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 Academia 23 
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L'Accademia americana Vizi privati e pubbliche virtù
Academia Nr: 23 (Juli / luglio  2000)

FRANCESCO PALERMO
Luci ed ombre del modello accademico americano.
Confronto con l'Europa e qualche riflessione semiseria sull'importanza della tranquillità per la ricerca.


La macchina del padrone di casa si ferma a 70 chilometri dall'Università e a due dall'abitazione più vicina. "Here we are!", mi dice orgoglioso, mostrando la sua baita di legno in mezzo al bosco, senza serratura sulla porta, ma dotata di collegamento internet. Non c'è posto migliore dove recarsi per un periodo di ricerca. Grazie a un finanziamento dell'Università di Trento, e nel quadro di un progetto di ricerca svolto presso la Facoltà di Giurisprudenza, ho avuto occasione di trascorrere due mesi presso la Vermont Law School (USA) per uno studio sull'ordinamento costituzionale americano.
Si è trattato di un periodo "sabbatico" utilissimo per dedicarsi alla ricerca "pura" e "di base", indispensabile precondizione di qualunque ricerca applicata, ma anche per cercare di capire l'ambiente circostante e tutto ciò che non si riesce ad apprendere dai libri. Molte sono le differenze tra "l'Accademia americana" e quella europea ed italiana in particolare, e come sempre accade ogni medaglia ha due facce. La prima impressione non è del tutto positiva. Il sistema di reclutamento dei docenti diverge dal nostro – almeno nella forma, anche se forse non nella sostanza. Talvolta si ha l'impressione che l'autopromozione conti più delle effettive capacità professionali, ma per lo meno si tratta di un dato generalmente diffuso e accettato, e le regole del gioco sono chiare a tutti fin dall'inizio.
La conseguenza è che anche le retribuzioni variano non poco a seconda dell'abilità del singolo nel contrattare il proprio stipendio. Anche la disciplina del rapporto di lavoro diverge profondamente da ciò a cui siamo abituati in Europa: il precariato accademico dura molto meno, perché non esiste la figura del ricercatore o dell'assistente, ma la gran parte degli incarichi di docenza è a contratto, il che significa che molti insegnanti impiegano una buona fetta del proprio tempo a pensare alla propria carriera, che per alcuni vuol dire scegliere tra le decine di offerte provenienti da diverse università e per altri trovare il modo di sbarcare il lunario l'anno seguente.
Nel mondo dell'insegnamento del diritto non esistono specializzazioni, per cui un professore può insegnare ad esempio un anno diritto costituzionale e quello dopo diritto privato. Naturalmente di fatto ciò accade di rado, perché ciascuno tende a specializzarsi in un settore attraverso i propri studi e le pubblicazioni, ma formalmente tutti sono "professors of law" e possono insegnare potenzialmente qualunque materia giuridica. Ovviamente in questo modo il livello complessivo, nonostante alcune menti brillanti che riescono a coprire tutto lo scibile giuridico, non è sempre eccellente, anche a causa dell'agevole accesso all'Accademia dal mondo esterno: non è difficile trovare avvocati penalisti che insegnano diritto commerciale, o persino ingegneri passati al diritto civile, introducendo nelle aule universitarie le lacune di cultura giuridica che spesso i professionisti si portano dietro. Non stupisce quindi che un penalista esperto in materia di pena di morte chieda se in Italia e negli altri paesi europei questa esista o meno, o se una studentessa della Georgia ammetta candidamente di non avere mai saputo che la confederazione degli stati del sud del 1861 si fosse data una costituzione: un po' come se uno studente tedesco non avesse mai sentito parlare della costituzione di Weimar. E pensare che paga 30.000 dollari all'anno per studiare alla Law School, e ha superato dure selezioni per esservi ammessa. Ma impara un mestiere, quello di avvocato, non il pensiero giuridico, né cerca un approfondimento culturale complessivo.
