Intervista con Peter Rebernik, colonna portante della European Science Events Association (Euscea)
Quasi 40 organizzazioni coinvolte, circa 30 festival scientifici allestiti regolarmente ogni anno in 22 paesi europei, centinaia di iniziative e migliaia di visitatori. I numeri aiutano a contornare meglio le dimensioni e le potenzialità di Euscea (European Science Events Association), l'associazione che raccoglie i più importanti organizzatori di eventi scientifici in tutta Europa. Si tratta del motore che alimenta, insieme all'apposito ufficio della Commissione Europea, la crescita del fenomeno dei festival delle scienze.
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In occasione dell'assemblea annuale dei soci, tenutasi lo scorso 24 giugno all'EURAC, abbiamo incontrato il segretario generale Peter Rebernik e ci siamo fatti descrivere gli obiettivi e lo spirito con cui lavora EUSCEA. |
Qualche parola sulle origini di EUSCEA. Quando e come è nata?
Circa 19 anni fa è stata l'Olanda ad aprire le danze organizzando un vivace festival delle scienze. Poco alla volta eventi simili si sono sviluppati in Australia e a Edimburgo, dove il tradizionale festival cittadino si è allargato dall'arte e dal teatro verso lo spettacolo scientifico. Ma si trattava di eventi paralleli, senza contatti. Solo nel 2001 i maggiori organizzatori europei si sono riuniti a Vienna, dove hanno fondato un'associazione collettiva con l'intento di sostenersi e di collaborare. In tre anni abbiamo fatto tanta strada e oggi abbiamo soci in oltre venti paesi, dalla Gran Bretagna a Israele. Grazie a workshop periodici abbiamo costituito una valida piattaforma di scambio di esperienze e di know-how oltre i confini geografici e culturali.
Dunque ora i vari eventi sono più omogenei e standardizzati?
Solo in parte.
Cioè?
La cooperazione si è concretizzata in scambi di esibizioni e nell'organizzazione di gruppi di lavoro trasversali. Ma permangono differenze soprattutto a livello di scelta delle tematiche da presentare. Ad esempio la Science and Technology Week che si tiene in Gran Bretagna è dedicata quasi esclusivamente alle scienze naturali, così come il festival di Friburgo. Al contrario le rassegne olandesi ed austriache invitano anche rappresentanti delle discipline umanistiche a raccontare i loro studi.
Inoltre sono diversi i soggetti coinvolti nelle manifestazioni. Mentre in Inghilterra tutti i relatori sono scienziati di fama riconosciuta, in Spagna la Comunidad do Madrid, nell'edizione della Feria por la Ciencia dello scorso marzo, ha appositamente coinvolto nell'organizzazione anche delle scuole, che sono state incaricate di allestire autonomamente una serie di stand espositivi.
Quali altre differenze si rilevano tra i diversi festival?
La disponibilità economica gioca naturalmente un ruolo di primo piano. La Polonia vanta un entusiasmo e una vitalità ammirevoli, ma con i pochi mezzi a disposizione può limitarsi a un piccolo festival cittadino, a Varsavia. Per contro la Svizzera, con il suo Festival des Wissens, può investire milioni di euro nei propri progetti scientifici e anche la Gran Bretagna può permettersi di estendere il proprio festival a livello nazionale.
Qual'e il pubblico preferenziale dei festival delle scienze?
In principio tutti. Il messaggio che vogliamo trasmettere è che la scienza deve far parte della cultura collettiva diffusa. Se lei afferma che Mozart era un muratore, il 90% della popolazione europea la guarderà malamente, ma provi a chiedere qual'e la sostanza che compone per l'80% i nostri polmoni. In pochi sapranno risponderle che è l'azoto eppure questa informazione è ancor più essenziale per la nostra esistenza del sapere che Mozar era un eccellente musicista. Se così non fosse infatti, una sola sigaretta potrebbe… mandarci a fuoco.
Se uno spettacolo aiuta a trasmettere anche solo una minima parte di questa cultura scientifica, possiamo ritenerci soddisfatti.
Eppure i vostri appuntamenti sono affollati soprattutto da bambini?
Certo, ovviamente è più semplice studiare delle attrazioni per le scuole e coinvolgere i ragazzi negli esperimenti. In alcune città, come a Friburgo, vengono organizzati dei veri e propri corsi di formazione per gli insegnati, perché possano inserire l'esperienza del festival all'interno dei loro programmi didattici.
Non solo, i bambini sono anche maggiormente disposti ad attivare quegli strumenti alternativi della percezione che gli spettacoli scientifici vanno a stuzzicare. I sensi e il divertimento danno loro una sorta di sazietà intellettuale che gli adulti non riescono a capire. I grandi hanno l'impressione di non aver imparato davvero senza libri…
Qual'e il vostro rapporto con il mondo ufficiale della scienza?
Certamente c'è chi ci contesta. Ma prenda ad esempio l'Austria: ci sono circa 50.000 ricercatori. Se noi riusciamo a coinvolgere anche solo il 5% di loro siamo contenti. Negli ultimi anni abbiamo gradatamente ottenuto la collaborazione di 8 università e di numerosi centri di ricerca, che hanno capito quanto la comunicazione delle loro attività fosse fondamentale; un modo per dare ulteriore valore ai loro studi. Il più delle volte lo scetticismo deriva dal fatto che gli scienziati, specialmente quelli europei, sono poco abituati a fare "pubbliche relazioni".
Nessuna eccezione?
Gli astronomi.
Perché?
Perché le stelle incuriosiscono volenti o dolenti tutti noi e le occasioni per una "comparsata" in pubblico per gli astronomi sono più numerose, dall'eclissi alla visita al planetario, meta obbligata di ogni padre con prole a seguito.
Certo, qualcuno continua a sostenere che in un'ora non si può spiegare il fenomeno dei crateri lunari. Corretto. Ma se io riesco a risvegliare la meraviglia dei bambini lanciando delle biglie nella sabbia e facendo loro misurare il rapporto tra larghezza e profondità dei buchi, peso della biglia e altezza di caduta; beh, credo di aver raggiunto un eccellente risultato.
Anche i suoi occhi si illuminano….Potrebbe raccontarci un altro evento che le ha fatto pensare "si, questa è proprio la strada giusta!"?
Difficile, sono talmente tanti. Potrei raccontare l'ultimo che ho in memoria. Una docente universitaria californiana, Monika Bright, ha portato in giro per l'Europa i risultati di uno studio condotto in Messico sui vulcani dell'oceano, a 2.100 m di profondità. Sa come? Ha organizzato 6 stazioni informative dove i bambini, rispondendo a quiz e partecipando a piccoli esperimenti, si preparavano alla spedizione. Poi, raccolte le informazioni necessarie, i giovani ricercatori potevano accedere ad una tenda a forma di sottomarino e lì vivevano, attraverso dei monitor, la simulazione della discesa sott'acqua. Una reale emozione, accompagnata da una trasmissione di informazioni mirata e di ottima qualità.
La prossima sfida di EUSCEA?
Se otterremo i finanziamenti dalla Ue vorremmo varare nel 2005 il progetto Wonders: una maratona europea della scienza. Ogni paese dovrà "scambiare" con gli altri tre eventi, in una concatenazione di appuntamenti disseminati per l'Europa. Il kick off è previsto per il prossimo febbraio a Cork - capitale della cultura 2005 -, in Irlanda; la premiazione dello show migliore sarà invece a Parigi, in novembre.
Valentina Bergonzi
12.07.2004