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Sotto la Superficie: Riflessioni sulle Politiche di Esternalizzazione delle Frontiere Europee

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Sotto la Superficie: Riflessioni sulle Politiche di Esternalizzazione delle Frontiere Europee
Riflessioni sulle Politiche di Esternalizzazione delle Frontiere Europee - © Spiske Unsplash

A marzo la Commissione Europea, insieme a sei capi di stato e governo tra cui Giorgia Meloni, ha firmato un accordo con l’Egitto per gestire i flussi migratori che si aggiunge alla lista di accordi recenti con Tunisia e Mauritania, e a quelli consolidati con Libia e Turchia. L’obiettivo comune è fermare i flussi migratori nei paesi d'origine per impedire alle persone di raggiungere l'Unione Europea (UE).

Definite dagli studiosi come politiche di “esternalizzazione della frontiera”, tali iniziative sostengono un processo attraverso il quale uno stato (o l’UE in questo caso) sposta la propria frontiera al di là dei propri confini politici, affidando la protezione del confine esternalizzato a paesi e attori terzi. Questa strategia non è limitata agli accordi bilaterali, ma è stata istituzionalizzata attraverso iniziative come il Fondo Fiduciario per l’Emergenza in Africa- EUTF (2015-2021), il Global Europe: Neighbourhood, Development and International Cooperation Instrument (2021-2027) e il recente Nuovo Patto su Migrazione e Asilo.

Nonostante le critiche delle organizzazioni per i diritti umani, che denunciano gli abusi sistemici su chi cerca di attraversare il confine, nonché i costi elevati e l’incerto successo di tali politiche, l'esternalizzazione viene ancora presentata come il metodo più efficace per gestire i flussi migratori. Decostruire queste politiche e indagarne la legittimazione consente di riconsiderarle e di sviluppare una visione più ampia di una politica migratoria non influenzata da logiche pregiudiziali, false o ideologiche.

La migrazione è sempre un problema?

Non tutta la realtà diventa automaticamente materia politica, né ogni aspetto politico diventa un problema da risolvere. Il concetto di mobilità umana esemplifica perfettamente questa idea, poiché non tutte le forme di spostamento umano possono essere considerate migrazione, e neanche tutte le migrazioni sono ugualmente problematizzate o richiedono una risposta politica. Possiamo pensare a come la storia della "migrazione irregolare" è stata raccontata nella cosiddetta "crisi dei rifugiati" del 2015, in contrasto con quella ucraina del 2022. Nel 2015, oltre un milione di persone provenienti dall'Africa e dal Medio Oriente hanno raggiunto le coste europee. Nel 2022, in meno di quattro mesi, oltre tre milioni di ucraini si sono spostati nei paesi europei come conseguenza all’invasione Russa.

Le persone in fuga dalla violenza in Ucraina hanno suscitato compassione e sono state accolte in uno sforzo senza precedenti da parte praticamente di tutti i paesi dell'UE, sebbene nel 2015, questi stessi paesi avessero risposto a un minore flusso di persone chiudendo le frontiere. Nonostante la mancanza di una crisi migratoria, con la migrazione internazionale stabile al 3% della popolazione mondiale, le narrazioni sono cruciali in quanto plasmano la percezione delle diverse forme di mobilità, influenzando la formulazione delle politiche.

L’esternalizzazione come storia: eroi, vittime e villani

Negli ultimi due decenni l'Unione Europea e gli Stati membri hanno costruito una chiara narrazione sull’esternalizzazione del confine. Questa narrazione inizia identificando un problema: la percezione di una mobilità eccessiva e incontrollata diretta verso l'Europa che mette a rischio la sua stabilità sociale ed economica. Secondo questa narrazione, la migrazione sarebbe un problema da risolvere alla sua fonte, senza alternative interpretative.

L'esternalizzazione della frontiera viene quindi proposta come la soluzione più logica ed efficace, sostenuta da tre linee di argomentazione che si sostengono reciprocamente:

  1. Il filone della sicurezza, che rappresenta le migrazioni come una minaccia e giustifica il rafforzamento dei confini esterni;
  2. Il filone umanitario, che considera le morti in mare dei migranti e sostiene la necessità di prevenire tali tragedie bloccando le partenze;
  3. Il filone della cooperazione allo sviluppo, che propone di aiutare i migranti a costruire un futuro nei loro paesi d'origine.

