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Elezioni in Catalogna: chi ha vinto veramente?

© bonilla1879 - stock.adobe.com
23 February 2021by Daniela Mezzena

Il 14 febbraio 2021 in Catalogna si sono svolte le elezioni per il rinnovo del Parlamento regionale. Assieme, i tre partiti indipendentisti hanno ottenuto la maggioranza dei seggi, ma il più votato è stato il partito socialista, contrario alla secessione. Francisco Javier Romero Caro, giurista dell’Istituto di studi federali comparati di Eurac Research, commenta l’esito del voto.

Come è organizzata la Spagna dal punto di vista dell’autonomia territoriale?

Romero Caro: La Spagna è organizzata in 17 comunità autonome e due città autonome che si trovano in nord Africa. Tutte le comunità autonome hanno competenze legislative e godono di autonomia in diversi ambiti. Due di queste comunità - Paesi Baschi e Navarra – dispongono anche di uno speciale regime fiscale sancito dalla Costituzione e legato a prerogative storiche. Sostanzialmente le comunità autonome hanno le stesse competenze, con alcune differenze legate alle caratteristiche specifiche di ogni singola comunità. Ad esempio: Galizia, Paesi Baschi, Navarra, Catalogna, Valencia e isole Baleari hanno una propria lingua e quindi anche delle competenze che riguardano la lingua. In passato lo status fiscale dei Paesi Baschi e di Navarra ha rappresentato un modello a cui anche la Catalogna aspirava. L'allora partito di maggioranza aveva cercato un accordo con Madrid, ma il governo centrale lo aveva rifiutato innanzitutto perché avrebbe creato un grosso contraccolpo in tutto il paese, ma anche perché allora la Catalogna era la regione più ricca e la seconda più popolosa della Spagna. Concederle un trattamento fiscale speciale avrebbe fatto crollare l'intero sistema.

Alle elezioni del 14 febbraio la maggioranza dei seggi è andata a tre partiti indipendentisti. Chi sono?

Romero Caro: Sono partiti che condividono l’obiettivo della secessione, ma hanno idee molto diverse. Il partito che ha ottenuto la maggioranza dei voti tra gli indipendentisti è Esquerra Republicana de Catalunya (ERC): è quello più a sinistra e potrebbe essere definito progressista. Poi c'è Junts, per Catalunya (JxCat), il partito dell'ex presidente Puigdemont fuggito in Belgio, che nasce come partito di centro-destra, ma è diventato per lo più un partito populista. E poi c'è Candidatura d'Unitat Popular, CUP, un partito anticapitalista di estrema sinistra. CUP potrebbe avere qualcosa in comune con Esquerra, ma sicuramente non con Junts. Anche se, a dire il vero, con Junts condivide la linea unilaterale verso la secessione, mentre Esquerra, preferirebbe almeno inizialmente tentare una negoziazione con Madrid.

A questa complessità si aggiunge il fatto che il partito che ha ottenuto la maggioranza dei voti sia un partito unionista: il partito socialista.

Romero Caro: Sì, il partito socialista ha ottenuto il 23 per cento dei voti. Ideologicamente avrebbe senso che si coalizzasse con Esquerra. Questo aiuterebbe anche a rompere la contrapposizione tra i due blocchi pro e contro la secessione. Sembra però difficile che questo succeda perché tutti i candidati dei partiti indipendentisti si sono impegnati, firmando una petizione, a non formare coalizioni con i socialisti. È complesso perché, a livello nazionale, Esquerra fornisce appoggio esterno alla coalizione di governo. Se continuerà a sostenerla questo causerà delle frizioni all'interno della coalizione catalana.

Sembra che il tema dell’indipendenza monopolizzi la politica catalana…

Romero Caro: È dal 2012 che la politica in Catalogna è dominata dal tema dell'indipendenza. Da allora nessuna legislatura è stata portata a termine. Ogni due anni circa i cittadini sono stati chiamati alle urne e il tema centrale di ogni elezione è stata la secessione. Solo durante quest’ultima tornata sono entrati in gioco anche temi legati all’economia e alla pandemia. Pandemia che ha influito anche sull’affluenza alle urne: con il 53 per cento dei votanti è stata una delle più basse della storia. Le elezioni precedenti, quelle di dicembre 2017, sono state invece le più partecipate (79 per cento) perché la società era molto polarizzata. Allora c’era in ballo il referendum sull’indipendenza che si era svolto qualche mese prima e la popolazione contraria alla secessione aveva voluto fare sentire la propria voce.
Sulla polarizzazione della società c’è anche un aspetto curioso da considerare e riguarda la legge elettorale. La Catalogna è l'unica comunità autonoma a non disporre di una propria legge elettorale, ci si rifà a un articolo dello Statuto di autonomia del 1979. Da allora Barcellona è cresciuta molto, mentre nelle altre tre province della comunità autonoma la popolazione è diminuita, con il risultato che nella distribuzione dei seggi Barcellona è fortemente sottorappresentata: ha 16 seggi in meno di quelli che le spetterebbero. Questo agevola i partiti secessionisti che hanno più consensi nelle province interne che sono sovra-rappresentate: a Lleida, ad esempio, vanno sette seggi in più di quelli che le spetterebbero in base alla popolazione, a Tarragona quattro in più e a Girona cinque in più. In questo contesto è più difficile per i partiti unionisti conquistare dei seggi, ragione per cui la Catalogna non ha mai spinto per modificare la legge elettorale.

