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[IT] L’autonomismo friulano a sessant’anni dall’approvazione dello Statuto speciale della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia

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[IT] L’autonomismo friulano a sessant’anni dall’approvazione dello Statuto speciale della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia
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Venezia Giulia: una comunità immaginata

Il 31 gennaio 1963 è la data in cui, con la legge costituzionale n.1, fu adottato lo Statuto speciale della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia; quindici anni più tardi rispetto agli statuti speciali adottati per il Trentino-Alto Adige/Südtirol e per la Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste, elaborati invece in seno all’Assemblea costituente ed adottati nel 1948. Come per i casi valdostano e trentino-sudtirolese, la specialità della Regione Friuli-Venezia Giulia deriva dalla presenza di gruppi alloglotti, ovvero comunità etnolinguistiche che si distinguono sensibilmente da quella che è considerata la comunità maggioritaria (detta “nazionale”). A queste distintività di tipo identitario si aggiunsero in tutte e tre le regioni – con più intensità nel settore veneto-giuliano – le fratture createsi dallo scontro fra nazionalismi, riflessi di metanarrative contrapposte. Nel segmento più orientale dell’attuale regione si giunse quindi, come è noto, allo scontro sciovinistico fra le componenti slovena e italiana. Tali frizioni nazionalitarie assunsero in seguito il carattere di conflitto ideologico: italiani contro sloveni (in parte comunisti e spesso divisi fra filotitini e filostalinisti e perciò chiamati con scherno “svalo-comunisti”). Fu quindi all’interno della regione amministrativa denominata Küstenland – il litorale austriaco composto da Gorizia e Gradisca, Trieste, Istria, Fiume e Quarnaro – che nel primo dopoguerra fu creata la Venezia Giulia. Fu questa la denominazione coniata dal glottologo goriziano Graziadio Isaia Pascoli che ne sancì l’appartenenza alle Venezie, e quindi la latinità, dunque l’italianità.

Friûl: segmento orientale dello spazio retoromanzo

Due sono le dimensioni che permettono di individuare i “limiti” del Friuli storico: una specificità etnolinguistica e un’esperienza politica distinta, articolatasi a sua volta sulla prima. La ricostruzione dell’etnogenesi friulana è un esercizio arduo. Certo è che i coloni romani si stabilirono nell’agro aquileiese fra il II ed il I secolo a.C. e impiantarono la propria latinità probabilmente su uno strato gallo-carnico e venetico. È a partire da comuni sviluppi etnici e storico-linguistici, che si spiegano le analogie fra friulano, romancio (Grigioni) e ladino dolomitico (diviso fra Alto Adige, Trentino e bellunese), che insieme formano il ramo delle lingue dette retoromanze (o ladine, in senso lato); ma anche con altre parlate dell’Italia settentrionale, gallo-italiche, più conservative. Latina è anche l’etimologia di Friuli (o Friûl), da Forum Iulii, termine che in origine si riferiva a Cividale.

Fu però a partire dal VI secolo d.C., sotto il dominio dei longobardi, che si delineò il Friuli, per la prima volta, come unità politica. Lì, fra il VI e l’VIII secolo d.C, si consolidò un ducato longobardo che, estendendosi fra Livenza e Timavo, ebbe come cardini i municipia di Aquileia, Concordia Sagittaria, Cividale e Zuglio (Iulium Carnicum). Dopo circa due secoli di dominazione franca, l’unità storicopolitica friulana raggiunse la sua massima espressione nel Patriarcato di Aquileia (1077-1420). Nacque così la Patria del Friuli (Patrie dal Friûl), entità politico-amministrativa autonoma, dotata di un Parlamento, formato da rappresentati del clero, della nobiltà e dei comuni; l’insieme delle sue leggi andò a comporre le Costituzioni della Patria del Friuli. La configurazione territoriale del Patriarcato aquileiese consolidò così i contorni del territorio abitato dai furlans. Nel 1862 in “Udine e sua Provincia”, l’erudito Giandomenico Ciconi si espresse in merito al concepimento del Friuli come patria:

