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Elisoccorso: in alta quota meglio turni più brevi per la rianimazione

06 dicembre 21

Elisoccorso: in alta quota meglio turni più brevi per la rianimazione

Pubblicati i risultati di un esperimento condotto dall’équipe di medicina d’emergenza di Eurac Research nel simulatore di ambienti estremi terraXcube

Negli interventi ad alta quota, a 3000 metri e ancor più a 5000, la qualità del massaggio cardiaco peggiora dopo 60-90 secondi. Lo ha dimostrato l’équipe di medicina d’emergenza di Eurac Research con un esperimento che ha coinvolto, nel terraXcube, circa cinquanta persone impegnate a vario titolo in operazioni di elisoccorso, in collaborazione con la Commissione internazionale per il soccorso alpino (ICAR) e con il supporto della Croce Bianca. Questo risultato non compromette l’efficacia delle attuali operazioni di soccorso; per ottimizzarle ulteriormente sarebbe però opportuno valutare una modifica delle linee guida: accorciare i turni che ad oggi prevedono un avvicendamento tra chi opera la rianimazione ogni due minuti oppure ricorrere a un massaggiatore automatico. I risultati dello studio sono stati recentemente pubblicati sulla rivista scientifica Journal of the American Heart Association.

© Eurac Research - Matthias Mühlberger

Una cinquantina tra medici, tecnici, piloti e personale paramedico provenienti da Svizzera, Germania, Italia e Austria hanno partecipato a più riprese a varie prove a 200, 3000 e 5000 metri: hanno effettuato massaggi cardiaci su un manichino che registrava la posizione delle mani, la frequenza delle spinte e la loro profondità. Nel frattempo, al di là del vetro, nella camera di controllo, il team di ricerca li monitorava: frequenza respiratoria, saturazione e ritmo cardiaco. Questa volta infatti le quote – che corrispondono al limite massimo dei soccorsi sulle Alpi – non sono state raggiunte a bordo di un elicottero, ma all’interno del simulatore di ambienti estremi terraXcube, dove si sono riprodotte le condizioni di ipossia. I partecipanti hanno svolto i loro compiti senza sapere a che altitudine si trovassero e in questo modo l’équipe medica ha potuto analizzare i dati fisiologici puri, non condizionati da fattori ambientali. Nessuno si è reso conto di una flessione nelle proprie prestazioni; i risultati però dicono qualcosa di diverso. “Inizialmente la frequenza e la profondità delle compressioni sono nella norma. Successivamente, a 3000 metri e a maggior ragione a 5000, dopo un minuto, un minuto e mezzo la profondità delle compressioni diminuisce sotto la soglia prevista di cinque-sei centimetri. Anche i tempi di reazione sono un po’ più lenti”, spiega Giacomo Strapazzon, vicedirettore dell’Istituto per la medicina d’emergenza in montagna di Eurac Research e responsabile dello studio, con Anna Vögele e Michiel van Veelen. La causa del degrado delle prestazioni è da ricercarsi nell’effetto della rarefazione dell’ossigeno. A 5000 metri il team di ricerca ha registrato cali significativi della saturazione d’ossigeno che hanno raggiunto picchi sotto al 78 per cento (la norma è attorno al 98 per cento). “Lo studio ci suggerisce che le linee guida si possono migliorare: sarebbe opportuno anticipare il cambio nel massaggio cardiaco prima dei due minuti previsti oggi, oppure si può pensare di prevedere i massaggiatori automatici tra le attrezzature standard negli elicotteri che intervengono in quota”, prosegue Strapazzon. In queste settimane sono in corso test simili, ma con l’impiego di ossigeno a 4000 metri, per capire se sia opportuno usarlo sugli elicotteri durante certe operazioni di soccorso. Il team progetta anche studi sul campo per valutare il peso dei fattori di stress ambientale.

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