Lingue speciali: docenti e ricercatori a convegno
di Stefania Cavagnoli
Il tema dei linguaggi specialistici, già trattato in questo bollettino e fulcro di alcuni progetti dell'area scientifica "Lingua e diritto", è un tema di grande attualità nella ricerca internazionale ed italiana. Soprattutto a livello di didattica universitaria delle lingue ci si sta muovendo in questa direzione, come dimostrano anche gli ultimi incontri proposti agli studiosi di questa materia presso l'Università di Milano, Bocconi e quella di Pavia. Il centro linguistico dell'Università Bocconi ha organizzato, il 27 settembre scorso, un incontro sulla didattica delle lingue speciali, da considerarsi come proseguimento del congresso internazionale sul linguaggio giuridico svoltosi lo scorso anno sempre presso la stessa università. Mentre il congresso internazionale era più generale e affrontava temi riguardanti sia la definizione di questo particolare linguaggio, che l'applicazione a livello didattico e a livello traduttivo (considerando anche il particolare approccio dell'interpretariato), l'incontro in questione si dedicava principalmente all'insegnamento dei linguaggi specialistici e l'ambito scelto era quello economico. Erano perciò presenti, in veste di relatori, docenti universitari e ricercatori che quotidianamente si occupano di insegnamento e analisi di lingue straniere. Il convegno era strutturato in forma semin"arial,trebuchet MS,"e, con un'introduzione comune e una suddivisione in gruppi di lavoro che avevano come discriminante la lingua interessata: inglese, tedesco, francese, russo e spagnolo. Mancavano, anche questa volta, i contributi sull'italiano come lingua straniera, un aspetto spesso sottovalutato a livello universitario (con le eccezioni dignitose delle università per stranieri di Siena, di Perugia e della Terza università di Roma) per la mancanza di attuazione nei corsi offerti dai centri linguistici, aspetto questo che conferma l'ipotesi, già sostenuta in questa rivista, che la ricerca italiana sui linguaggi specialistici è dettata da esigenze principalmente di apprendimento finalizzato allo studio o all'attività lavorativa.
La fase di apertura al convegno è stata quella dedicata all'inquadramento della storia della ricerca dei linguaggi specialistici in Italia. La descrizione1 partiva dal problema già dibattuto nella letteratura sia italiana che internazionale della dimensione verticale o orizzontale delle lingue speciali. E' necessario qui illustrare che cosa si intenda con queste due espressioni: la dimensione orizzontale è quella che tiene in considerazione gli aspetti descrittivi di una determinata lingua speciale, la classifica e la analizza sotto l'aspetto lessicale, morfologico, sintattico e non ultimo testuale. Quella verticale, invece, analizza questi linguaggi in base all'interlocutore e al destinatario e non tanto in base alle caratteristiche linguistiche, alla tipologia del testo. L'approccio scelto, già sostenuto in una pubblicazione del relatore di qualche anno fa2, è quello verticale e quindi sociolinguistico, della stratificazione interna della lingua, sulla base dei destinatari. Il tipo di testi a cui egli si riferisce è quello scritto. La comunicazione può svolgersi fra specialisti, fra specialista e esperti del settore e fra specialista e il pubblico. Molto bene è esemplificata questa suddivisione nell'ambito medico, sottolineando come la differenza nell'ambito medico fra lingua speciale e lingua comune sia forse massima, rispetto agli altri ambiti, ma anche come proprio in questo settore sia quotidiana e necessaria la comunicazione verticale e come debba essere efficace. Per inquadrare la storia dell'italiano specialistico, si è segnata la data di inizio nel 1939, con gli studi pubblicati regolarmente sulla rivista "Lingua nostra": i primi due contributi si occupavano del lessico elettrotecnico e di quello calcistico. Non ci si dilunga qui sulla definizione di quali siano effettivamente le lingue speciali accettate come tali, se per esempio quello calcistico non sia poi più un gergo che una microlingua, o un linguaggio settoriale contrapposto ad uno più specialistico3. Negli anni '50 si assiste ad una continuazione dei due interessi, già iniziati nel decennio precedente, quello descrittivo, che considera soprattutto i caratteri lessicali tipici della lingua e quello normativo, che si interroga sulla funzionalità della lingua: in questo periodo si inizia a porre l'attenzione anche per le altre lingue. Negli anni '70 si incomincia a occuparsi del problema in maniera più continuativa, soprattutto con i lavori di Altieri Biagi e di Beccaria. Anche in questo tempo i linguaggi analizzati sono solo alcuni, ma si rivolge attenzione anche