Altra singolarità del Friuli è il titolo di Patria con che lo troviamo designato poco dopo il mille, ed anche in un diploma dell’imperatore Enrico IV al patriarca Goffredo del 10 gennaio 1192. Patria del Friuli era una divisione etnografica per non dir nazionale, e indicava un popolo convivente sotto la stessa legge in una data estesa regione. Così eravi la Patria di Vaud, la Patria di Savoia, la Patria di Provenza. Mentre la Patria de’ Veronesi, Vicentini, Padovani, Trevisani, limitavasi al territorio delle città e luoghi dipendenti, cioè ad una provincia, i Friulani consideravano lor Patria l’aggregato di varie piccole provincie, e deliberavano nel lor Parlamento guerra, pace o tregua per tutta la Patria, o pubblicavano leggi pel buono stato dell’intera Patria. Perciò questa denominazione indicava nel Friuli se non una tal quale nazionalità, certamente una specie di confederazione, un’autonomia regionale.

Sul finire del basso medioevo, la relativa sovranità del Patriarcato si concluse in seguito all’annessione alla Serenissima e il Friuli rimase fino al 1797 sotto il gonfalone di San Marco; quindi fino all’anno dell’invasione napoleonica della valle del Po e della penisola. Ne seguì, il riordinò territoriale del Friuli secondo la divisione dipartimentale francese. Per effetto di tale riorganizzazione amministrativa si decise l’annessione del portogruarese, cioè la parte del Friuli occidentale fra Tagliamento e Livenza, al Veneto. Da allora –conformemente al nuovo assetto territoriale mantenuto in seguito nel Regno sabaudo – questo segmento del Friuli occidentale, prevalentemente friulanofono, andò ad integrare la Provincia di Venezia. Si formalizzò in tal modo una frattura nell’area abitata dai friulani, nonché l’esclusione dal regime di autonomia regionale dei friulani ancora oggi inghiottiti dalla Regione Veneto. È da questa unione forzata che i comuni friulanofoni del portogruarese hanno cercato di separarsi. Ecco i comuni che hanno indetto referenda per scindere i legami con Venezia e ricongiungersi alla loro piçule patrie: San Michele al Tagliamento, Cinto Caomaggiore, Pramaggiore, Teglio Veneto, Gruaro.1 I friulanisti hanno vinto ovunque, ma il quorum previsto dalla legge 352/1970 (art.45) (in virtù dell’art. 132 della Costituzione), ossia che i voti affermativi siano uguali o superiori alla metà più uno degli aventi diritto, è stato raggiunto solo a Cinto Caomaggiore. È altresì importante ricordare che l’iniziativa politica fu accompagnata da una significativa mobilitazione sociale. A sostegno dell’appartenenza friulana del portogruarese si formò nel 1977 il Comitato intermandamentale per la valorizzazione linguistica, storica e delle tradizioni della friulanità per le zone di Latisana e Portogruaro, il quale si costituì in associazione nel 1982, col nome di “la bassa”, Associazione culturale per lo studio della friulanità del Latisanese e del Portogruarese. Evocativo è il motto dei friulanisti portogruaresi: l’aga no ni divit, cioè “l’acqua (il Tagliamento) non ci divide”.

Autonomismo friulano: fra regressione ladina e rapporti di classe

Nel nuovo contesto italiano, repubblicano (e regionalista), si articolò per la prima volta una forma politicamente organizzata dell’autonomismo friulano. Nel 1947 nacque il Movimento popolare friulano per l’autonomia regionale che traeva origine dall’Associazione per l’autonomia regionale friulana, fondata nel 1945 da Tiziano Tessitori. Al Movimento, in supporto alla rivendicazione di un’autonomia integrale per il Friuli (Mandamento di Portogruaro incluso), aderì anche Pier Paolo Pasolini, prolifico poeta in lingua friulana che si impegnò ardentemente contro i sabotatori dell’autonomia friulana. Il raggiungimento dell’autonomia regionale dovette infatti passare per l’arginamento dei sentimenti venetisti di parte dei pordenonesi che immaginavano la creazione di una vasta regione nordestina, da Gorizia a Rovigo. Fu contro di essi che Pasolini si scagliò in un articolo apparso su “Libertà” nel gennaio del 1947:

I dirigenti dei Partiti di Pordenone vivono in una città (se così si può chiamare) che non ha una tradizione friulana; [...] che la non-friulanità di Pordenone è rappresentata lapalissianamente dalla sua lingua. Pordenone è un’isola linguistica quasi nel cuore del Friuli, e questo non è un mero caso, un trascurabile caso: è semplicemente il risultato di una storia diversa, e quindi di una civiltà (nel senso di mentalità) diversa. Ora ecco la domanda che ci è sorta spontaneamente in seguito al noto Ordine del giorno di quei partiti: può Pordenone parlare in nome della Riva Destra? È una domanda a cui avevamo già preparato la risposta da anni, da tutto il tempo cioè in cui ci sentiamo Friulani, ed è: No.

