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Per salvarci dalla crisi climatica ci serve un sovrano illuminato. O forse no.

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03 February 2022
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null - © Unsplash Mika Baumeister

Quid sit futurum cras, fuge quaerere: “non ti chiedere cosa abbia in serbo il domani”. Questo verso di Orazio mi risuonava nelle orecchie mentre, attraversando il Lazio, mi sforzavo di localizzare il monte Soratte, che nella stessa ode è descritto ricoperto di neve (Ode I,9). Mi sono chiesta se duemila anni dopo che quei versi furono scritti ancora ne vedesse di neve questa piccola montagna di neanche 700 metri sul livello del mare: una breve ricerca su google mi tranquillizza che effettivamente è così: continua a nevicare. Ma per quanto ancora? All’epoca della crisi ambientale e del cambiamento climatico è ancora giusto non chiedersi “cosa abbia in serbo il domani” per noi? O meglio ancora: possiamo permetterci di non chiedercelo?

A leggere le testate giornalistiche sembrerebbe proprio di no. Infatti, anche se - nello scenario più roseo - cessassimo di immettere anidride carbonica nell’atmosfera domani, ci vorrebbero decine di anni per scendere al di sotto del livello critico. Si parla di cambiamenti climatici e del ruolo giocato dall’attività antropica da almeno 50 anni, eppure neanche la pandemia – con le sue forzate chiusure e rallentamento delle attività - è riuscita a ridurre in modo significativo le emissioni di gas serra, perché, si sa, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Come ha ben sottolineato la giornalista Kate Aronoff, sebbene Elon Musk e Jeff Bezos sembrino più impegnati a scappare da questo pianeta piuttosto che a salvarlo, sembriamo sempre in attesa di un filantropo che finanzi una miracolosa soluzione tecnologica che ci salvi senza che noi dobbiamo modificare di una virgola il nostro stile di vita.

La democrazia ci sta mettendo nei guai?

Può essere che l’incapacità di programmazione a lungo termine sia una caratteristica umana di cui non riusciamo a disfarci. Quanti di noi infatti modificano le proprie abitudini in vista di un bene futuro, anche se del proprio? Quanti in gioventù pensano a stipulare una pensione integrativa? Quanti rinunciano ad alcol e sigarette pensando che potrebbero pagarne lo scotto tra qualche decennio? Se non riusciamo a prenderci cura dei “noi” del domani, è ancora più difficile preoccuparci del futuro di “altri” che non conosciamo, come i migranti climatici, che sempre più numerosi saranno costretti ad abbandonare la loro terra perché piagata da desertificazione e siccità o, all’opposto, da alluvioni e inondazioni. Per non parlare poi del benessere di quegli “altri” che non sono neanche ancora nati, le famose generazioni future a cui tanti fanno appello. Eppure queste generazioni non sono poi così “future”: sono anzi molto presenti, dato che la maggior parte degli scenari prefigurano impatti notevoli già di qui al 2050. Stiamo quindi parlando di cambiamenti che interesseranno un buon numero di giovani che già sono qui e che, giustamente preoccupati, reclamano interventi più decisi da parte della politica, con Greta Thunberg in prima fila.

E la politica che fa? Non mancano quelli che danno la colpa della nostra inazione di fronte alla crisi ambientale proprio al sistema democratico occidentale e ai suoi cicli elettorali: i politici sembrano dedicarsi soprattutto a misure a breve termine e di impatto immediato per vincere le elezioni, con un orizzonte temporale che abbraccia solo uno o due mandati. Le politiche pro-ambientali sono da questo punto di vista un cattivo investimento, dato che costano molto, gli effetti sono difficilmente valutabili nel breve termine e spesso incontrano lo sfavore delle grandi industrie, che, come quelle dei combustibili fossili, sono famose per influenzare le votazioni e assicurarsi che a vincerle sia il candidato che protegge i loro interessi piuttosto che quelli delle generazioni future.

La lotta contro il cambiamento climatico richiede un'azione collettiva, alla quale possiamo aspirare solo se le misure sono sostenute dalla popolazione.

