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(Ma)donne con la melagrana: nuove narrative per un antico simbolo

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Soggetto tratto dalla serie fotografica dell’artista Franziska Burkhardt „Bis in alle Ewigkeit“ incentrata proprio sulla melagrana - © Franziska Burkhardt Franziska Burkhardt

Novembre è il mese della melagrana, un frutto ricco di proprietà benefiche, che si raccoglie proprio in autunno. I suoi numerosi chicchi aciduli fin dall’antichità hanno simboleggiato fertilità e abbondanza. Questa iconografia, in passato dominante, ora si sta evolvendo. Ma come? E che ruolo possono (e devono) svolgere arte e letteratura?

Molti ritengono che l’arte sia lo specchio della società in cui questa viene prodotta, incarna i sentimenti, la mentalità e gli eventi storici della sua epoca e a volte anticipa anche le caratteristiche di quella che verrà. Cosa possiamo dunque capire analizzando l’iconografia che caratterizza la figura femminile nel corso dei secoli? Uno degli elementi che colpiscono è il fatto che molte di loro sin dall’antichità siano spesso associate alla melagrana. In diverse culture, che vanno dalla Cina, all’India, al Medio Oriente fino al Mediterraneo, questo frutto è associato ad abbondanza e fertilità. Questo per via dei suoi numerosi semi, sebbene, curiosamente, il frutto abbia proprietà sia contraccettive che abortive. Tornando all’antichità, la leggenda narra che Afrodite, la dea dell’amore, avesse fatto piantare questo albero da frutto a Cipro, donandolo agli uomini e rendendolo così sacro. La melagrana è anche associata a Era, dea del matrimonio e della fertilità, che spesso infatti, nell’iconografia, ne tiene in mano un pomo. Ancora più nota è l’associazione con Demetra, dea delle messi e dell’agricoltura, tanto che, durante le feste in suo onore, le ateniesi mangiavano i semi della melagrana per propiziarsi fertilità e prosperità. Questa tradizione viene fatta risalire al mito della figlia Persefone/Proserpina. Quando questa venne rapita da Ade, si cibò di qualche chicco di melagrana mentre era negli Inferi, per questo motivo fu costretta a vivere sei mesi sottoterra col suo nuovo sposo e sei mesi con sua madre. In questo mito la melagrana rappresenta la morte e la rinascita a nuova vita: da allora infatti, nei mesi in cui Persefone si trova sulla terra con la madre la natura si sveglia e si riempie di vita, mentre i mesi in cui la ragazza si trova negli Inferi la terra si spoglia e muore, spiegando così il ciclo delle stagioni. Degli antichi riti del mondo classico rimangono tuttora dei lasciti: ancora oggi in Grecia e in Turchia ad esempio è usanza che durante i matrimoni le giovani spose gettino a terra una melagrana per veder quanti semi escono dal frutto. Il numero dei semi che ne esce è un presagio per il numero dei figli che la coppia avrà. Ma non tutte le dee dell’antichità sono associate alla fertilità, come dimostrano i casi di Atena, Artemide ed Estia. Addirittura queste dee sono rappresentate in antitesi alla fertilità: quando Niobe si vantò dei suoi numerosi figli, Latona, che aveva generato solo Artemide – dea vergine – e Apollo, li mandò a far strage dei figli di Niobe. E Atena, anch’essa vergine, parthenos in greco – da cui il nome del tempio a lei dedicato sull’Acropoli, il Partenone – addirittura non nasce da un concepimento, ma scaturisce dalla testa di Zeus.

Se l’arte e la letteratura sono lo specchio della società, il quadro che ne emerge è che per secoli le donne siano state percepite positivamente solo se associate ai concetti di maternità e castità, meglio ancora se combinati.

