Il Kosovo, una tragedia vicina e remota
di Giovanni Poggeschi
Negli ultimi mesi la cronaca si è dedicata spesso alla situazione, si può dire al dramma, del Kosovo. Immagini e servizi relativi a massacri compiuti dalle forze serbe sui civili albanesi, in risposta alle azioni "terroristiche" o "patriottiche" - secondo i punti di vista - effettuate dall'UCK, l'esercito di liberazione del Kosovo, sono entrati nelle nostre case, rendendoci familiari con una parte dell'Europa martoriata e negletta, i Balcani.
La storia
L'identità albanese del Kosovo è antica. Esso era uno dei quattro Vilayet - unità di decentramento amministrativo - dell'impero ottomano che il nazionalismo albanese rivendicava già nello scorso secolo, all'epoca dell'espandersi del patriottismo romantico. Ma il Kosovo riveste un valore mitico per la nazione serba, poiché fu lì che nel 1389 gli ottomani furono sconfitti, al tramonto del regno medievale di Serbia, che aveva conosciuto l'apogeo qualche decennio prima col re Stefan Dusan, quando esso si estendeva dal Danubio al Peloponneso e dalla Bulgaria al Mar Adriatico. Gli albanesi del Kosovo contribuirono allora alla sconfitta dei turchi. Anche nel secolo scorso lottarono duramente contro l'esercito ottomano, e la città di Prizren, dove nel 1878 fu fondata l'omonima Lega mirante ad ottenere l'indipendenza dell'intera nazione albanese, è considerata un simbolo del sentimento patriottico albanese.
La nazione albanese non è però riuscita a costituirsi nella sua interezza in Stato sovrano durante il presente secolo. L'Albania raggiunse la sua indipendenza nel 1912, il Kosovo seguì le sorti della Serbia. Il sogno della grande Albania, forse enfatizzato dalla stampa occidentale, è ancora tale. Del resto è già difficile nell'Europa occidentale che ai confini storici e linguistici corrispondano i confini statali, figuriamoci nei Balcani, da sempre area dove vivono varie popolazioni dividendo lo stesso territorio. Il Kosovo presenta anzi una compattezza etnica sconosciuta in altre vicine zone: ad esempio la Macedonia, emblematico caso di paese multi-etnico, ha un 30% di cittadini di lingua albanese (1).
La regione del Kosovo, Kosova in lingua albanese, è infatti popolata al 90% da cittadini, purtroppo oggi di seconda classe, di etnia albanese. Il dieci per cento restante appartiene all'etnia serba, elemento dominante della federazione della Yugoslavia, composta da Serbia e Montenegro. Il Kosovo e la Voivodina, in cui vive una cospicua minoranza di lingua ungherese, godevano nell'ex- Yugoslavia, secondo la costituzione del 1974, dello status di Province autonome all'interno dello Stato membro della Serbia.
In quanto tale, il Kosovo, pur nei limiti di un regime a partito unico, godeva di ampia autonomia, specialmente nel campo educativo e culturale. La lingua albanese godeva quindi di una situazione soddisfacente di tutela, come del resto anche le altre lingue minoritarie della federazione, ma col vantaggio di essere parlata da un numero rilevante ed in certe aree assolutamente compatto di persone. Inoltre, senza il consenso del Kosovo, non poteva darsi nessuna ingerenza nei suoi affari interni, né da parte della Serbia né da parte della Yugoslavia.
La situazione è radicalmente cambiata nel 1989, quando Slobodan Milosevic, inizialmente per motivi interni al suo partito, revocò unilateralmente l'autonomia del Kosovo. Da quel momento è stata condotta in modo sistematico una politica di annientamento delle istituzioni in cui si rifletteva la vita comunitaria degli albanesi kosovari, coma l'Università e la scuola. L'uso della lingua albanese viene scoraggiato, se non proibito del tutto a livello pubblico. Tale misura, incredibile se si pensa che è un gruppo di quasi due milioni di persone a soffrire l'emarginazione e la repressione di fronte ad un gruppo dominante di sole duecentomila unità, è resa possibile dal contemporaneo favorire le persone di lingua serba nell'accesso ai pubblici uffici.