alle "nuove" specializzazioni linguistiche. Negli anni '80 incomincia la diversificazione verticale e gli argomenti trattati sono quelli della medicina, dell'economia e della divulgazione, per arrivare poi negli anni '90 alle ricerche di Gotti, Sobrero, Dardano, che affronta il problema anche dal punto di vista della storia della lingua. In questi anni riprende la ricerca in ambito lessicale-terminologico, da cui si era partiti ad affrontare il problema negli anni '40, questa volta però in vista di una maggior funzionalità e non per questioni di purismo. La ricerca italiana oggi si può considerare ormai assestata, anche se come già detto gli ambiti di ricerca che ancora maggiormente necessitano un approfondimento vengono individuati da Cortellazzo nell'oralità, nel quadro della verticalità della comunicazione, per esempio fra specialisti e profani, che vada al di là della differenza di registro usato, ma che consideri le speciali forme di comunicazione e le tipologie specifiche, e nella descrizione sistematica delle singole lingue speciali, partendo dalla convinzione che esiste un nocciolo uguale per tutti, a cui si sommano variazioni sia lessicali che morfosintattiche a seconda dell'ambito in esame (si possono qui supporre forti differenze strutturali fra la medicina e il diritto, o le scienze esatte e l'economia). Un altro aspetto sottolineato nella relazione, che per l'italiano può ancora considerarsi un campo inesplorato4, è quello delle caratteristiche culturali dei testi accademici di tipo specialistico. Partendo dal presupposto che la lingua sia una convenzione, nella mediazione di testi dovrebbe emergere l'aspetto culturale. In questo modo i testi conserverebbero un tratto prettamente nazionale in un ambito e in un momento in cui si spinge con forza all'internazionalizzazione. Le ricerche esistenti su testi inglesi e tedeschi, a livello testuale (con criteri di simmetria, sequenza, subordinazione, uniformità di trattamento), pongono la questione se i tratti individuati come comuni siano da riferire alla comunanza culturale di internazionalità o se forse siano più legati al discorso disciplinare. Un ulteriore campo in cui la ricerca resta ancora aperta è quello terminologico, soprattutto considerato dal punto di vista funzionale, con lo scopo di portare ad una normatizzazione basata su studi sia sincronici che diacronici, sempre in senso comparativo.
I temi affrontati durante il convegno erano riferiti alle diverse lingue straniere. Per quel che riguarda il tedesco si sono affrontati due argomenti essenzialmente diversi: il discorso terminologico e la didattica della corrispondenza commerciale. Il primo contributo risaliva ad una definizione e spiegazione del significato del lavoro terminologico, dando una dimensione anche quantitativa del peso ristretto (si parla di 5-10 % di termini nel testo informativo) che esso assume e sottolineando l'importanza delle conoscenze settoriali necessarie per poter occuparsi di terminologia: passava poi alla verticalità del linguaggio economico ed alla sua forte internazionalizzazione, che spesso facilita la comunicazione, per lo meno fra esperti del settore, non evitando però i problemi di equivalenza o di non equivalenza. La relazione continuava con la descrizione di una banca dati terminologica, in via di costituzione presso l'Università di Trieste, che, a differenza per esempio di quella esistente presso l'area I, presenta anche il grado di equivalenza con il termine straniero, è quadrilingue e non si limita ad un settore (come può essere quello economico o giuridico). La seconda relazione si basava sul concetto di "Aufgaben" e "Übungen" nell'ambito della lezione di tedesco commerciale. Il metodo adottato è stato presentato dalla relatrice attivamente, coinvolgendo i presenti in una tipica situazione di classe per mettere in evidenza i problemi degli studenti e il diverso approccio utilizzabile per ottenere maggiori risultati. La novità del metodo, già utilizzato ampiamente nella didattica delle lingue straniere a tutti i livelli, poteva essere quella dell'applicazione ad un insegnamento speciale. Nella sezione riguardante l'inglese il tema è stato affrontato da due punti di vista: quello del traduttore e quello dell'insegnante. Anche in questa sezione si è parlato del concetto di equivalenza e della funzione che l'interprete deve avere in campo culturale come tramite che rispetta le convenzioni negli eventi comunicativi, conoscendo le aspettative dei destinatari. La comunicazione è legata alla comprensione di due diversi modelli di riferimento culturale e linguistico: se il tramite non conosce, oltre alle due lingue, anche questi sistemi, la comunicazione non solo non è efficiente, ma può anche