Nella severa invettiva contro i boicottatori pordenonesi, spesso venetofoni, dell’autonomia friulana, Pasolini evoca anche i poco discussi rapporti di classe e le conseguenti fratture storicamente formatisi fra i parlanti veneto e i faveladôrs (locutori) del friulano. Sono questi i motivi che spiegano in parte la progressiva penetrazione del veneto, che avanza in quanto lingua illustre e di commercio nei principali centri urbani friulani e fa pressione sul Friuli occidentale, quello compreso fra Livenza e Tagliamento, detto di là da l’aghe. Il comportamento ostruttivo rispetto all’autonomia friulana è pertanto da ricondurre alla stigmatizzazione del friulano come lingua della popolazione rurale (montana e contadina), da parte di una borghesia urbana progressivamente sempre più venetizzata:

[...] la popolazione di questo Friuli Occidentale è già da secoli abituata a tartagliare un orribile veneto (e ciò è veramente un’umiliazione, di cui, però, i deboli cervelli dei borghesi che vogliono figurare spregiudicati e non provinciali non possono rendersi conto. Di questa umiliazione siamo in pochi a sopportare l’amarezza). Nella Riva Destra si parlano dunque due linguaggi: l’uno, il Friulano consciamente o inconsciamente spinge l’assoluta maggioranza che lo parla verso Udine e la Regione friulana; l’altro, il veneto, facendo gravitare i parlanti verso Venezia, s’illude di superare un’inesistente (se non per cervelli limitati) limitatezza provinciale.

Con l’eccezione di Pasolini, la sinistra friulana e il Partito comunista italiano (Pci) in particolare assunsero un posizionamento spesso tiepido – se non apertamente ostile – nei confronti delle rivendicazioni autonomistiche, delle quali la Democrazia cristiana friulana divenne, al contrario, precocemente promotrice. Alla sconfessione delle istanze autonomistiche e federalistiche da parte del Pci, rispose però straordinariamente Democrazia proletaria (Dp), raggruppamento eterodosso dell’estrema sinistra parlamentare italiana2. Sul finire degli anni Settanta, i demoproletari, pur mantenendo il proprio impegno per una trasformazione socialista della società, adottarono un orientamento autonomista e federalista e riconobbero alle minoranze nazionali (riconosciute e non) la facoltà di organizzare autonomamente la presenza di Dp autonome, alle quali sarebbe stata garantita rappresentanza nell’organo dirigente centrale. Dp, in altre parole, si federalizzò e in Friuli si articolò autonomamente nel Partit furlan pal socialism. Questa, fino a oggi, rimane l’unica configurazione partitica che ha cercato di interpretare il fermento identitario friulano all’interno di un ripensamento dei rapporti socioeconomici. Oltre al caso friulano l’adesione integrale al diritto di autodeterminazione – sempre declinato in chiave socialista – portò alla formazione di una Dp sudtirolese (Arbeiter Demokratie) e all’interessamento di Dp rispetto al fermento pan-occitanista nel Piemonte occidentale. Dp raggiunse quindi un livello di elaborazione politica del discorso autonomista che, per quanto concerne il Friuli, si dimostrò senz’altro matura rispetto al tardivo riconoscimento della lingua friulana da parte della legislazione nazionale, che arrivò solo con la legge del 15 dicembre 1999, n. 482, “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”.