In questo contesto, i protagonisti della storia dell’esternalizzazione sono l'UE e gli Stati membri, i migranti, e le reti criminali di trafficanti. L'UE e gli Stati membri vengono idealizzati come gli eroi indiscussi che, tramite tali politiche, preservano vite, stimolano lo sviluppo e proteggono le frontiere europee. Tuttavia, tale narrazione tralascia volontariamente le molteplici violazioni dei diritti umani subite dai migranti e le tragedie in mare, entrambe conseguenze della mancanza di canali legali di migrazione promossi dall'UE, così come la complicità con regimi autoritari. Basti pensare a come l’UE non abbia mostrato alcuno scrupolo nel concludere accordi con il presidente tunisino Saied nonostante discriminazioni, violenze e arresti arbitrari contro i migranti presenti nel paese, o nello stringere accordi con l’Egitto, nonostante la giustizia italiana abbia identificato i servizi segreti egiziani come esecutori dell’omicidio di Giulio Regeni con la complicità di Al-Sisi. Inoltre, tale narrazione non tiene conto della correlazione controversa tra sviluppo e migrazione, né tantomeno delle altre motivazioni, non riducibili esclusivamente a fattori economici, che spingono le persone a migrare.

In questa narrazione, la figura del trafficante è cruciale, poiché permette di individuare un chiaro nemico da combattere, spostando la responsabilità riguardo a un sistema di mobilità ingiusto e discriminante su non meglio identificate reti internazionali di criminalità, le cui complicità con gli stati europei, peraltro, sono state ampiamente documentate. Si ignora sia il fatto che i migranti si rivolgono ai trafficanti perché l'UE non offre alternative legali e sicure, sia che la decisione di migrare è consapevole e ben informata sui rischi associati.

Nella storia dell’esternalizzazione i migranti sono considerati vittime da salvare quando rischiano le proprie vite in mare o si affidano ai trafficanti, e pericolosi colpevoli da fermare ad ogni costo quando sono identificati come “migranti economici” o irregolari. Le politiche di esternalizzazione sono proposte come soluzione in entrambi i casi: fermano il migrante colpevole che intraprende un viaggio illegale e salvano il “migrante vittima” impedendone la partenza. Questa narrazione, oltre ad offrire promesse effimere, politicizza la distinzione legale tra rifugiati (coloro con diritto alla protezione) e migranti economici (coloro senza), promuovendo un'immagine del "migrante buono" e del "migrante cattivo", divisione ampiamente criticata dagli studiosi per essere discriminatoria e arbitraria.

Storia a lieto fine o specchietto per le allodole?

L'adozione diffusa delle politiche di esternalizzazione è alimentata dal presupposto ottimistico di un finale positivo. Presentate come la migliore soluzione a un problema evidente, vengono dipinte come vantaggiose per tutte le parti coinvolte: proteggono i cittadini europei dalla minaccia di una migrazione incontrollata, contribuiscono allo sviluppo dei paesi terzi e salvano i migranti dal pericolo di morire in mare o cadere nelle mani dei trafficanti. Così facendo, l'UE scredita interpretazioni alternative della realtà, come ad esempio l'ipotesi di una politica di mobilità europea basata sulla facilitazione della mobilità. Inoltre, politicizza ulteriormente il fenomeno migratorio, riducendolo a una semplice questione identitaria e ideologica: chi è a favore e chi è contro. Tale approccio ignora qualsiasi considerazione etica e di giustizia sociale ed è profondamente ingannevole in quanto alimenta l'illusione che politiche più restrittive possano arrestare la migrazione. Così come è insensato opporsi all'avanzamento tecnologico, è altrettanto irrazionale opporsi alla realtà strutturale della migrazione. Sarebbe invece più ragionevole accettare che tale realtà esiste e non può essere arrestata, concentrandosi piuttosto su come gestirla in modo responsabile e umano, interpellando tutti i soggetti coinvolti. Per farlo, tuttavia, è necessario alleggerire il dibattitto da falsi miti e politicizzazione, ricostruendo una narrazione basata sui fatti e non sull’emotività e l’opportunità politica.

Agnese Pacciardi

Agnese Pacciardi

Agnese Pacciardi è ricercatrice e dottoranda presso l'Università di Lund, in Svezia. Il suo lavoro si concentra sulle politiche migratorie europee in Africa del Nord e occidentale, esplorate attraverso prospettive critiche, femministe e decoloniali.

Tags

  • Migration Issues

Citation

https://doi.org/10.57708/biwdy9j00roqktfwyjgfoua
Pacciardi, A. Sotto la Superficie: Riflessioni sulle Politiche di Esternalizzazione delle Frontiere Europee. https://doi.org/10.57708/BIWDY9J00ROQKTFWYJGFOUA

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