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Raccontarsi per cambiare la realtà: riflessioni sul concetto di autonomia narrativa

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 Raccontarsi per cambiare la realtà: riflessioni sul concetto di autonomia narrativa
Silvia Pierosara - © Eurac Research

Rafforzare i legami tra le persone, avere uno sguardo critico verso il passato, prefigurare scenari aperti al futuro, sviluppare solidarietà, rafforzare l’autopercezione, creare modelli auto-educativi sono solo alcuni dei vantaggi insiti nell’autonomia narrativa. In questa intervista alla professoressa Silvia Pierosara la senior researcher Elisa Piras ci aiuta a fare luce sul concetto di autonomia narrativa in tutte le sue sfaccettature.

Piras: Nel Suo ultimo libro ha proposto una riflessione teorica sul concetto di autonomia, che però è accessibile anche per un pubblico non accademico. Cerca di indagare la dimensione pubblica dell’autonomia relazionale, focalizzandosi sull’agire narrativo. Perché l’autonomia sta nella narrazione?

Pierosara: La presa sulla realtà è la prima questione. Un punto fondamentale è l’idea di rendere visibile e concreta l’idea di autonomia, in tanti contesti e nelle relazioni personali e pubbliche, per oltrepassare la dicotomia tra pubblico e privato che spesso ci intrappola. La chiave narrativa mi è parso un modo per dare “carne e voce” all’idea della relazione. Se diciamo relazione, parliamo di qualcosa di cui tutti possiamo fare esperienza, che caratterizza le nostre esistenze, a cui però spesso non riusciamo ad associare pratiche di vita buona. Il paradigma narrativo – rispetto a quello relazionale – consente di mettere a fuoco la dimensione storica: la narrazione, quindi, è una lente per riconoscerci esseri vivi, esseri storici calati nel nostro tempo. Come facciamo a capire la storia, le nostre provenienze culturali? Funziona un po’ come con le categorie kantiane che si imparano a scuola: spazio e tempo sono delle lenti con cui guardiamo la realtà. Il racconto, inteso come narrazione, è quella lente che ci permette di raccontare la storia, ma anche viverla e capirla. È uno strumento accessibile a tutti e funziona come un biglietto da visita: chiunque può raccontare la propria storia, dando agli altri una certa rappresentazione di sé. Allo stesso tempo, la narrazione permette di guardarsi alle spalle, riconoscere da quali ambienti si proviene e quali vicissitudini si sono attraversate, stabilire una distanza critica dal proprio vissuto e dalle esperienze fatte. Raccontandoci, riconosciamo anche i legami che ci uniscono ad altre persone. D’altronde, ogni volta che ci raccontiamo inseriamo qualcosa di nuovo, declinando diversamente le nostre provenienze e i nostri legami. Oltre allo sguardo critico e riflessivo rispetto al passato, nella narrazione troviamo anche la capacità di prefigurare scenari che aprono al futuro. Proprio per questa sua accessibilità, la narrazione non sembra quindi vincolata a un paradigma riconducibile alla cultura occidentale che è emersa dall’Illuminismo, nella quale siamo immersi, ma potrebbe essere qualcosa di universale. Non tutti sanno argomentare, ma tutti sanno raccontare – o comunque tutti ci provano – ed esistono innumerevoli modi possibili per raccontare. Tornando alla domanda da cui eravamo partite: dove sta l’autonomia nella narrazione? Sta nel gesto in cui io mi approprio della mia storia e la so rilanciare nel futuro, la so far diventare qualcosa che ancora non è.

La narrazione è quella lente che ci permette di raccontare la storia, ma anche di viverla e capirla.

Silvia Pierosara

Uno dei punti che affronta nei Suoi lavori è il rifiuto della logica proprietaria. Sembra quindi che Lei vada contro corrente rispetto all’idea del self-made man o della self-made woman che è prevalente nella nostra società, dove tutte e tutti siamo (anche) influencer: raccontiamo le nostre storie, mostriamo qualcosa di noi, difendiamo i nostri diritti di immagine e proprietà intellettuale, e così facendo ci proponiamo come autori e autrici delle nostre narrazioni. Qual è invece la Sua interpretazione del rapporto tra autonomia e autorialità?