Giulia Isetti

Sempre nel mondo classico, ma facendo un salto dall’arte figurativa alla letteratura, il poeta Semonide nella sua famosa satira delle donne descrive dieci possibili tipi di donna comparando ogni tipologia ad un animale. Già gli animali associati alle tipologie di donne – cavalla, scrofa, scimmia, cagna, e così via – fanno presagire che il quadro fosse ben poco lusinghiero. Su dieci, solo un tipo di donna si salva: la donna ape, che si prende cura del focolare domestico e dei figli. Se dunque l’arte e la letteratura sono lo specchio della società, il quadro che ne emerge è che per secoli le donne siano state percepite positivamente solo se associate ai concetti di maternità e castità, meglio ancora se insieme. Il mondo cattolico è persino riuscito a fondere queste due immagini apparentemente contrastanti e ossimoriche, della castità e della maternità, nella figura nella Madonna, la madre vergine. Molti dipinti a tema religioso raffigurano Madonne con la melagrana. Tra questi ricordiamo la Madonna Dreyfus e le Madonne della melagrana di Fra Angelico, Filippo Lippi, Sandro Botticelli, Jacopo della Quercia e Hans Holbein. La melagrana è anche simbolo del martirio di Gesù e, nell’iconografia cristiana, oltre che alla fecondità e all'abbondanza, rappresenta la fede, l’unità tra popoli e culture diverse. Per questo motivo il frutto può essere, sebbene più raramente, attribuito anche a un uomo, come nel caso del ritratto di Massimiliano I di Dürer, dove l’imperatore tiene in mano una melagrana, simbolo di unità e coesione, mentre i chicchi rappresentano i sudditi, i “figli” del sovrano. Dal Rinascimento in poi, la donna si libera dalla rappresentazione in veste di essere superiore e idealizzato – dea, Madonna o Santa –, ciononostante la melagrana continua a essere associata all’iconografia femminile, come dimostrano, ancora nel ‘900, i casi di Felice Casorati e Salvador Dalì.

La rivoluzione sessuale negli anni ‘60 anni ha reso la maternità una scelta, ma le aspettative e le pressioni sociali continuano a gravare soprattutto sulle donne.

Giulia Isetti

Oggigiorno la maternità, almeno nella maggior parte del mondo occidentale, è una scelta: un più facile accesso a mezzi contraccettivi o, dall’altro lato, trattamenti di fertilità permette alle donne di avere figli se e quando vogliono e di cercare – e trovare – realizzazione in ruoli aggiuntivi o alternativi a quello materno, come ad esempio in quello professionale. Ma cosa succede quando questa libertà di recente acquisizione si scontra con un portato culturale di millenni? Studi recenti sottolineano che, tuttora, tra le motivazioni che spingono le donne a voler figli spicca la pressione sociale, il desiderio di conformarsi a un modello prestabilito di felicità domestica. Ci sono ancora persone per cui una donna che non ha figli è “contro natura”, persino egoista, cosa che pochi si sognerebbero di dire a proposito di un uomo. Sempre più diffusa è però anche la narrativa che ad essere egoiste siano le donne che, al contrario, decidono di avere figli. L’Università di Lund in Svezia ha recentemente calcolato l’enorme costo ambientale – 58,6 tonnellate di carbonio all’anno – di avere anche solo un figlio nel mondo occidentale: avere un bambino proprio è quindi, per un numero crescente di giovani, un atto di egoismo che contribuisce al degrado ambientale, all'esaurimento delle risorse, alla povertà e alla disuguaglianza (1). A ciò si aggiunge il fatto che troppo spesso le donne sostengono la maggior parte del peso del lavoro di cura domestica: a livello globale, si calcola che le donne eseguano 10,8 trilioni di dollari di lavoro non pagato ogni anno, cosa che certamente non invita a prendersi carico dell’ulteriore responsabilità di mettere al mondo e crescere dei figli.
Le donne che ciononostante vogliono ricercare una gravidanza devono affrontare un ulteriore scoglio: tipicamente nella società occidentale attuale si rimandare la maternità, cosa che si traduce spesso in una maggiore difficoltà a concepire e a un più alto rischio di aborto e malformazioni del feto. Secondo alcuni studi scientifici nelle coppie che vorrebbero avere figli e non riescono ad averli sono le donne a soffrire più degli uomini di isolamento sociale, depressione, sensi di colpa (2), stress (3) e di una peggiore qualità della vita. Come per la fertilità, anche il suo contrario, l’infertilità, viene predominantemente tematizzata in ambito femminile: spesso è la donna ad essere ritenuta la causa del mancato concepimento, sebbene da anni sia noto che statisticamente la “responsabilità”, se così si può dire, sia condivisa in pari misura tra uomini e donne.

