamenti concettuali in atto nel discorso giuridico statunitense, così come essi si riflettono nell'apparato metaforico usato dai giuristi stessi. Vale forse la pena di soffermarsi sull'analisi di Hibbitts, soprattutto per gli spunti che essa può dare alla ricerca sul linguaggio giuridico anche in Europa, se, come testimoniato dai più recenti orientamenti teorici, i meccanismi metaforici non si collocano affatto ai margini della comunicazione specialistica. Hibbitts parte dalla constatazione che tradizionalmente il discorso giuridico americano ha riflesso e contribuito a diffondere i valori collegati al modello visivo della conoscenza tipico della società americana, un modello peraltro condiviso con l'intera cultura occidentale (ereditata della tradizione classica, la predilezione per la visione è stata poi rafforzata dall'affermasi della parola scritta in epoca medievale e dall'invenzione della stampa nel XVII secolo). Non è un caso, dunque, che il presidente Jefferson definisse la costituzione americana approvata a Philadelphia nel 1787 una tela che aveva bisogno solo di alcuni ritocchi («a good canvas, on which some strokes only want retouching»); non è un caso che metafore visive che definiscono la legge come «body», «text», «structure» facciano parte dello strumentario linguistico del giurista; non è affatto casuale, osserva ancora Hibbitts, la preferenza, in sede processuale, per la testimonianza oculare e le prove documentali rispetto a prove di tipo uditivo, che conferma la predilezione, nella società e nella tradizione giuridica statunitense, per l'esperienza visiva. Se da un lato l'uso di metafore visive ha contribuito a legittimare e a rendere familiare il diritto americano ad una società basata sui valori della visione, dall'altro ha contribuito a rafforzare il potere dei gruppi che aderivano a tali valori - americani di razza bianca, di sesso maschile, di religione protestante - rispetto a gruppi per lungo tempo marginalizzati - donne, neri, cattolici ed ebrei, is-panoamericani -, con il conseguente predominio dei primi anche in ambito giuridico: «taking advantage of the social power that their relatively greater access, exposure, and commitment to writing has helped to give them, American men, whites, Anglos, and Protestants have filled the ranks of the American legal profession from its very beginnings [...] they have brought their own sensory preferences into American legal life», «they have literally shaped American legal language in their own images» (op. cit., 287, 265). Nell'ultimo decennio, tuttavia, si sta assistendo ad una crescente popolarità, nel discorso dei giuristi, di metafore legate all'oralità: si parla infatti del diritto come di una musica, di un dialogo, in termini di «discorse», «voice», «conversation», «harmony», «dissonance» e «poliphony», e il dialogo è nuovamente utilizzato come genere di scrittura scientifica. A questo cambiamento è collegata una maggiore presenza ed un maggiore apporto di giuristi 'altri' - donne, afroamericani, ebrei, cattolici, ispanoamericani, portavoci di un approccio critico al diritto - in ambito accademico; sono questi i gruppi più legati per tradizione ai valori dell'oralità (per gli ebrei, come parte del loro culto religioso) e della comunicazione orale, caratterizzata secondo Hibbitts da una maggior grado di concretezza, di interazione, di soggettività, di dinamicità. A loro è dovuta quella che Hibbitts definisce la riconfigurazione del discorso giuridico americano, contraddistinto ora dalla coesistenza dei due diversi punti di vista.

Osservazioni conclusive

L'esigenza di una considerazione retorica delle trattazioni scientifiche - come osserva Bruno Lauretano - è sempre più avvertita; tra i fattori che determinano tale esigenza, «è da considerare l'attenzione crescente per i meccanismi di consenso nella comunità scientifica (che decretano la fortuna e il successo di determinate teorie e la loro ufficializzazione), per la trattatistica, la pratica dell'insegnamento e la divulgazione in campo scientifico». Tenuto conto del ruolo della metafora non solo a livello culturale, ma anche, come si è cercato di mostrare in questo contributo, a livello disciplinare, sembra utile in un contesto di ricerca sui linguaggi delle scienze e sul linguaggio del diritto focalizzare l'attenzione sull'uso che viene fatto di tale strumento per definire, considerare, trasmettere informazioni: perchè così si avrà a disposizione una chiave di lettura significativa della tradizione di pensiero e della cultura giuridica presa in esame, sia che questa venga considerata autonomamente, sia che venga messa a confronto con la ricerca e la comunicazione giuridica in un'altra lingua e cultura.