L'utopia della grande Albania
Il riferimento alla Macedonia serve a far capire che un'alta percentuale di albanesi vive al di fuori dei confini della "madrepatria". Oltre agli albanesi presenti nel Kosovo e nella Macedonia, vi sono minoranze nella Serbia propriamente detta ed in Grecia, senza contare naturalmente gli albanesi delle isole linguistiche del Centro e Sud Italia, da tempo slegate da ogni contatto con la terra d'origine, oltre alle centinaia di migliaia di albanesi che sono emigrati in Europa, Australia e Nord-America e continuano a farlo oggi, come la cronaca di ogni giorno ci mostra.
Allo stesso modo di tante altre nazionalità dell'Europa centrale ed orientale, molti albanesi sognano il mito della grande Albania, che dovrebbe includere tutte le terre dove la lingua albanese è parlata. Lo stesso sogno esiste per la grande Ungheria, e, purtroppo, la grande Serbia. Come è logico, l'esistenza della grande Serbia è incompatibile con quella della grande Albania, a meno di non immaginare ardite soluzioni costituzionali di sovranità divisa nel Kosovo, con statuti distinti a seconda dell'appartenenza nazionale, come, mutatis mutandis, accade in Belgio fra le tre comunità linguistiche.
Ma, a differenza dell'Ungheria, che si è dimostrata abbastanza forte sul piano internazionale da influenzare le politiche minoritarie di Romania e Slovacchia - meno per quest'ultima, invece la nuova democrazia rumena ha saputo dare soluzioni abbastanza soddisfacenti, anche se perfettibili, per le numerose minoranze presenti sul suo territorio -, la repubblica albanese è troppo debole e divisa al suo interno da esercitare una seppur minima influenza sugli Stati vicini, specialmente nei confronti della Yugoslavia, la cui potenza militare è notevole.
Se i rapporti di forza non permettono una soluzione favorevole alla popolazione albanese del Kosovo, deve essere la Comunità internazionale a farsi carico della necessità che sia assicurato il rispetto dei diritti umani nella regione. Il ruolo dell'Unione europea e degli Stati Uniti è fondamentale in questo senso. Purtroppo, malgrado la buona volontà del Commissario Emma Bonino e di molte associazioni non governative la situazione si è deteriorata, a partire dallo scorso marzo, per cui si può parlare di una situazione di guerra civile. La leadership del presidente Ibrahim Rugova, fautore di una lotta pacifica, si è scontrata con l'ala più oltranzista facente capo all'UCK, che sta guadagnando sempre più adepti, e rischia di diventare il punto di riferimento per la gioventù frustrata e delusa dalla piega che hanno preso gli eventi. In particolare, se si dovesse incancrenire la situazione di chi ha dovuto abbandonare la propria casa, la storia ci insegna che i migliori vivai per la lotta armata sono proprio i campi o le città dove i profughi vivono.
La situazione attuale. La difficoltà di esportare il modello di autonomia sudtirolese
La scorsa primavera le forze dell'UCK si sono ribellate alla repressione serba nel Kossovo. Ma la controffensiva dell'esercito e della polizia yugoslava hanno sconfitto i coraggiosi ma mal equipaggiati guerriglieri albanesi nella maggior parte del territorio. La Yugoslavia ha in pugno la situazione ed il controllo del territorio, tranne che per poche zone che però rischiano di cadere appena il potente esercito serbo lo decida. Ma la situazione attuale non può durare troppo a lungo. Da un lato, l'UCK, seppur debilitato, minaccia gli obiettivi serbi nella regione e dall'altro è intollerabile l'oppressione che i serbi stanno esercitando sulla popolazione albanese. Nel 1996, con la decisiva intermediazione della Comunità di Sant'Egidio era stato raggiunto un accordo fra Rugova e Milosevic per la restituzione degli edifici scolastici alla popolazione albanese, che avrebbe così potuto ripristinare il suo sistema educativo. Ma questo programma non è stato attuato, se non in minima parte in seguito ad un rinnovo dell'accordo nel marzo 1998, per cui non sappiamo se quest'autunno i ragazzi e le ragazze del Kossovo potranno ricevere l'istruzione della e nella loro lingua.