E proprio qui sta il punto. Questi aspetti appaiono fortemente negativi a noi accademici europei, tradizionalmente affezionati all'idea che l'università sia luogo di cultura, di riflessione, di universalità (universitas) di pensiero e di critica, mentre l'ottica americana privilegia la formazione pratica, l'apprendimento di una professione immediatamente spendibile sul mercato del lavoro, in luogo della trasmissione di capacità di analisi. Questa attitudine, almeno per ciò che riguarda l'insegnamento del diritto, deriva naturalmente dalla diversa impostazione dell'ordinamento e degli studi giuridici nei Paesi di common law, dove gran parte dell'apprendimento è basato su formule antiche e rituali (writs) e sulla conoscenza dei precedenti giurisprudenziali. L'altra faccia della medaglia è ancor più sorprendente, ma stavolta tutta in positivo. Gli studenti escono dall'università (in soli tre anni) con alcune gravi lacune culturali, ma con abilità professionali già perfettamente sviluppate: sanno fare gli avvocati, ed anche piuttosto bene. Inoltre, proprio perché gli studenti pagano cifre ragguardevoli per frequentare l'università ed i contratti di docenza sono spesso a tempo determinato, i professori non dimenticano mai chi è il loro vero datore di lavoro. Così accade che se gli studenti si lamentano di scarsa attenzione o scarso impegno da parte di un professore, questo viene "silurato" senza troppi complimenti. Nessuno si sogna di non fare lezione (non esistono gli "assistenti", per cui non ci si può far sostituire), di non farsi trovare al ricevimento, o di liquidare uno studente che lo ferma sul corridoio. Tutti sono disponibili per parlare con gli studenti, per fermarsi a chiarire i punti oscuri, per suggerire letture, e ogni insegnante, perfino l'affermato luminare, è soggetto a severe valutazioni da parte degli studenti. Inoltre, e soprattutto, in questo modo i docenti sono costretti a cooperare tra loro per migliorare il servizio ed evitare sovrapposizioni, e le inevitabili gelosie e antipatie personali devono giocoforza essere messe da parte, perché danneggiano chi le prova molto più di chi le subisce. La comunità accademica è dunque abbastanza coesa, certo più che da noi.
Ogni docente deve poi dimostrare una sufficiente capacità organizzativa e gestionale, è responsabile dei propri fondi di ricerca e deve periodicamente svolgere attività amministrative. Una sorta di "amministrare meno, amministrare tutti", che evita pericolose concentrazioni di potere. Tutto questo non inficia affatto la libertà accademica, anzi, la rafforza. La facoltà incoraggia il lavoro a domicilio, fornendo ad ogni professore l'accesso gratuito da casa a Internet e alle costose banche dati giuridiche, per cui tutti hanno il tempo di scrivere e di studiare. I salari sono sensibilmente migliori dei nostri e l'autonomia organizzativa è ampia. In definitiva, chi fa il proprio dovere viene messo in condizione di farlo al meglio, e chi non lo fa viene allontanato senza rimpianti. Insomma, i modelli accademici europeo ed americano sono strutturalmente diversi, basati su concezioni talvolta persino antitetiche degli obiettivi che la formazione universitaria deve fornire ai suoi utenti. Difficile dire se un sistema è in assoluto migliore di un altro. Bisogna conoscere, capire ma evitare di giudicare con gli occhi di chi è abituato a (o sogna) un mondo e rifiuta di capirne un altro e di apprezzarne pregi e difetti. Anche a questo servono i periodi sabbatici di studio, la comparazione e in ultimo i contatti con culture diverse.
Un solo criterio, universalmente valido, può essere utilmente confrontato per stabilire l'efficacia di un sistema: la qualità della vita in generale, e di quella accademica in particolare. Così il curioso studioso straniero non può che restare ammirato quando, chiedendo semplicemente come vanno le cose incrociando i colleghi sul corridoio, si sente rispondere, con un sorriso sereno, che tutto è "calmo e tranquillo". Una risposta che in Europa, purtroppo, non si sente mai.

FRANCESCO PALERMO
Accademia Europea di Bolzano Minoranze ed autonomie regionali
francesco.palermo@eurac.edu


Amerikanische versus Europäisches Universitätsmodell

Das amerikanische Universitätsmodell unterscheidet sich grundlegend vom europäischen.
Ausbildung: Sie ist praxisorientiert. Wer ein Jus-Studium absolviert mit dem Ziel Scheidungsanwalt zu werden, beherrscht nach dreijährigem Studium eben dieses Handwerk, hat dafür aber große Wissenslücken in anderen juristischen Fachbereichen. Professoren: Die akademische Laufbahn unterliegt weniger strengen Regelungen, was natürlich Vor- und Nachteile mit sich bringt. Forschung: Sie wird von den Universitäten aktiv unterstützt, indem z.B. allen Professoren ein freier Internetanschluss von zuhause aus geboten wird.


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