Dott.ssa Daniela Veronesi, ricercatrice dell'area scientifica ”Lingua e diritto” dell'Accademia Europea di Bolzano

Note

  1. Qui di seguito si riprende in gran parte la rassegna fornita da Federica Casadei in Metafore ed espressionai idiomatiche (Roma, Bulzoni, 1996, 13-80), a cui si rimanda per ulteriori approfondimenti.
  2. Black, Max, «Metaphor» , in Models and Metaphors, London, Cornell University Press, 1962, 41, citato in italiano nella prefazione di Luisa Muraro a Boyd, Richard, Kuhn, Thomas S., La metafora nella scienza, Milano, Feltrinelli, 1983, 9.
  3. Per una esposizione dettagliata della teoria del conceptual blending, come dell'esempio qui fornito, si rinvia a Fauconnier, Gilles, Turner, Mark, «Conceptual Integration Networks», in Cognitive Science (in corso di stampa), oltre che al sito Internet, dedicato al tema, http://www.wam.umd.edu/~mturn/WWW/blending.html.
  4. Boyd, Richard, «Metafora e mutamento delle teorie: la 'metafora' di che cosa è metafora?», in Boyd, R., Kuhn, T.S., La metafora nella scienza, Milano, Feltrinelli, 1993. Cfr. anche Martin, J., Haffé, R., «Metaphor in Science», in Miall, D.S. (ed.), Metaphor: Problems and Perspectives, Bristol, 1982.
  5. Cfr. tra l'altro Biere, Bernd U., Liebert, W. (Hrsg.), Metaphern, Medien, Wissenschaft, Opladen, Westdeutscher Verlag, 1997; Laurén, Christer , Nordmann, M., Wissenschaftliche Technolekte, Frankfurt a.M., Lang, 1996, 131-140; Beneke, Jürgen, «Metaphorik in Fachtexten», in Arntz, Reiner, Wegner, N. (Hrsg.), Textlinguistik und Fachsprache, Hildesheim, Olms Verlag, 1988; Ickler, Theo, Zur Funktion der Metapher, besonders in Fachtexten, in Fachsprache 3-4/1993; Sobrero, Alberto A., «Lingue speciali», in Sobrero A.A., Introduzione all’italiano contemporaneo. La variazione e gli usi, Bari, Laterza, 1993, 253-277; Lauretano, Bruno, «Residui metaforici nei linguaggi scientifici», in Guerriero, Anna R. (cur.), L’educazione linguistica e i linguaggi delle scienze, Firenze, La Nuova Italia, 1988.

Abstract:
Die Rolle der Metapher in den Wissenschaftssprachen und in der Sprache des Rechts

Bei der Untersuchung von Fachsprachen, die in der Regel für genau, objektiv und unpersönlich gelten - ist bisher wenig auf stilistische und rhetorische Aspekte eingegangen worden. Erst neuerdings haben Anregungen und Erkenntnisse aus anderen Forschungsgebieten zu einem Umdenken in der Fachsprachenforschung beigetragen, z.B. im Hinblick auf Redemittel wie die Analogie und die Metapher im wissenschaftlichen Diskurs. Neben wichtigen Theorien zu diesem Thema geht die Autorin in ihrem Beitrag auf das Verhältnis „Metapher und Wissenschaft” ein, wobei die Rolle der Metapher über die rein didaktischen bzw. erklärenden Zwecke hinausgeht und sich als Erkenntnishilfe erweist, wie eine Studie über den Rechtsdiskurs in den U.S.A. anschaulich gemacht hat.


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