Per bloccare l'attuale conflitto e prospettare uno status soddisfacente per la popolazione albanese, sono stati proposti vari modelli. Quello più gettonato è stato quello dell'Alto Adige/Südtirol (2). Il problema irrisolvibile è che la grande maggioranza degli abitanti di etnia albanese del Kosovo punta all'indipendenza, e una concessione di uno statuto di autonomia porterebbe ad una tutela ed un autogoverno meno ampi di quelli goduti con la costituzione yugoslava del 1974. D'altro canto la Serbia di Milosevic non sembra intenzionata a fare concessioni alle rivendicazioni degli albanesi. Ecco quindi che un compromesso fra queste due posizioni va cercato, a meno di non lasciare decidere alla forza delle armi. Un'ampia autonomia sul modello sudtirolese è stata la proposta della diplomazia italiana, e anche Felipe González, nominato la scorsa primavera mediatore da parte della OSCE fra le parti in causa, aveva proposto una soluzione di questo tipo. Purtroppo la violenza della repressione serba ha reso gli albanesi più restii ad accettare ipotesi di profilo medio. È sperabile che la Yugoslavia conosca un processo di democratizzazione tale da permettere un dialogo con gli albanesi e non una semplice e violenta volontà di repressione. Pessimisticamente, l'ipotesi più accreditata è quella che i serbi concederanno qualcosa in termini di autonomia culturale agli albanesi, in pratica non andando più in là di quanto promesso con l'accordo del 1996, senza mollare niente in termini di ordine pubblico e organizzazione della pubblica amministrazione. Questa soluzione non farebbe cessare la guerriglia dell'UCK, ma acconterebbe la parte meno belligerante della popolazione, fiaccata da mesi di privazioni e paure. Può però fare sperare la nomina a rappresentante albanese nelle negoziazioni con Belgrado di Adem Demaci, figura carismatica e possibile mediatore fra l'eccessiva prudenza di Rugova e l'oltranzismo dell'UCK.
Considerazioni finali
L'osservatore occidentale viene colto dal dubbio che il conflitto in atto nel Kosovo, e più in generale tutte le tensioni dell'area balcanica sfuggano alla logica imperante nel resto dell'Europa (3). Infatti, i processi di globalizzazione hanno mostrato di favorire le articolazioni territoriali ispirate al federalismo, o meglio, viceversa, esso è "lo strumento indispensabile per la risoluzione dei problemi posti a livello istituzionale dalla globalizzazione" (4). Non solo le democrazie consolidate dell'Europa occidentale stanno conoscendo un ulteriore espandersi del fenomeno regionalista o federalista, come sta accadendo con la devolution alla Scozia, ma anche molte delle nuove costituzioni dell'Europa centrale ed orientale hanno stabilito almeno un decentramento amministrativo, e comunque molte misure di protezione per le minoranze etniche e linguistiche.
I Balcani sembrano ancora ispirarsi al modello dello scorso secolo, con la lotta per la costruzione di uno Stato nazionale forte e la rivendicazione nazionalista escludente le altre componenti etniche. La Serbia ne è un esempio eclatante, ma anche il sogno della grande Albania, pur frustrato, si iscrive entro la stessa logica. Ma la storia, che il comunismo ha bloccato per mezzo secolo- perlomeno nella logica propria dell'Europa degli Stati-nazione - , facendo però esplodere tutte le questioni irrisolte una volta caduto il muro di Berlino, è capace di grandi accelerazioni, per cui anche i Balcani potrebbero rientrare in quell'area geografica europea beneficamente toccata dalla mondializzazione dell'economia. Per ora, sembra che essa riguardi soprattutto gli aspetti negativi dell'economia, come il traffico di armi e la prostituzione. Ma è necessario che le parti in conflitto, serbi e albanesi, trovino una soluzione, di autonomia, di stato associato, di confederazione, di indipendenza, di protettorato internazionale, senza che scorra il sangue. Una volta stabilizzata l'area, le popolazioni potranno vivere e prosperare, approfittando della felice posizione geografica del Kosovo, passaggio fra i Balcani, la Mitteleuropa e il Mediterraneo.