fallire. Per la didattica si è cercato di definire la scienza economica, che non ammette verità assolute, in quanto scienza che ha come scopo la persuasione e che quindi si affida al linguaggio e ai suoi mezzi. Il poter fornire agli autori delle indicazioni su come scrivere e redarre testi economici porterebbe ad un'uniformazione della scrittura all'interno di uno stesso genere. In questo contesto è stata presentata una ricerca che ha confrontato testi economici presi da riviste scientifiche italiane e inglesi, partendo dall'analisi della forma grafica e della sua strutturazione e che ha dimostrato la differenza fra le due lingue (per esempio a livello della descrizione del tema, che in inglese è più concentrata rispetto all'italiano). Sempre collegato al lavoro sui generi testuali, ma questa volta in campo giuridico, si è trattato del "case study" come nuovo genere giuridico, distinguendo al suo interno una serie di macroatti come quello regolativo, descrittivo, narrativo, espositivo, argomentativo.
Il tema delle lingue speciali è stato ripreso, alla fine di ottobre, presso il Dipartimento di linguistica dell'Università di Pavia con un convegno, suddiviso in tre sezioni, che affrontava il problema dal punto di vista della descrizione e dell'applicazione, si concentrava poi sul questionario sugli atteggiamenti, i bisogni linguistici e l'insegnamento linguistico a livello universitario, per scendere infine nel concreto con esempi di insegnamento-apprendimento linguistico in ambito universitario, soprattutto per quel che riguarda la lingua inglese in ambito medico (ma non solo!). Anche in questa occasione è stato sottolineato il concetto che il linguaggio, anche quello scientifico, non è universale, ma è saldamente legato alla lingua e alla cultura in cui è stato prodotto (con l'esempio concreto degli scienziati inglesi, più pratici degli italiani che invece si abbandonano volentieri alla teoria). Il discorso culturale emerge anche nelle differenze esistenti nell'uso della lingua inglese ad opera di un madrelingua rispetto ad uno straniero, che adatta la lingua allo stile nazionale, portando così l'inglese a diventare una lingua franca, ma non altrettanto la sua cultura scientifica. Il discorso culturale ha portato alla dimensione testuale delle diverse lingue speciali5: da qui è nata la necessità di classificare il testo, andando al di là della tipica classificazione tripartita in testo argomentativo, normativo e espositivo, che spesso si dimostra insufficiente. Limitandosi ai testi normativi (considerando qui sia quelli legislativi che scientifici), si cerca di caratterizzarli anche dal punto di vista del grado di vincolo interpretativo. Si possono infatti individuare tre grandi categorie: quella dei testi normativi a carattere fortemente vincolante (testi scientifici puri, testi tecnici), quella dei testi informativi, mediamente vincolante (saggistica), e quella dei testi letterari, poco vincolante (prosa e poesia). Sulla base dell'uso dei connettivi, studiati anche in dimensione diacronica e comparativa, si propone una classificazione che va nella direzione di creare una tipologia testuale che si basi su alcuni principi, come la validità nel tempo, l'individuazione del fulcro del testo nel rapporto fra l'emittente e il destinatario, la corrispondenza con la superficie del testo, non dimenticando la dimensione culturale che ogni lingua ha, in quanto prodotto di una determinata cultura. Viene quindi ampliato il repertorio di tratti per la tipologia, tenendo conto di una inevitabile elasticità di discorso in certi tipi di testi, non rappresentati da quelli normativi nè da quelli scientifici. La definizione di una tipologia testuale, soprattutto per le sue ripercussioni su un modello didattico, è stata affrontata anche partendo dall'analisi del testo argomentativo (basandosi sulla classificazione tripartita sopra riportata), con esempi concreti di testi diversi e di possibilità di casi dubbi, proprio per una elasticità di discorso di alcune tipologie. Anche il tema della verifica in ambito di didattica delle lingue speciali ha avuto trattazione, individuando gli scopi di tali corsi e le abilità richieste (interpretazione/negoziazione/esposizione), sempre in situazione di comunicazione e di problem-solving, non solo linguistici. Nella verifica va operata una scelta su cosa testare, ma deve essere chiaro che sono solo gli aspetti linguistici a dover essere tenuti in considerazione, non quelli contenutistici; in situazione di parità di conoscenze contenutistiche dei discenti si può utilizzare materiale specialistico, altrimenti è consigliabile basarsi su testi di lingua generale per non favorire alcuni studenti e soprattutto per non inquinare i risultati.