Pierosara: La sfida è quella di cogliere e articolare un concetto di autonomia che possa finalmente abbandonare un’interpretazione proprietaria e possessiva del sé. L’autonomia narrativa è connessa alla consapevolezza delle persone di essere autori e autrici, veicoli di trasmissione di contenuti e di modi di interpretare. Se adotto questo punto di vista, la mia azione non è una manifestazione esclusiva di me: piuttosto, è qualcosa che io accetto di affidare agli altri, alla mia comunità. Perfino la mia azione autonoma, non alienata, che per semplificare potremmo definire libera, non finisce con me – non è esclusivamente mia –, ma è qualcosa che sottopongo e porto avanti anche per gli altri. Uscire da un paradigma possessivo o proprietario significa liberarsi da una logica molto diffusa, che ci porta a considerarci come padroni rispetto agli altri, al mondo e a noi stessi, capaci di controllare ed esercitare un potere strumentale e oggettivante su ciò che ci circonda. Uscire da questo paradigma potrebbe significare da un lato riscattare l’autonomia delle persone considerate vulnerabili, rifiutando l’idea che l’autonomia sia solo quella del soggetto liberale che si controlla, si possiede e si governa; dall’altro lato mantenere un presidio di umanità e solidarietà, accettando la possibilità di consegnarsi nelle mani degli altri, lasciando loro la possibilità di esprimere le nostre istanze.

Uscire da un paradigma possessivo o proprietario significa liberarsi da una logica molto diffusa, che ci porta a considerarci come padroni rispetto agli altri, al mondo e a noi stessi.

Silvia Pierosara

Uno degli esempi che offre per spiegare l’autonomia narrativa è particolarmente interessante: talvolta per mancanza di forze o di motivazioni le persone malate possono arrendersi e affidare ad altri – medici, familiari, care giver, media – il proprio diritto di raccontare la propria esperienza della malattia. Può chiarire quale deve essere la relazione tra pazienti e medici e in che senso questa si può considerare “simbiotica”?

Pierosara: Nel rapporto tra medici e pazienti talvolta c’è una presunzione ermeneutica da parte dei primi, che non solo fanno le diagnosi, ma presumono di conoscere il modo in cui i pazienti vivono la loro condizione. C’è una sorta di violenza ermeneutica nel tentativo di appropriarsi della definizione della malattia e del suo significato per la vita di un’altra persona. L’umiltà narrativa del medico secondo me dovrebbe essere un atteggiamento diverso: lasciare alle persone in cura uno spazio di auto-interpretazione, evitando di occuparlo con la diagnosi. So che è quasi paradossale parlare di autonomia del paziente in contesti in cui il corpo (o la mente) del paziente non sta funzionando come dovrebbe. Sottolineo qui due aspetti, uno critico e uno costruttivo. Il primo riguarda la concezione di autonomia intesa come competenza, cioè come uno strumento attraverso cui veniamo addestrati e addestrate. Io critico questa concezione e affermo che una persona che attraversa un percorso di cura può essere narrativamente autonoma. Questo significa che può scegliere di non raccontare e stare in silenzio, oppure può raccontarsi evitando i canoni narrativi standard, come la successione, la linearità e la coerenza delle storie, scegliendo per esempio una narrazione segmentata o frammentata. Il secondo aspetto dell’autonomia narrativa ha a che fare con l’autopercezione: chi affronta la malattia dovrebbe sentirsi capace di rappresentare e trasmettere la propria storia. Anche quando una persona non può più agire in modo autonomo, può comunque impegnarsi a esprimere ciò che riceve in termini di cura, aprendo al futuro la possibilità della restituzione, talvolta delegandola ad altre persone.

Se pensiamo a situazioni particolari legate all’età (infanzia o vecchiaia) o a condizioni di infermità permanenti dovute a disabilità fisica o psichica, nelle relazioni di cura il racconto dell’esperienza può essere sviluppato soprattutto da chi presta le cure, piuttosto che da chi le riceve. Come mai secondo Lei questo è problematico?

Pierosara: Rispetto a questo, servirebbe un autentico cambio di paradigma. Dobbiamo tenere presente che la relazione di cura, la relazione di aiuto o la relazione educativa coltivano in sé il germe del potere. Rovesciare il paradigma significherebbe mettere tutti e tutte nelle condizioni non solo di accogliere o rifiutare certi legami, ma anche di esprimere preferenze rispetto alle soluzioni di assistenza e cura più rispondenti ai propri bisogni. Per esempio, stimolerei più possibile l’autogestione, la possibilità di coabitazione tra persone che vivono esperienze simili e possono sviluppare forme di aiuto o di auto-aiuto. Ciò non deve mai significare che l’istituzione debba abdicare il proprio ruolo. Piuttosto, essa dovrebbe rovesciare la prospettiva, evitando lo sguardo paternalistico di chi impone una certa linea o idea di cura e lasciando aperta la possibilità di rinegoziarne le forme a partire da un’esigenza di auto-organizzazione e auto-gestione, permettendo così alle persone che soffrono di darsi da sé delle norme di restare autori della legge alla quale si sottomettono. Superando un paradigma che propone, impone e controlla, si potrebbe fare qualcosa di rivoluzionario: ascoltare e far “risuonare” anche chi potrebbe sembrare incapace di autonomia. Il paradigma della risonanza, elaborato dal filosofo tedesco Hartmut Rosa, permette a tutti i linguaggi di essere ascoltati e compresi.