Dott. Giovanni Poggeschi, ricercatore dell'area scientifica "Minoranze ed autonomie regionali" dell'Accademia Europea di Bolzano
Note:
1 Questa situazione crea un interessante conflitto istituzionale: la nuova costituzione del 1991 della Macedonia – anzi per essere più corretti della FYROM, Former Yugoslavian Republic of Macedonia, per via dell'ostracismo della Grecia ad usare il nome storico dell'antica terra di Alessandro Magno, nonché oggi regione greca il cui capoluogo è Salonicco- considera gli albanesi alla stregua di una minoranza da proteggere e non, come questi ultimi vorrebbero, una nazione co-fondatrice del nuovo piccolo Stato sovrano sorto dalla decomposizione della ex-Yugoslavia.
2 P. SIMIC, The autonomy statute of Trentino-South Tyrol. A european model for the Kosovo crisis?, pp. 39-48, in J. JANNING – M. BRUSIS (ed.), Exploring Futures for Kosovo. Kosovo Albanians and Serbs in Dialogue, Project Report of the Research Group of European Affairs, München, 1997.
Un'accurata analisi della recente storia costituzionale del Kosovo è J. MARKO, Minderheitenschutz in den jugoslawischen Nachfolgestaaten, Bonn, 1996, in particolare nel capitolo Der Minderheitenschutz in Serbien, Montenegro, der Bundesrepublik Jogoslawien und der Republik Kosova, pp. 201- 239. Non stupisca l'uso del termine repubblica per il Kosovo. L'autore si riferisce alla dichiarazione di indipendenza che i parlamentari del Kosovo fecero nel luglio del 1990, indipendenza solo virtuale, addirittura con alcuni profili di un governo in esilio, dato che qualcuno dei Ministri del governo non ufficiale del Kosovo vivono all'estero; v. anche AA. VV., Theses, elaborato dal Department of Middle andEastern Europe della Bertelsmann Foundation, Gütersloh, 1998.
3 L'opera più completa in lingua italiana è M. DOGO, Kosovo. Albanesi e serbi: le radici del conflitto, Lungro (CS), 1992. Per una ricca documentazione sugli ultimi anni si consiglia S. TROEBST, Conflict in Kosovo: Failure or Prevention?. An Analytical Documentation, 1992-1998, Flensburg, 1998.
4 S. ORTINO, La sfida federalista nell'era della globalizzazione, in Studi parlamentari e di politica costituzionale, n. 111, 1996.
Abstract:
Die Kosovo Krise
Der Kosovo (auf albanisch Kosova) war bis 1989 eine autonome Provinz der damaligen Sozialistischen Republik Serbien, einem der sechs Gliedstaaten des jugoslawischen Bundesstaates. Innerhalb der nach den Unabhängigkeitserklä-rungen von Slowenien, Kroatien, Mazedonien und Bosnien-Herzegowina auf Serbien und Montenegro zusammengeschrumpften Bundesrepublik Jugoslawien verlor der Kosovo seine Stellung als autonome Provinz. Die albanische Mehrheit, die 90% der Bevölkerung ausmacht, ist seither den Repressionen der serbischen Organe ausgesetzt. So ist den Kosovo-Albanern der muttersprachige Schulunterricht untersagt und bei öffentlichen Stellen wird Albanisch kaum als Amtssprache verwendet.
In den letzten Monaten hat sich die Lage im Kosovo verschärft. Die kriegerischen Auseinandersetzungen zwischen der Kosovo-Befreiungsarmee UCK und der jugoslawischen Armee bzw. serbischen Milizeinheiten haben bereits hunderte Todesopfer gefordert und eine Flüchtlingswelle von rund 200.000 Kosovo-Albanern ausgelöst.
Auf politischer Ebene werden verstärkt friedliche Lösungsmodelle diskutiert. Das von Österreich, Italien und der EU vorgeschlagene Autonomiemodell Südtirol, umgelegt auf den Kosovo innerhalb des jugoslawischen Staates, stößt jedoch bei der albanischen Bevölkerungsmehrheit, die eine völlige Unabhängigkeit anstrebt, auf Ablehnung und läßt die Chancen auf einen baldigen Frieden derzeit gering erscheinen.