Il questionario, somministrato ai laureandi dell'Università di Pavia, sugli atteggiamenti, i bisogni linguistici e l'insegnamento delle lingue straniere all'università, doveva fornire nuove conoscenze per la progettazione di corsi di lingue all'interno della struttura universitaria e avvicinare gli studenti al problema linguistico con una riflessione e una valutazione personale. Il progetto, secondo rispetto ad un primo questionario indirizzato alle matricole, era molto ampio e ha riportato una grande quantità di dati che hanno destato l'interesse dei partecipanti al convegno anche per un possibile utilizzo presso ulteriori università. I punti che possono interessare il lavoro dell'Accademia sono sicuramente quelli che sottolineano come l'abilità di lettura sia quella più richiesta dagli studenti (5,5 su 10), che l'uso di lingua2 sia maggiore nelle facoltà scientifiche (e che quindi le rispettive conoscenze linguistiche degli studenti siano più alte, per esempio, di loro colleghi a giurisprudenza) e che infine il genere testuale più letto sia quello dell'articolo scientifico (che non riporta, di solito, formulazioni di lingua comune e permette una lettura più efficace). In questo modo i docenti di Pavia lanciano l'ipotesi che non servano corsi di lettura specialistica, ma che sempre più il materiale in lingua straniera debba essere integrato nelle lezioni curricolari. Le macrostrategie da insegnare sono quelle di un corretto uso del dizionario, sia generale che specialistico, dell'approccio alla comprensione globale, e dell'allontanamento dalla traduzione letterale, che spesso impedisce o rende più difficile i processi di comprensione. _ interessante notare che anche in questo caso i giuristi si distinguono dalle altre facoltà utlizzando la strategia della traduzione letterale circa il 30% delle volte. Una motivazione potrebbe essere quella legata alle caratteristiche del linguaggio giuridico e al problema dell'interpretazione vincolante, per molte tipologie testuali, che porta il giurista a dover soppesare parola per parola. Inoltre, il problema del linguaggio giuridico è quello della stretta correlazione con il sistema giuridico a cui esso di riferisce. Per questo motivo, probabilmente, le limitate esigenze degli studenti di andare oltre la dottrina e la giurisprudenza in lingua italiana e la conseguente minor richiesta rispetto ad altre facoltà sono in parte giustificate, anche se, seppure in maniera minore rispetto ad altre discipline, sempre più le facoltà cercano di dare agli studenti gli strumenti per affrontare materiale in lingua straniera e sempre più l'aspetto internazionale prende piede nei corsi di laurea in giurisprudenza. In generale, però, le misure da adottare sono sicuramente nel senso di un ampliamento dell'insegnamento linguistico universitario, poiché i laureati non si sentono in grado di compiere tutte le attività comunicative, anche se poi ammettono di non frequentare i corsi proposti. Su questo punto non si è insistito a sufficienza nell'analisi, a nostro parere: sarebbe interessante chiedersi il perché e probabilmente lavorare per una maggior consapevolezza dei discenti, prima di procedere ad un ampliamento delle offerte. Il discorso dell'autovalutazione, poi, porta a dei risultati tali per cui le abilità più richieste sono quelle del capire (93%) e del parlare (85%), che contrasterebbero in parte con quelle offerte da un corso di lingua a livello universitario, logicamente più finalizzato alla comprensione, alla lettura di testi specialistici nella lingua 2, per un utilizzo maggiore delle occasioni di studio offerte dal corso di laurea. La presentazione del questionario è stata discussa anche sottolineando