Delle criticità del Nordest italiano

In breve, per mezzo dell’analisi del tortuoso cammino dei friulani verso l’autonomia, è possibile individuare una triplice criticità per quanto concerne i temi dell’autonomia e dei diritti delle minoranze nel Nordest d’Italia. Ovvero: 1) l’unità dei due rami della ladinità in Italia (ladini dolomitici e friulani) rimane tuttora osteggiata come dimostrato dalla deliberata separazione del portogruarese dal Friuli e dal non accoglimento del voto favorevole all’aggregazione al Trentino-Alto Adige dei tre comuni ladini bellunesi ex-tirolesi nel referendum popolare del 28 e 29 maggio 20073; 2) lo stato di malessere delle minoranze linguistiche all’interno delle regioni a statuto ordinario (in questo caso il Veneto) si evince dalla loro ricerca di raggiungimento del regime regionale di specialità tramite il passaggio di regione, come accaduto con il comune germanofono di Sappada il quale ha realizzato, mediante referendum, il proprio passaggio al Friuli-Venezia Giulia, nel quale è stato incorporato nel 2017; 3) la relativa trascuratezza dell’azione dei rapporti di classe sull’arretramento nell’uso della lingua friulana da parte dei partiti della sinistra friulana (con l’eccezione di Dp), dato storico che ha sottoposto i friulani, in una prima fase, alla venetizzazione e, successivamente, all’italianizzazione4.

Il Friuli e l’autonomismo friulano, al cinquantesimo anno dall’adozione dello Statuto speciale, rappresentano un caso paradigmatico nel quale i temi dell’autogoverno, dei diritti delle minoranze e del riordino territoriale sulla base dei confini storici si sovrappongono e si scontrano con la realtà istituzionale nella quale si inseriscono. Il quadro di specialità che si ebbe in Friuli-Venezia Giulia, sorse infatti per rispondere ad un pluralismo socioculturale ed etnolinguistico che solo in una seconda fase arrivò a comprendere la collettività friulana. L’autonomismo friulano ha pertanto rappresentato una dimensione di tensione all’interno di una specialità regionale che può essere compresa criticamente a partire dalla prospettiva della storia dell’autonomismo friulano di sinistra. Un autonomismo che si rivela innovativo, benché minoritario, ma nondimeno singolare. In esso, il motivo poetico precede la ratio politica nel più fedele spirito mistraliano5, è al contempo culturalista e militantista ed è animato dall’adesione ideologica per la quale [[un pople] se tèn sa lengo, tèn la clau – Que di cadeno lou deliéuro](https://archive.org/details/armanaprouvena1905fluoft/page/14/mode/2up?q=clau), ovvero “[un popolo] se mantiene la sua lingua, possiede la chiave – che dalle catene lo liberano”.

1: A questo link, è possibile avere accesso alla normativa regionale veneta in materia di minoranze linguistiche: https://www.regione.veneto.it/web/relazioni-internazionali/normativa3.
2: Piccola formazione che si contrapponeva in molte aspetti al Pci. Democrazia proletaria era espressione della sinistra movimentista, operista, trotzkista e pertanto anti-stalinista, nonché precocemente ecologista e federalista.
3: Anche Pieve di Cadore, un altro comune bellunese di lingua ladina (non ex-tirolese), ha tentato di realizzare il proprio passaggio dal Veneto al Friuli-Venezia Giulia tramite refendum ma senza ottenere successo (ovvero senza raggiungere il quorum richiesto).
4: Solo mediante una visione d’insieme è possibile comprendere la muticausalità dei fenomeni socioculturali e politici che hanno condotto all’arettramento dell’area di diffusione delle lingue retoromanze. Fra l’Alto Medioevo ed il XVIII secolo, la germanizzazione o l’avanzamento di parlate venete e trentine in ambito retoromanzo, ha interessato, con intensità differenti il Grigioni, la Val Venosta, la Val Pusteria, la Valle Isarco, le Valli di Non, del Biois e di Fiemme, così come l’Agordino, il Cadore e lo Zoldano; più a est si è verificata la graduale venetizzazione e italianizzazione di parti del Friuli, di Trieste e Muggia (già retoromanze).
5: Frédric Mistral, provenzale, premio Nobel per la letteratura nel 1904. Fra le figure chiave del risveglio culturale provenzale, e dunque occitano.
Mattia Bottino

Mattia Bottino

Mattia Bottino is Junior Researcher at the Institute for Comparative Federalism of Eurac Research. He holds a MA in International Relations and a BA in Political, Social and International Sciences from the University of Bologna. He has also obtained a Second-level Master’s Degree in participatory processes, communities, and networks of proximity. His research interests include the interplay between deliberative processes and federalism, national minority rights and nationalism studies.

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Citation

https://doi.org/10.57708/b146635697
Mattia Bottino. [IT] L’autonomismo friulano a sessant’anni dall’approvazione dello Statuto speciale della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia. https://doi.org/10.57708/B146635697

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