Ha sostenuto che l’autonomia narrativa può essere una risorsa che ci permette di elaborare nuovi modelli di relazione educativa, al di là dalle forme istituzionali. Può descrivere delle situazioni che ci permettono di "risuonare" con gli altri?

Pierosara: Immagino tutte le forme non imposte, ma incoraggiate e sostenute, di coabitazione tra persone che condividono le stesse fragilità e vulnerabilità. Vulnerabilità praticata e liberamente manifestata, che diventa veicolo di resistenza. Rispetto alla questione educativa, trovo in qualche modo dannosa la retorica dell’auto-apprendimento e dell’apprendimento tra pari, che implica una prospettiva prestazionale, come se fossimo sempre obbligati a estrarre conoscenza da noi stessi e dagli altri. Invece, ritengo che sarebbe utile trarre spunti educativi ben oltre alla relazione asimmetrica a cui siamo affezionati, lasciare aperta la possibilità di poter apprendere qualcosa di utile dalle persone con le quali veniamo in contatto. Al riguardo, vorrei consigliare la lettura dei lavori di bell hooks, che parla di pratiche educative e auto-educative che oltrepassano schemi definiti e impostazioni standard che lei chiama “canone”: si impara da tutti, a qualsiasi livello. Le istituzioni pubbliche potrebbero favorire esperienze educative non canoniche, diverse, che permettano alle persone di apprendere al di là della relazione asimmetrica tra docente e discente.

Nei Suoi lavori accenna più volte al concetto di autonomia intesa come dignità. Nella dimensione narrativa, come vede la relazione tra relatività umana e macchinica? Per esempio, rispetto al dibattito in corso su intelligenza artificiale generativa e ChatGPT, possiamo ancora parlare di narrazioni soggettive?

Pierosara: Si tratta di un tema complesso: sempre più le nostre narrazioni sono ideate, costruite e formulate anche grazie all’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Rispetto alle interpretazioni della creatività umana in questo nuovo contesto tecnologico e comunicativo, vedo due possibilità. Si ridimensiona la creatività umana e si riconoscere che essa è sempre la ricombinazione di qualcosa che è già stato ossia ci arrendiamo all’idea che la nostra creatività è soltanto riformulazione. Durante il Medioevo le persone di cultura sostenevano che i pensieri non appartengono alle persone che li esprimono, ma sono di tutti (si utilizzava in questo senso l’espressione “intelletto separato”). Quindi, dovremmo essere meno rigidi sull’idea della creatività dal nulla. In alternativa, potremmo accettare di non essere gli unici a creare dal nulla, ma che anche le macchine possono o potrebbero arrivare a farlo. Bisogna capire se la nostra differenza rispetto alla macchina (o rispetto anche agli altri esseri viventi, se vogliamo adottare una prospettiva non specista) è puramente quantitativa oppure se dobbiamo presupporre una differenza qualitativa – che però ha le sue radici in qualcosa che è altro dalla filosofia.

Breve biografia

Silvia Pierosara è professoressa associata di filosofia morale all’Università di Macerata. Ha partecipato come relatrice all’evento di lancio del ciclo “Colloqui filosofici sull’autonomia 2023: autonomia e sostenibilità” che si è tenuto il 17 aprile 2023. È autrice dei volumi “Per un’autonomia narrativa. Etica, storia, educazione” (Studium, Roma, 2022) e “Autonomia in relazione. Attraverso l'etica contemporanea” (Mimesis, Udine, 2021).

Elisa Piras

Elisa Piras

Elisa Piras is Senior Researcher at the Center for Advanced Studies of Eurac Research. Previously, she hold positions of Research Fellow at the Scuola Superiore Sant'Anna in Pisa and at the University of Bologna. Her research focuses on philosophical theories of contemporary liberalism, with particular attention to the international dimension of political agency, public opinion and the nexus between identity and security, especially concerning gender discrimination and violence in conflict settings.

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Citation

https://doi.org/10.57708/bmoallehrtbssg8ibezxmqg
Piras, E. Raccontarsi per cambiare la realtà: riflessioni sul concetto di autonomia narrativa . https://doi.org/10.57708/BMOALLEHRTBSSG8IBEZXMQG

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