La costruzione dell' identità etnica in processi di interazione sociale
Aprocci teorici al fenomeno etnico nelle scienze antropologico-sociali di Francesca Nardin
La rinascita e le rivendicazioni di gruppi e movimenti a base regionale, linguistica ed etnica costituiscono oggi delle alternative allo stato nazionale per la formazione di identità. Le trasformazioni a livello di politica mondiale nonché le ondate migratorie che dal terzo mondo hanno raggiunto l'Europa negli ultimi decenni hanno profondamente mutato gli assetti politico-istituzionali nonché l'ottica attraverso la quale analizzarli: il "fattore etnico" diventa una categoria analitica sempre più importante nello studio dei rapporti politici e socio-culturali dei moderni stati nazionali. Inoltre, l'ampliamento delle comunicazioni e degli ambiti di relazione ed i conseguenti processi di omologazione e globalizzazione della cultura e quindi la perdita di punti di riferimento "localistici" accrescono il bisogno di identificazione dell'uomo moderno. Tematizzare il cosiddetto "revival etnico"1 degli ultimi trent'anni significa quindi prendere in considerazione la questione dell'identità etnica e culturale nonché le caratteristiche dei "discorsi etnici" che condizionano i meccanismi istituzionali di regolamentazione di appartenenza ed esclusione. Tra le diverse prospettive disciplinari chiamate ad affrontare la problematica etnica le scienze antropologico-sociali indagano soprattutto le forme ed i modi della dinamica culturale attraverso l'analisi del contatto tra culture diverse. Alcuni approcci teorici e concettuali sviluppati in campo antropologico negli ultimi trent'anni risultano di grande rilevanza per lo studio del fenomeno delle aggregazioni sociali su base etnica quali si manifestano oggi nei paesi industrializzati. Il presente articolo intende fornire un breve contributo alla discussione teorica analizzando le due principali correnti interpretative del fenomeno etnico in campo antropologico-sociale, sostenendo la tesi di una maggiore utilità euristica dell'approccio costruttivista rispetto a quello primordialista.
Di fronte alla riscoperta dei valori di appartenenza ad un gruppo etnico, e, sul piano politico, all'insorgere di movimenti autonomisti e indipendentisti nel mondo occidentale a partire dagli anni '60 e nei paesi dell'Europa orientale a partire dal crollo dei regimi comunisti, si sono sviluppati nelle scienze antropologico-sociali, fondamentalmente impreparate di fronte allo scoppiare di questo fenomeno socio-culturale2, diversi approcci analitici, i principali tra i quali sono il paradigma primordialista e quello costruttivista. Altri approcci, che in parte si riallacciano alle due correnti principali integrandole e a volte radicalizzandole, non verranno qui presi in considerazione.
Il termine "primordialismo" fu coniato da Edward Shils nel 19573 e da allora viene utilizzato per indicare quella corrente interpretativa per la quale l'etnicità ed i fenomeni di lealtà etnica sono fenomeni "innati" che l'uomo si porta dietro da tempi remoti: un lascito di tempi primordiali di cui non viene messo in discussione né il carattere perenne né la permanenza immutata nel tempo. L'antropologo Clifford Geertz descrisse chiaramente le caratteristiche di un "attaccamento primordiale": "By a primordial attachment is meant one that stems from the "givens" (...) of social existence: immediate contiguity and kin connection mainly, but beyond them the giveness that stems from being born into a particular religious community, speaking a particular language, or even a dialect of a language, and following particular social practices. (...) for virtually every person, in every society, at almost all times, some attachments seem to flow more from a sense of natural - some would say spiritual - affinity than from social interaction"4. Secondo questa concezione, l'identità etnica è costituita dalla somma di quelle caratteristiche innate che ogni individuo condivide con gli altri membri del suo gruppo fin dal momento della nascita, quando acquisisce la storia e le origini del gruppo. L'etnia diviene un "dato" storico-culturale ancorato ad un insieme di caratteri comuni (che possono essere biologici, somatici, linguistici ovvero la "somma" di più caratteri). Fin dalla nascita l'individuo viene "dotato" dal suo gruppo di una nazionalità, una lingua, una religione ed un sistema di valori. In questo senso quindi il gruppo diventa dominante e segna il destino dei membri. Harold Isaacs riconosce una "costante" valida per qualsiasi gruppo etnico indipendentemente dalla cultura e dalle situazioni, ossia la funzione dell'identità etnica di "dotare" i membri del gruppo di senso di