L’arte può e deve contribuire a creare delle nuove narrative.

Giulia Isetti

Nella società di oggi le sfumature di grigio si stanno perdendo: le cose sono nere o bianche. Ma chi ha detto che tutto debba essere necessariamente polarizzato? Fare una determinata scelta – a volte obbligata – inerente alla fertilità non deve necessariamente significare che si critichino quelle degli altri. In Italia e in diversi altri paesi occidentali una donna su cinque oggi non ha figli. Un numero che comincia ad avere una consistenza tale da non dover più far sollevare un sopracciglio. La nostra società va educata a guardare a queste donne (e uomini) senza giudizi e pregiudizi, a capire che avere figli o non averli è un diritto umano basilare, una scelta che spetta solo alle donne e ai (o alle) loro partner. Ed è proprio questo che rivendicano un numero sempre più crescente di gruppi e associazioni femminili, il cui scopo è proprio quello di dare voce alle donne che scelgono di non avere figli, come, solo per citarne una, l’associazione culturale Lunàdigas (4). Il progetto è sfociato non solo in un lungometraggio, ma anche nell’iniziativa prendo pArte, in cui si raccolgono opere d’arte che riscrivono, ripensano, rimettono in gioco e rimescolano narrazioni e visioni sulla (non) maternità e sui ruoli precostituiti in base al genere. Voce merita però anche l’altra faccia della medaglia, come il mancato concepimento, gli aborti, la pesantezza dei giudizi degli estranei, come fa ad esempio “You are not wonderful just because you are a Mother”(5), una recente esibizione che sfida la visione tradizionale della maternità. Un ultimo esempio è quello della foto serie di Franziska Burkhardt, dove l’artista si riappropria del simbolo della melagrana per convenire il messaggio che essere donna non deve equivalere necessariamente ad essere madre. L’arte infatti può e deve contribuire a creare nuove narrative, persino rovesciando completamente il significato obsoleto di antichi simboli, proprio come il caso del nostro frutto incriminato. Perché, in fondo, come ha scritto Bertolt Brecht, “l'arte non è uno specchio per riflettere la realtà, ma un martello con cui darle forma”.

1) https://link.springer.com/article/10.1007/s10584-020-02923-y 2) https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.3109/01674828609016758 3) https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1002/pon.4990 4) https://www.lunadigas.com/ 5) https://artistmotherpodcast.com/you-are-not-wonderful-just-because-you-are-a-mother/

Giulia Isetti

Giulia Isetti è cresciuta a Genova. Ha studiato filologia classica facendo la spola tra Italia, Germania e Inghilterra, conseguendo un dottorato in greco antico nel 2013. Dopo un ulteriore studio in economia e alcune esperienze lavorative all'estero (Germania e Belgio), vive dal 2017 a Bolzano, dove lavora come Senior Research presso il Center for Advanced Studies di Eurac Research. I suoi temi di ricerca abbracciano diversi ambiti, con un focus particolare su sostenibilità, resilienza, religione e digitalizzazione.

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Citation

https://doi.org/10.57708/b143623343
Isetti, G. (Ma)donne con il melograno: nuove narrative per un antico simbolo. https://doi.org/10.57708/B143623343

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