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"World Conference on Linguistic Rights", Barcellona, giugno 1996

di Antonio Lampis


Ho avuto occasione di partecipare come osservatore alla Conferenza Mondiale dei Diritti Linguistici che si è tenuta a Barcellona dal 6 al 9 giugno 1996. La conferenza aveva lo scopo di riunire esperti di tutto il mondo al fine di approvare una "Dichiarazione universale dei diritti linguistici". L'iniziativa ha avuto il patrocinio ed il sostegno dell'UNESCO, di alcuni uffici della Commissione dell'Unione Europea, della Generalidad della Catalogna e dell'amministrazione comunale di Barcellona. Durante i lavori è stata elaborata una mozione di auspicio affinché in ciascuno Stato possa maturare la consapevolezza che le lingue sono lo specchio della cultura dei popoli e le garanzie per la preservazione di tale patrimonio sono misure che arricchiscono il prestigio dello Stato che le pone in essere. A tal fine il testo della Dichiarazione Universale dei diritti linguistici sarà portato a conoscenza dei Parlamenti degli Stati e delle comunità regionali.

I lavori della Conferenza si sono articolati sulle tre giornate con interventi di numerosi esponenti delle associazioni prevalentemente non governative, che hanno partecipato alla conferenza, sottoscrivendo i contenuti della Dichiarazione universale. Erano ammessi a partecipare al dibattito solo coloro che avessero sottoscritto la Dichiarazione. Quest'ultimo particolare ha assicurato agli organizzatori una platea, per così dire, comprensiva, anche rispetto alle carenze ed alla genericità di molte previsioni contenute nella Dichiarazione, specie sotto il profilo giuridico, già poste in evidenza in questa Rivista da parte dei collaboratori dell'Accademia Europea. Particolarmente significativo è stato il confronto tra la situazione dei numerosissimi paesi cui appartenevano gli studiosi che hanno partecipato alla Conferenza e la normativa italiana adottata per la Provincia di Bolzano, ove la regolamentazione dei diritti linguistici particolarmente dettagliata costituisce una disciplina additata ad esempio in molte parti del mondo. I partecipanti e gli organizzatori erano in prevalenza studiosi di linguistica ed esperti di problemi di traduzione; il Pen Club International aveva evidentemente un ruolo trainante. Altrettanto visibile era, sia nella Dichiarazione sia nei lavori, l'approccio catalano alle problematiche riguardanti i rapporti fra gruppi linguistici e fra minoranze nazionali e Stato centrale ed in particolare il riflesso delle dinamiche politiche attuali nei rapporti fra il Governo centrale spagnolo, la Catalogna e le altre comunità della penisola iberica.

Nel corso dei lavori hanno preso la parola in prevalenza socio-linguisti o professori di lingua che hanno avuto meno riserve nel sottoscrivere la Convenzione, cosa che invece è evidentemente stata più difficile per gli appartenenti al mondo giuridico. Un richiamo ad una maggiore concretezza è venuto dal rappresentante dell'UNESCO, di nazionalità vietnamita, che ha posto l'accento sull'assenza di effettività per molti dei diritti riconosciuti dalla Dichiarazione, avvertendo l'uditorio sulla relatività dei diritti all'uso della lingua; ed infatti la sua lingua, parlata da milioni e milioni di persone, non viene capita da nessuno dell'uditorio. Alcuni relatori hanno poi contestato il forte legame, presente nella Dichiarazione, tra i concetti di lingua e territorio. Lo stesso rappresentante dell'UNESCO ha espresso l'avviso che le lingue possono essere dominanti in un territorio, ma non ne possono mai essere proprietarie. D'altro canto è apparso a molti chiaro quanto sia difficile la predisposizione di un modello che possa avere sufficienti elementi di generalità tali per poter essere utilizzato nelle diversissime situazioni che si presentano nei vari Paesi del mondo. Il grado di intensità delle misure di garanzia dei diritti linguistici non sembra infatti potersi fissare in termini astratti, come alcuni passi della dichiarazione lascerebbero intendere, ma va commisurato ai singoli casi concreti o almeno al rilievo numerico delle comunità linguistiche, al loro grado di autonomia politico-amministrativa. Non può inoltre essere dimenticato che anche il più lodevole intento di garanzia per le comunità minoritarie deve comunque essere commisurato alle possibilità di concreto intervento delle competenti strutture statali o locali ed ovviamente alla possibile spesa pubblica. Un contributo del tutto particolare è venuto dai rappresentanti degli Stati africani che hanno testimoniato la drammatica realtà di quei Paesi, ove si parlano centinaia e centinaia di lingue nell'ambito di un medesimo territorio nazionale e tuttavia, prima di poter parlare di diritti linguistici, occorre concentrare gli sforzi degli Stati e della società civile per i diritti di sopravvivenza. A tale riguardo uno dei relatori africani ha invocato il motto "primum vivere, deinde philosophare". Sempre dai rappresentanti dei Paesi in via di sviluppo è stata sottolineata la difficoltà di prevedere un sistema di norme per quelle lingue (e là sono la maggioranza) che non hanno tradizione scritta, ma solo orale. Nel suo secondo intervento il rappresentante dell'UNESCO evidenzia quanto il testo della Dichiarazione provenga dall'esperienza del mondo occidentale dove è normale un processo di evidenziazione anche delle lingue minoritarie e delle loro culture attraverso la scolarizzazione e quindi una loro conseguente "cristallizzazione". Nelle culture a tradizione orale queste possibilità sono ben lungi dall'essere prossime. Inoltre le immense metropoli dei continenti extraeuropei non sono compatibili con il monolinguismo e negli stessi continenti vi sono molte lingue senza territorio. Pertanto, secondo il rappresentante dell'UNESCO, occorre riconoscere che la Dichiarazione sulla quale si è lavorato a Barcellona è un documento politico rivolto a richiamare l'attenzione degli Stati sulla necessità di un maggiore rispetto per la dignità delle lingue e per la promozione delle culture che esse esprimono.