appartenenza e conseguentemente di auto-stima. L'identità non può venire negata o rifiutata dall'individuo: "It is an identity he might want to abandon, but it is the identity that no one can take away from him"5. La continuità storica della comunità etnica diviene quindi un fattore determinante per l'identità personale. Questa concezione dell'identità etnica quale "dotazione" oggettiva che stabilisce e segna la vita dei membri di gruppi etnici comporta un uso "essenzialistico" dei concetti e delle definizioni con cui operare per analizzare i fenomeni sociali legati al "revival etnico". Significa infatti definire "a priori" quali sono le caratteristiche innate di un gruppo etnico. In questo tipo di analisi hanno maggior peso gli aspetti oggettivi che caratterizzano un'etnia, cioé quei requisiti osservabili e descrivibili in termini di contenuto in base ai quali viene definito un gruppo etnico (lingua, razza, storia, provenienza comune...) e che costituiscono criteri di identificazione prestabiliti che un individuo fin dalla nascita acquisisce e fa propri, e dai quali solo diffilcimente può prescindere nel suo agire sociale quotidiano. Tipico di questa corrente è quindi apportare delle definizioni che individuano in una o più caratteristche comuni a tutti membri il "fulcro etnico" del gruppo, ciò che rende l'etnia una categoria reale e sempre esistente nella storia dell'umanità. I discorsi etnici di tipo essenzialista e primordialista presuppongono un determinismo culturale che non lascia spazio alla dimensione "situazionale" dell'identità: la struttura culturale di un dato gruppo modella le istituzioni e plasma lo stesso carattere degli individui. Conseguentemente anche i rapporti interetnici sono caratterizzati da rigidità e chiusura che influenzano a loro volta gli strumenti concettuali e simbolici della comunicazione. La validità di quest'approccio, a prescindere da valutazioni di tipo teorico-concettuale, viene principalmente messa in discussione dalle stesse dinamiche che caratterizzano oggi il revival etnico. I processi di globalizzazione culturale, la maggiore permebilità dei confini e l'aumento di appartenenze multiple, tendono di fatto ad affievolire "oggettivamente" i legami tradizionali. Quindi l'identità etnico-nazionale, lungi dall'essere un "dato" certo ed invariabile, è oggi più che mai una "scelta culturale", come bene evidenzia Alberto Melucci: "I processi di sviluppo in rapida accelerazione hanno accentuato le differenziazioni e moltiplicato i canali di comunicazione (...) nel frattempo si sono allentati i vincoli istituzionali e le tradizionali strutture sociali non sono più in grado di assicurare la coesione dei gruppi. L'identità etnico-nazionale offre, come scelta culturale, una risposta a tali processi"6. Un approccio che offre maggiori e più adeguati strumenti analitici per lo studio degli attuali fenomeni etnici è a nostro avviso l'approccio costruttivista e situazionista. Va precisato che i due paradigmi che vengono qui presi in considerazione non sono da considerarsi antiteci: il paradigma costruttivista integra, come vedremo, quello primordialista apportandovi quegli elementi di dinamicità necessari al fine di abbandonare un determinismo culturale che non riesce a tener conto dei mutamenti nelle definizioni di appartenenza ed identità.
Benché quest'approccio venga considerato come la corrente "nuova" nell'ambito dello studio del fenomeno etnico, esso in realtà trova il suo eminente precursore nel sociologo Max Weber, che nello scritto "Ethnische Gemeinschaftsbeziehungen", pubblicato postumo nel volume "Wirtschaft und Gesellschaft"7, pone le basi teoriche e metodologiche dello studio dei gruppi etnici e delle relazioni etniche a partire dall'uso di criteri di tipo soggettivo per definire comunità e rapporti di tipo etnico. Il gruppo etnico viene definito da Weber come un gruppo di individui "che nutrono - sulla base di affinità dell'habitus esterno o dei costumi, o di entrambi, oppure di ricordi di colonizzazione o di migrazione - la credenza soggettiva di una comunità di origine (in modo che questa diventi importante per la propagazione della comunità) (...) e ciò prescindendo dal fatto che una comunanza di sangue sussista oggettivamente o no"8. Il concetto centrale di credenza soggettiva ad una radice comune e ad un sentimento di comunità indipendentemente da reali criteri oggettivi di appartenenza (sangue, razza, lingua ecc.) ad un dato gruppo diviene quindi la caratteristica centrale di una comunità etnica nella definizione weberiana nonché un concetto fondamentale per un approccio che rifiuti ogni tipo di determinismo culturale per sottolineare invece l'aspetto dinamico del rapporto uomo-cultura, che