Giulia Isetti

La democrazia è quindi un ostacolo per la mitigazione del cambiamento climatico? Così almeno sostiene già da anni il ricercatore ambientalista James Lovelock, secondo il quale, quando si avvicina una grande crisi, come una guerra o la crisi ambientale, la democrazia deve essere momentaneamente sospesa. Tanto più che la democrazia sembra essere in crisi da tempo, crisi accelerata ulteriormente dalla diffusione dei partiti populisti che cercano di scardinarne le strutture, tra l’altro - piccolo inciso - spesso negando il cambiamento climatico e opponendosi alle politiche volte a mitigarlo. In fondo l’esperienza della pandemia potrebbe essere considerata una prova generale del fatto che possiamo rinunciare, per il bene collettivo, ad alcune libertà individuali. Ma vogliamo metterci davvero ciecamente nelle mani di un presunto monarca illuminato che miracolosamente salvi la situazione? Quante volte nel corso della storia un sovrano assoluto ha risolto una situazione e poi se ne è tornato a casa restituendo potere e libertà al popolo? Certo, può venire in mente il caso di Cincinnato che, dopo aver sbaragliato i nemici, dopo pochi giorni di dittatura restituì la carica politica alla repubblica romana e si ritirò a fare una vita da contadino, ma l’assenza di altri esempi virtuosi nei successivi 2400 anni dovrebbe far suonare un campanello di allarme.

I grandi problemi richiedono un'azione congiunta

No, la crisi dell’ambiente e quella della democrazia vanno mano nella mano e possiamo risolvere l’una solo risolvendo l’altra. Esistono già esperimenti pionieristici che vogliono rivitalizzare il sistema democratico, sperimentando nuove forme di partecipazione e deliberazione politica, promuovendo ottiche non solo a lungo termine, ma anche transfrontaliere, con processi più snelli ed efficienti e, soprattutto, con un focus sull’educazione e responsabilizzione della cittadinanza. Fondamentale infatti per la lotta al cambiamento climatico, è un’azione collettiva, a cui possiamo aspirare solo se le politiche sono condivise e riscontrano l’accettazione della popolazione. Un altro fattore da non dimenticare è che l'età media di chi vota è in continuo aumento, tuttavia, quando si tratta di prendere decisioni - anche coraggiose e radicali - per il futuro, a decidere dovrebbe essere anche chi quel futuro lo vivrà sulla propria pelle: le generazioni più giovani. Ben venga dunque che diversi stati stiano abbassando l’età minima del voto e buone pratiche come quella della Scozia, dove esiste un parlamento dei giovani, le cui rappresentanze elette possono mandare proposte e discutere con i politici del parlamento “degli adulti”.

È vero: l’attuale sistema democratico è al momento debilitato da anni di populismo, disinformazione, disuguaglianza dilagante ed elettori frustrati e disincantati, ma non è neanche un caso che nove sui dieci paesi migliori nel Climate Change Performance Index siano democrazie. È solo nel contesto democratico che possiamo trovare la libertà di stampa e di espressione, un libero flusso di informazioni che permetta ai politici di confrontarsi e trovare soluzioni, e alla società civile di far sentire la propria voce e rivendicare i propri diritti. È grazie alla sua capacità di evolversi e auto-correggersi che la democrazia è riuscita a sopravvivere dal VI sec. a.C. a oggi; Socrate disse che “il segreto del cambiamento è concentrare l’energia non nel combattere il vecchio, ma nel costruire il nuovo”, e il tempo per il nuovo è adesso.

Giulia Isetti

Giulia Isetti è cresciuta a Genova. Ha studiato filologia classica facendo la spola tra Italia, Germania e Inghilterra, conseguendo un dottorato in greco antico nel 2013. Dopo un ulteriore studio in economia e alcune esperienze lavorative all'estero (Germania e Belgio), vive dal 2017 a Bolzano, dove lavora come Senior Research presso il Center for Advanced Studies di Eurac Research. I suoi temi di ricerca abbracciano diversi ambiti, con un focus particolare su sostenibilità, resilienza, religione e digitalizzazione.

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Citation

https://doi.org/10.57708/b103274671
Isetti, G. Per salvarci dalla crisi climatica ci serve un sovrano illuminato. O forse no. https://doi.org/10.57708/B103274671

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