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Ragione e sentimento nell’Antropocene: perché abbiamo bisogno di integrare arte e scienza per un futuro sostenibile

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Ragione e sentimento nell’Antropocene: perché abbiamo bisogno di integrare arte e scienza per un futuro sostenibile
Anthropos Tyrann (Ödipus) - © Vereinigte Bühnen Bozen, Luca Guadagnini

L’integrazione di arte e scienza sta trasformando non solo queste due discipline, ma anche il pubblico a cui si rivolge. Dall’esperienza sinestetica di Anthropos, Tyrann (Ödipus) all’iniziativa di exCHANGE, questa fusione crea un ponte tra ragione ed emozione, col potenziale di promuovere nei suoi fruitori azioni sostenibili e una visione più equa del futuro.

Natura e cultura, uomo e donna, bene e male: questi sono solo alcuni dei dualismi attraverso i quali siamo abituati a osservare e categorizzare la realtà che ci circonda. Questa visione del mondo è un lascito che ci portiamo dietro da più di 2.000 anni, da Platone per essere più precisi, il primo a separare nettamente l’anima e il corpo. Questa dicotomia tra “ragione e sentimento” ha avuto una tale fortuna che scienza e arte, per secoli strettamente allacciate, hanno preso, soprattutto da Cartesio in poi, strade divergenti. La scienza si è appropriata della sfera razionale, l’arte di quella emotiva. Ma questa divisione ha (ancora) senso, soprattutto alla luce della complessità delle sfide attuali che la nostra società si trova ad affrontare, come le crescenti disuguaglianze, la crisi della democrazia, i cambiamenti demografici e climatici? Prendiamo proprio il caso del cambiamento climatico: è innegabile che, nonostante la comunità scientifica ci presenti dati da oltre 50 anni sull’incremento e l’aggravarsi delle catastrofi naturali, sull’innalzamento dei mari, sull’acidificazione degli oceani, sulla perdita della biodiversità, sulla diffusione di incendi e inondazioni, gli avvertimenti sull’impellenza dell’urgenza climatica facciano fatica a tradursi in azioni concrete. Parte del problema risiede nell’approccio tradizionale alla comunicazione scientifica, caratterizzato da un resoconto spesso volutamente asettico e tecnico, scevro da fattori emotivi che sembrerebbero compromettere l’oggettività e la credibilità stessa dei risultati presentati.

Eppure studi sempre più numerosi nel campo della neuroscienza e della psicologia sottolineano quanto in realtà le aree del cervello dedicate a queste due attività, razionalità ed emotività, siano strettamente interconnesse. Le emozioni giocano infatti un ruolo chiave nei processi di apprendimento, nella memorizzazione delle informazioni e anche nei processi decisionali. Difficilmente una comunicazione scientifica sul cambiamento climatico che fa appello solo alla ragione riuscirà quindi a lasciare un’impressione duratura nelle menti dei suoi fruitori e invogliarli ad adottare futuri comportamenti virtuosi. La sfida consiste dunque nel trovare un equilibrio tra l’oggettività e l’emotività, rendendo la comunicazione più vivida, coinvolgente e capace di raggiungere la mente, ma soprattutto anche il cuore delle persone. Riportare informazioni astratte con dati scientifici non solo non riesce a ispirare le persone, ma anche è carente di quella dimensione dello storytelling che rende quella stessa informazione accessibile e comprensibile. Inoltre, a complicare ulteriormente la comunicazione di questo fenomeno, il cambiamento climatico è un problema spesso percepito come distante sia geograficamente che temporalmente, il che rende ancora più difficile per le persone evocare nella loro mente immagini concrete, vivide, emozionali e che le tocchino da vicino.

Per rimediare a questo fenomeno, negli ultimi anni è andata crescendo la tendenza ad associare alla comunicazione scientifica sul cambiamento climatico le arti in tutte le loro forme, dando vita a delle sinergie che più e più volte hanno dimostrato la loro efficacia nel rendere comprensibili fenomeni imprevedibili e difficili da comprendere. Le arti infatti riescono a creare metafore, analogie o narrazioni alternative, o, nel caso delle arti visive e performative, incarnazioni e concretizzazioni di problemi astratti, colmando dunque il divario emotivo e raggiungendo efficacemente quelle persone che sono meno suscettibili ai metodi tradizionali di comunicazione scientifica.

Quando la scienza va a teatro

Una forma artistica che si presta particolarmente bene a questo è il teatro, come dimostra chiaramente Anthropos, Tyrann (Ödipus) di Alexander Eisenach, che ha debuttato a Berlino nel 2021. Liberamente tratto dalle tragedie tebane di Sofocle, Edipo Re, Edipo a Colono e Antigone, lo spettacolo rileggeva il mito antico alla luce delle sfide legate all’Antropocene. Il ruolo della Pizia era interpretato dalla biologa marina Anje Boetius che, come una specie di Cassandra destinata a predire il futuro senza essere ascoltata finché non è troppo tardi, lanciava dal palco accorati avvertimenti sulla necessità di cambiare il nostro paradigma.