si esplica soprattutto nel conferimento di significato, da parte degli individui e dei gruppi, alle azioni e al comportamento umano. "Ritenendo, insieme con Max Weber, che l'uomo è un animale impigliato nelle reti di significati che egli stesso ha tessuto, credo che la cultura consista in queste reti e che perciò la loro analisi (..) sia anzitutto (...) una scienza interpretativa in cerca di significato"9. Nel momento in cui i membri di un gruppo etnico conferiscono un significato alla loro appartenenza ad una data comunità, si auto-definiscono gruppo e riorganizzano gli elementi "oggettivi" acquisiti al fine di orientare le proprie azioni. Utilizzare "criteri soggettivi" per la definizione di gruppi etnici significa quindi, seguendo il pensiero di Geertz, descrivere le interpretazioni che questi attribuiscono al mondo in cui vivono. In campo antropologico l'autore che ha saputo tradurre questi concetti fondamentali in una teoria dinamica dei rapporti etnici è l'antropologo Frederik Barth10, che ha contribuito al superamento della concezione di gruppo etnico quale sistema sociale chiuso introducendo quella di etnicità come risultato dell'interazione sociale e dello scambio tra gruppi diversi. Barth parte dal presupposto teorico-metodologico che i gruppi etnici sono categorie nelle quali i membri si identificano auto-definendo la loro appartenenza e la loro identità ed organizzando il modo delle interazioni sociali. Le distinzioni etniche non dipendono da un'assenza di mobilità, contatti ed informazioni, ma comportano processi di esclusione ed incorporazione. Il criterio dell'autodefinizione o auto-categorizzazione si trova in un complesso rapporto di reciprocità con il processo di categorizzazione. È grazie all'interazione e al contatto con altri gruppi, quindi anche tramite un processo di "esclusione", che i membri possono sviluppare una coscienza della loro "differenza" e quindi identificarsi quali portatori di una data tradizione culturale. Come sottolinea Daniele Conversi "i gruppi etnici si autopercepiscono come indipendenti ed autonomi, eppure è la loro stessa interdipendenza che ne fonda il progetto differenziante, dalla loro interazione nasce il significato stesso della differenziazione"11. Diventa quindi chiaro come il concetto di identità etnica e di gruppo etnico non costituiscano per Barth delle realtà sociali, bensì presuppongano un comportamento ed un'azione sociale che definiscono l'appartenenza ad una data etnia. Barth può quindi essere definito costruttivista perché secondo l'antropologo l'identità etnica si costruisce e ricostruisce nell'interazione sociale, e può anche dirsi situazionista perché secondo il suo approccio le caratteristiche che diventano rilevanti nell'azione interetnica non sono la somma delle differenze "oggettive" tra appartenenti a diversi gruppi, bensì sono quelle che gli attori stessi considerano rilevanti: a seconda delle situazioni alcune caratteristiche culturali possono venire utilizzate dagli attori come simboli ed emblemi di differenziazione, altre invece possono venire ignorate se non addirittura negate. Quindi, anche nel caso che le differenze culturali tra i membri di gruppi etnici diversi siano trascurabili o minime in termini "oggettivi", possono acquistare una grande rilevanza se vengono rinforzate e "istituzionalizzate" nel corso dell'interazione sociale tra i gruppi. Il bisogno di identificazione e di aggregazione degli individui non è quindi da intendersi come un bisogno "primordiale", bensì come un bisogno che scaturisce dalle stesse pratiche di interazione. Quest'approccio teorico che Barth concretizza attraverso l'illustrazione di esempi presi dalla realtà empirica, risulta possedere grande validità euristica per l'analisi dei moderni fenomeni di riscoperta di valori etnico-nazionali nel mondo industrializzato. Infatti nella società contemporanea, caratterizzata da una forte frammentazione etnica e culturale, l'identità etnica che viene a manifestarsi non è tanto un'identità che assume a proprio fondamento gli elementi di omogeneità con i soggetti del proprio mondo "chiuso in se stesso", quanto un'identità che interpreta la realtà sulla base della "diversità" rispetto al mondo circostante. L'etnicità si rivela come una realtà simbolica costruita socialmente attraverso la quotidiana interazione tra soggetti portatori di diverse tradizioni e convenzioni culturali e comunicative e, utilizzando la definizione di Thomas Eriksen (allievo di Barth), essa si configura quale coscienza e comunicazione di differenze culturali12, è quindi il risultato del contatto e della comunicazione che avvengono lungo il "confine", concetto centrale nel paradigma teorico di Barth.