Nella seconda giornata dei lavori vi è stata, all'esterno del Convegno la protesta di alcuni sedicenti sostenitori della "tolleranza linguistica in Catalogna", appartenenti ad una associazione di catalani volta al mantenimento sia nelle scuole che nella società dell'uso della lingua castigliana, emarginata, secondo loro, dalla attuale politica linguistica della Regione autonoma di Catalogna. In particolare detta Associazione ha espresso la propria contrarietà alla politica scolastica catalana, che attualmente privilegia il metodo dell'immersione linguistica, prevedendo cioè l'uso veicolare del catalano a scapito della lingua castigliana. L'Associazione ricorda che la Costituzione spagnola riconosce il castigliano come lingua dello Stato, "che tutti hanno il diritto di parlare ed il dovere di conoscere". Ovviamente non è proponibile alcun paragone tra la realtà catalana e quella della nostra provincia, tuttavia è immediatamente percepibile un dato comune circa lo strumento della immersione linguistica: le polemiche! L'associazione per "la tolleranza linguistica e contro la discriminazione", che non è stata ammessa a parlare alla Conferenza, ha distribuito un volantino, il cui contenuto, al 20.5. 1995, sarebbe stato sottoscritto da 50.000 cittadini catalani. Senza mezzi termini tale associazione definisce nazionalista la politica linguistica catalana, ma tali affermazioni vengono fermamente respinte dagli organizzatori della Conferenza che rammentano le sofferenze del popolo catalano durante la dittatura franchista e la tolleranza tradizionale che ha contrassegnato la storia e la cultura catalana. La partecipazione alla Conferenza è stata particolarmente utile anche come occasione di incontro con studiosi finlandesi e svedesi, con i quali si è potuto operare uno scambio di idee circa l'organizzazione di esami di bilinguismo che sono conosciuti anche in quei Paesi. In particolare il sistema finlandese è adottato attualmente su due livelli, il primo dei quali è superato da gran parte della popolazione, il secondo molto meno accessibile. Il progetto di riforma di tali esami di bilinguismo prevede il passaggio da due a tre livelli, così come nei progetti di riforma degli esami di bilinguismo altoatesino si è discusso del passaggio, almeno per le prove scritte, da quattro a tre livelli. In ogni caso il segno importante di questa Conferenza mondiale è stato la diffusione in moltissimi Stati delle basi per una compiuta riflessione sulle garanzie linguistiche fondate sulla norma giuridica, poiché le grandi conquiste di democrazia si perseguono attraverso il diritto.

Dott. Antonio Lampis, funzionario presso il Commisariato del Governo ·

Abstract :

La bozza di una Dichiarazione universale dei diritti linguistici, principale argomento di discussione della conferenza mondiale sui diritti linguistici tenutasi a Barcellona all'inizio di giugno, è stata illustrata ed analizzata criticamente nello scorso numero di Academia (pag. 8 ss.) da un gruppo di lavoro dell'Accademia Europea. Le osservazioni critiche del gruppo di lavoro erano rivolte soprattutto alla scarsa considerazione rivolta nella bozza di dichiarazione alle vigenti norme di diritto internazionale nonché alla vasta portata dei diritti linguistici ivi formulati che ne rende praticamente irrealizzabile l'attuazione ad opera degli stati firmatari (cfr. art. 13 "Everyone has the right to be polyglot" ). L'Accademia Europea non ha inviato alcun suo rappresentante alla conferenza mondiale sui diritti linguistici perché condizione necessaria alla partecipazione era l'appoggio indiscusso alla proposta. Abbiamo perciò chiesto al dott. Antonio Lampis, funzionario presso il Commissariato del Governo ed autore di alcuni studi sui diritti linguistici, di riportare le sue impressioni riguardo alla conferenza di Barcellona.


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