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“Fiducia vuol dire condividere etica e obiettivi, non necessariamente il percorso”

La vicedirettrice Roberta Bottarin racconta l’esperienza del management in pandemia

Jens Lelie
© Unsplash | Jens Lelie
11 June 2021by Valentina Bergonzi, Sigrid Hechensteiner

Mettersi nei panni dell’altra persona: capirne esigenze e capacità, non essere intransigenti, fidarsi. È una lezione pragmatica di umanesimo quella che la biologa e vicedirettrice di Eurac Research Roberta Bottarin trae da un anno di lavoro in pandemia.

Uno sguardo all’anno passato: quale è stato l’aspetto più complicato e quello che ha gestito meglio?

Roberta Bottarin: Credo che nel nostro piccolo abbiamo reagito al meglio delle nostre possibilità a una situazione inimmaginabile. Ciò che mi ha rincuorato nei momenti più difficili è stato il fatto di potermi confrontare con una squadra e decidere insieme come muoverci. Ciò che mi ha messo più in difficoltà è stata la gestione della variabile “durata”, che era completamente imprevedibile. Le decisioni da prendere nel breve periodo? Erano chiare. Le prospettive nel medio termine? Incerte. La risposta più frequente alle domande sul lungo periodo? Non saprei.

Questa esperienza l’ha portata a pensare anche a chi opera più in grande? Chi quotidianamente e per mestiere prende decisioni che riguardano società intere?

Bottarin: Assolutamente sì! Ora ho moderato le mie opinioni nei confronti di chi governa in situazioni complesse e nuove, fatta ovviamente salva la buona fede. Per esempio non possiamo dare per scontato che chi decide abbia accesso a tutte le fonti di informazione. E comunque, anche se fai scelte ponderate, ci sarà sempre qualche insoddisfazione. Prima di sparare a zero e lamentarsi, sarebbe sempre opportuno almeno provare a immaginare quali possano essere state le valutazioni dietro a certe scelte.

Non possiamo dare per scontato che chi decide abbia accesso a tutte le fonti di informazione.

Roberta Bottarin
Roberta Bottarin, vicedirettrice di Eurac Research© Eurac Research | Ivo Corrà

Crede che il mondo della ricerca potrebbe avere un ruolo più attivo a livello pubblico e politico?

Bottarin: Penso che ricercatrici e ricercatori si siano messi in gioco durante la pandemia. In questi mesi siamo stati tutti toccati in prima persona e tutti abbiamo imparato quanto più potevamo su virus e diffusione delle malattie – la conoscenza serviva per proteggerci in prima persona, e anche per prendere decisioni per proteggere comunità intere. Dovremo tenerlo presente anche per altri ambiti, che magari in un primo momento sembrano non avere effetti immediati e diretti sulle singole persone, per esempio i cambiamenti climatici; il principio è lo stesso e dobbiamo prepararci. Per questo vedo la necessità assoluta di tenere aperto questo canale di comunicazione e collaborazione tra ricerca, politica e società. Personalmente, vivo con una certa frustrazione il fatto di considerare conclusa una ricerca quando i dati sono elaborati e i risultati presentati. I dati vengono usati? Come vengono usati? Come potremo impostare le ricerche in modo che siano più utili per chi ci amministra? Mi piacerebbe avere uno scambio più costante con loro.

Personalmente, vivo con una certa frustrazione il fatto di considerare conclusa una ricerca quando i dati sono elaborati e i risultati presentati. I dati vengono usati? Come vengono usati? Come potremo impostare le ricerche in modo che siano più utili per chi ci amministra?

Roberta Bottarin

Quanto possono essere aperti al compromesso ricercatrici e ricercatori se vedono i loro risultati non presi in considerazione per quello che sono?

Bottarin: Allora, bisogna dirselo chiaro: la collaborazione è necessaria ma funziona solo se c’è fiducia reciproca. Fiducia vuol dire condividere etica e obiettivi, ma non necessariamente seguire gli stessi percorsi. Chi fa ricerca e chi fa politica fa considerazioni in parte diverse: invece di essere intransigenti dovremmo accettarlo, rispettare che anche altre strade siano percorribili per raggiungere una meta, e valutare insieme come si possa raggiungere il risultato tenendo conto di tutte le esigenze. Permettetemi una similitudine dal contesto familiare: le ragioni di incomprensione sono tantissime, dall’abbigliamento non condiviso alle scelte scolastiche, ma quello che conta sono i valori. Per il resto bisogna imparare a fidarsi a vicenda.

Eurac Research: un anno di lavoro in pandemia in numeri

Fiducia è stata anche la parola chiave di quest’anno di lavoro smart.

Bottarin: Infatti. Senz’altro non è la soluzione più congeniale per chiunque, ma anche in questo caso fiducia e impegno sono andati a braccetto. Avremmo compreso e anche accettato qualche blackout, invece la risposta di collaboratrici e collaboratori è andata oltre ogni aspettativa. E capisco quanto in certi momenti possa essere stato disagevole; personalmente, oltre alla riorganizzazione del lavoro a casa sono mancate tantissimo le uscite sul campo, i campionamenti in natura.

Non voglio dimenticare nulla di quello che abbiamo vissuto; ormai fa parte del bagaglio di emozioni che ci formano, ci fanno crescere.

Roberta Bottarin

Una immagine che si porta via di questo anno di lavoro in pandemia?

Bottarin: Invece di parlare davanti a una distesa di sorrisi la sera della festa di Natale, quest’anno a metà dicembre mi sono trovata davanti a una telecamera, per registrare un messaggio, un augurio natalizio, una riflessione a fine anno che potesse raggiungere online i collaboratori.. Mi sono commossa; ho sentito quanto mi mancasse il contatto sociale con le persone e quanto anche questo fosse una parte insostituibile del nostro lavoro. Quel video è stato un momento emblematico dei mesi trascorsi con i contatti sociali azzerati. Eppure non voglio dimenticare nulla di quello che abbiamo vissuto; ormai fa parte del bagaglio di emozioni che ci formano, ci fanno crescere, imparare dalle esperienze.

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