Il concetto di confine che Barth analizza nel suo saggio introduttivo al volume Ethnic groups and Boundaries non è il confine in senso territoriale del termine, quanto il confine in senso sociale, ossia come fattore che pone in relazione gruppi etnici diversificati. "The Boundaries to which we must give our attention are (...) social boundaries, though they may have territorial counterparts"13. Il confine etnico canalizza la vita sociale, determinando l'organizzazione del comportamento e delle relazioni sociali: i gruppi etnici infatti persistono quali unità significative definendo le differenze culturali grazie a precise regole che governano e guidano i rapporti interetnici. Il confine quindi altro non è che l'insieme dei criteri che determinano l'appartenenza e l'esclusione ad un dato gruppo etnico ("criteria of membership"14).
La definizione dei confini avviene in seguito a differenze "oggettive" preesistenti, ma non è la loro qualità od oggettività ad essere rilevante per la definizione, bensì l'importanza che il gruppo stesso attribuisce a determinate differenze. Ciò è dimostrato anche dal fatto che una drastica riduzione delle differenze culturali tra gruppi etnici non corrisponde automaticamente ad una riduzione della rilevanza organizzativa di identià etniche o di un'interruzione nel processo di mantenimento dei confini. Il concetto di confine di Barth non è quindi da considerarsi un'alternativa alle definizioni di etnicità che si rifanno ad attributi comuni dei membri dei gruppi, bensì un necessario completamento al fine di sottolineare l'importanza della costruzione sociale nello sviluppo dell'identità etnica e dei rapporti interetnici. Questa concezione pone l'individuo nonché il gruppo in una posizione dinamica rispetto alla sua cultura: infatti, come scrive Barth, la maggior parte dei contenuti culturali che si associano ad una data popolazione non coincide con i suoi confini; i contenuti culturali infatti possono variare, mutare, venire trasmessi ed essere acquisiti senza che vi sia alcuna relazione con il mantenimento dei confini del gruppo etnico.
L'indagine riguardo alla definizione ed al mantenimento dei confini etnici in un'epoca in cui i confini fra le nazioni ed i popoli diventano sempre più permeabili costituisce un affascinante campo d'indagine. E' proprio la sua ambiguità a fare del concetto di "confine" una valida categoria analitica: la sua funzione di filtro e di selezione, di barriera e cerniera, di esclusione e contatto può essere validamente utilizzata per analizzare le situazioni odierne di convivenza, in particolare di gruppi culturalmente non distanti ma comunque divisi da continui processi di "definizione dei confini", intesi come meccanismi socio-culturali di mantenimento delle differenze. L'analisi delle relazioni interetniche non può infatti prescindere dallo studio dei processi che avvengono lungo il confine etnico, ossia di quei meccanismi e di quelle interazioni che portano all'organizzazione sociale ed istituzionale delle differenze linguistico-culturali.
1 Smith, A., Il revival etnico, Il Mulino, Bologna 1984
2 L'etnia ed i sentimenti etnico-nazionali erano infatti stati considerati, fino a quel momento, come residui del passato destinati a scomparire in seguito ai processi di mobilitazione sociale e di modernizzazione che avrebbero portato all'assimilazione culturale dei gruppi etnici più piccoli.
3 Shils, E., Primordial, personal, sacred and civic ties, in: British Journal of Sociology, 8, 1957
4 Geertz, C.: The integrative Revolution: Primordial Sentiments and Civil Politics in the New States, in: The interpretation of cultures: selected essays, Fontana press, London 1993, pp.259s.
5 Isaacs, H.R., Basic Group Identity: The Idols of the Tribe, in: Glazer, N. / Moynihan, D.P., (ed.), Ethnicity. Theory and Experience, Harvard University Press, Cambridge 1975, p.35
6 Melucci, Alberto: Il risveglio degli etnonazionalismi in Occidente. Alcune coordinate teoriche, in: Rusconi, G. E. (a cura di), Nazione etnia cittadinanza in Italia e in Europa. Per un discorso storico-culturale, Editrice La Scuola, 1993, p. 170
7 Weber, M., Wirtschaft und Gesellschaft, Mohr, Tübingen 1922; ed. ital.: Economia e società, Edizioni di Comunità, Milano 1965
8 Weber, M., 1965, pp.397s.
9 Geertz, C., Interpretazione di culture, Il Mulino, Bologna 1987, p.41
10 Barth, F., (ed.), Introduction, in: Barth, F. (ed.), Ethnic Groups and Boundaries. The social Organization of Culture Difference, G. Allen & Unwin, London 1969
11 Conversi, D., Teorie dell'etno-nazionalismo, in: La Critica Sociologica, 81, 1987, pp. 71-88
12 Eriksen, T.H., Ethnicity and Nationalism: Definitions and Critical Reflections, in: Bulletin of Peace Proposals, Vol. 23, n. 2, 1992, p. 220
13 Barth, F., op. cit., p.15
14 Ibid., p.38