proprio questa disparità fra le esigenze di una conoscenza linguistica all'interno dell'università e i desideri degli studenti. E qui ci si è chiesti in che cosa consista una competenza specialistica, quale scopo debba avere il suo insegnamento, se rivolto alla situazione universitaria o a quella professionale. La questione, di non facile soluzione perché sottoposta a troppe variabili che non sempre possono essere conosciute, è rimasta aperta, sottolineando però come, soprattutto nel mondo del lavoro, le conoscenze specialistiche si assommino a quelle della lingua comune e come, paradossalmente, siano proprio queste a creare più difficoltà ai discenti. Si presenta quindi la difficoltà di tipologizzare i corsi di linguaggi specialistici. La proposta enunciata in questa sede, che qui condividiamo, è quella di cercare di rendere gli studenti più consapevoli, favorirne l'apprendimento incidentale (lettura in lingua proposta dai docenti della materia, scambi di docenti stranieri che fanno lezione anche in lingua franca), diversificare l'offerta linguistica con occasioni reali di uso di L2 (lettura di testi, oralità con scopi sociali). Questi punti porterebbero ad un ampliamento sia degli insegnamenti linguistici nelle facoltà di lingue, che alla presenza di persone con formazione linguistica nelle facoltà non specialistiche, che infine ad organizzare dei centri linguistici meglio potenziati. Critiche al questionario, individuate come mancanze nell'analisi, sono state fatte per quel che riguarda la percezione degli studenti nel rapporto docente/lettore, la percezione degli studenti nel rapporto linguistica/letteratura, il discorso della traduzione (leggere per tradurre) e l'uso dei dizionari.
L'auspicio, soprattutto nel primo convegno, è stato quello di una maggior collaborazione fra linguisti ed esperti della materia, sia a livello di ricerca che nell'ambito della didattica, per uno scambio proficuo di conoscenze. Il secondo incontro, sulla base della collaborazione con l'università per stranieri di Siena, ha messo in evidenza come sia necessario lavorare anche nell'ambito dell'italiano, nel senso di una politica di plurilinguismo e di promozione delle lingue europee a livello universitario, non prescindendo mai dal discorso culturale ad esse collegato. Ci pare qui che ancora una volta siano state sottolineate le direzioni di ricerca da affrontare a diversi livelli, ponendo in evidenza quali siano ancora le mancanze in questo campo, nel quale si sta muovendo anche l'area scientifica I.
Dr. phil. Stefania Cavagnoli, ricercatrice dell'Area scientifica "Lingua e diritto"
- A cura del professor Cortellazzo dell'Università di Padova
- Cortellazzo (1994), Le lingue speciali: la dimensione verticale, Padova.
- Beccaria (1973), I linguaggi settoriali, Milano, 30, fa la differenziazione fra linguaggio speciale e settoriale portando come esempio il linguaggio della critica e attribuendogli lo status di linguaggio settoriale e sottointendendo quindi una minor specializzazione di esso.
- Esistono delle ricerche su testi matematici italiani/inglesi, che non hanno però dimostrato differenze culturali evidenti.
- Affrontato qui dal professor Sabatini dell'Università di Roma
Der vorliegende Beitrag gibt die Ergebnisse von zwei Tagungen wieder, bei denen die Analyse der Fachsprache und ihrer Didaktik unter verschiedenen Gesichtspunkten im Mittelpunkt standen. Gemeinsam war das Bedürfnis, Fremdsprachendidaktik und -angebot zu stärken und vermehrt in fachliche Kurse zu integrieren. Wichtig erscheint der Ansatz einer Typologisierung der verschiedenen Fachsprachen des Italienischen, um so eine bessere und spezifischere Didaktik entwickeln zu können.