Come si leggono le spinte secessioniste in una prospettiva europea?

Romero Caro: Inizialmente il motto dei secessionisti era “Catalogna: un nuovo paese in Europa”. Dopo il referendum del 2017, quando l'Unione Europea si schierò a fianco del governo di Madrid, le cose cambiarono. Gli indipendentisti hanno contestualizzato l'indipendenza come un problema di carattere internazionale, hanno cercato di integrare la prospettiva europea per forzare una negoziazione tra Barcellona e Madrid. Per difendere gli esponenti della politica secessionista catalana che hanno ricevuto condanne si sono rivolti alla Corte europea dei diritti dell'uomo. Il referendum per l'indipendenza della Scozia è sempre stato visto come un modello: perché non era possibile riproporlo in Spagna?

Come si immagina il futuro governo catalano?

Romero Caro: La composizione del nuovo governo in Catalogna avrà un impatto sulla politica nazionale. Per mantenere il supporto di Esquerra a livello nazionale, cosa di cui il governo ha bisogno per sopravvivere, si dovranno riaprire i tavoli delle trattative tra Barcellona e Madrid. Questo probabilmente avrà un ritorno in tutto il paese, facendo aumentare il sostegno a favore di partiti radicali come Vox, il maggiore antagonista della coalizione di governo. Posso immaginare che in seguito si aprirà una fase di collaborazione tra Esquerra e governo nazionale, ma col tempo Esquerra tornerà a percorrere la strada della secessione perché sentirà la pressione degli altri partiti della coalizione catalana. Man a mano che si avvicineranno le elezioni nazionali, dovranno mostrare al proprio elettorato di aver ottenuto qualcosa, ma di fatto dal 2017 non è cambiato niente. È difficile immaginare cosa succederà: i socialisti non possono accettare la proposta di referendum perché non è prevista dalla Costituzione. Un'ipotesi potrebbe essere quella di concedere maggiori competenze al governo catalano, ma non credo basterebbe a soddisfare gli appetiti dei secessionisti. Un'altra ipotesi, che però non vedo molto probabile, è quella che i socialisti rinuncino al proprio candidato e sostengano quello di Esquerra, lasciando fuori dai giochi i partiti più di destra e CUP. Sarebbe una replica esatta del governo nazionale, ma non credo succederà visto che tutti secessionisti hanno firmato la promessa di non allearsi con i socialisti.

Quindi in conclusione, al di là del numero di seggi, non sono gli indipendentisti ad avere vinto le elezioni?

Romero Caro: Credo che con queste elezioni non sia cambiato molto per la Catalogna. È cambiato invece qualcosa per il partito socialista che ha vinto le elezioni e le ha vinte schierando l’ex ministro della sanità Salvador Illa. È stato un risultato inaspettato: Illa avrebbe potuto pagare lo scotto della gestione della pandemia e invece è stato premiato. La sua candidatura era inaspettata ed è stato inaspettato anche il ritorno che ha avuto. Il partito socialista era dato come terzo nei sondaggi ed è subito balzato al primo posto, dopo la candidatura di Illa. Credo che il grande vincitore delle elezioni sia il presidente del governo nazionale. La Catalogna è nella stessa condizione in cui era prima, ma lui è riuscito a vincere le elezioni e questo indirettamente è stato un riconoscimento del modo in cui ha gestito la pandemia. Esquerra, che sostiene il governo nazionale a Madrid, è stato il primo dei partiti indipendentisti; dopo questo riconoscimento è probabile che mantenga il sostegno al governo. Penso si tratti del miglior scenario che il partito socialista potesse sperare.

Francisco Javier Romero Caro

Francisco Javier Romero Caro, è giurista e ricercatore all’Istituto di studi federali comparati di Eurac Research con un progetto finanziato dalla Provincia di Bolzano. Tra i suoi ambiti di ricerca rientrano la distribuzione territoriale del potere nei sistemi multilivello e i movimenti secessionisti in Canada e Spagna. Ha collaborato a progetti sulla qualità democratica, lo spreco alimentare e la regolamentazione degli OGM nella UE.

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