Nella primavera del 2022 Carina Riedl ha diretto una rivisitazione dell’opera presso il teatro Vereinigte Bühnen Bozen (VBB). Rispetto alla produzione originale, la regista voleva coinvolgere non una, ma una pluralità di voci scientifiche che tra l’altro comparissero in scena non nella veste di personaggi mitologici, ma di se stessi. Per questo motivo, qualche mese prima della rappresentazione, Carina Riedl si è messa in contatto con i ricercatori e le ricercatrici che conducevano ricerca sul cambiamento climatico in Alto Adige. Attraverso una serie di colloqui ha identificato cinque posizioni scientifiche, che rappresentavano la glaciologia, la geoecologia, la biologia, l’etnologia e le scienze sociali, che sono state coinvolte nella messa in scena bolzanina di Anthropos. Sotto la sua guida, ricercatori e ricercatrici hanno preregistrato un audio in cui mettevano in luce le conseguenze del cambiamento climatico dal punto di vista del loro ambito di ricerca. Inoltre, si sono impegnati a comparire a turno dal vivo ai diversi appuntamenti teatrali.

Durante la rappresentazione, cinque attrici, drappeggiate in abiti neri, con gli occhi insistentemente chiusi, si muovevano sullo sfondo di una scena post-apocalittica, camminando scalze su una distesa di sabbia rossa, dal sapore marziano: sui loro capi, sospese come altrettante spade di Damocle, una serie di rocce. Se le attrici davano coralmente voce ai personaggi di Edipo, Giocasta, Antigone, Tiresia e Creonte, allo spettatore il processo di creare un ponte tra un mito apparentemente remoto con l’attualità veniva facilitato da una serie di intermezzi. Ad esempio, un fotografo locale raccontava come aveva potuto documentare nel corso degli anni il graduale restringimento e infine la scomparsa di ghiacciai locali, mentre una percussionista congolese cantava della drammatica eruzione del vulcano Nyiragongo e le cinque registrazioni dei ricercatori e delle ricercatrici venivano riprodotte in momenti diversi dello spettacolo. L’irruzione sulla scena di attivisti di FridaysforFuture segnava una forte cesura tra questa prima parte dello spettacolo, dove il pubblico era spettatore passivo dell’azione che si svolgeva sulla scena, e la seconda, in cui gli spettatori venivano chiamati direttamente in causa e invitati a fare domande, a confrontarsi con le attrici, gli attivisti, i ricercatori (questa volta in versione live) e gli altri membri del pubblico, e a condividere paure e speranze per il futuro ed esperienze personali, aggiungendo la loro voce alla narrazione collettiva che si andava dipanando. L’ampia gamma di stimoli sensoriali, tatto, udito, vista, la coralità delle diverse voci che lo componevano, sono tutti elementi che rendevano Anthropos il contesto ideale per verificare se effettivamente l’unione strategica di sapere scientifico, compartecipazione, mitologia e attualità fusi in un’unica esperienza sinestetica, fosse in grado di suscitare una risposta emotiva nel pubblico e, di conseguenza, potenzialmente influenzare positivamente il suo processo di apprendimento, memorizzazione delle informazioni e processi decisionali, si spera, in una direzione più sostenibile.

Per poter rispondere, almeno in parte, a questa domanda, abbiamo distribuito agli spettatori un breve questionario all’ingresso del teatro. La domanda era la stessa, ovvero quali emozioni provavano nei confronti del cambiamento climatico, ma era posta in due riprese: una volta prima dello spettacolo e una volta alla sua conclusione. L’analisi di 342 questionari ha evidenziato come le emozioni siano cambiate in modo molto eterogeneo, ad esempio la voglia di fare è aumentata, mentre il senso di impotenza e la preoccupazione sono scese (figura 1). È molto difficile stabilire se esistano emozioni positive a proposito del cambiamento climatico, e per questo sarebbe necessario utilizzare metodi diversi di ricerca, come delle interviste qualitative o dei focus group col pubblico. Tuttavia il metodo esplorativo che abbiamo scelto ha permesso di appurare che questo tipo di spettacolo ha davvero la potenzialità di impattare le emozioni del pubblico, confermando empiricamente l’efficacia del teatro come mezzo per affrontare questioni complesse come il cambiamento climatico. Un approccio sinergico di arte e ricerca, centrato sulla scientificità, ma anche sull’esperienza e sull’emozione, apre quindi nuove prospettive per coinvolgere il pubblico in un dialogo significativo sulla sostenibilità e stimolare azioni e soluzioni collettive.

Ho parlato dell’effetto dello spettacolo sul pubblico, ma far parte di un’esperienza simile non può non sfociare in un’autoriflessione. Essendo coinvolta in Anthropos in prima persona non ho ovviamente potuto rispondere al questionario che abbiamo sottoposto alla platea, ma se dovessi analizzare le mie stesse emozioni nei confronti del cambiamento climatico prima dell’inizio del progetto, avrei sicuramente individuato l’impotenza e l’ansia come quelle predominanti. Tuttavia i diversi incontri che abbiamo avuto con le artiste, ma anche con ricercatrici e ricercatori di altri ambiti di ricerca lontani dai miei mi hanno aiutata a districarmi da queste emozioni negative. Quando individui con background così eterogenei si prendono il tempo di condividere le loro prospettive e discutere con gli altri possibili soluzioni e approcci per poi creare qualcosa insieme, ecco questa è la ricetta perfetta per soppiantare gradualmente il senso di impotenza e altre emozioni negative con una consapevolezza del potenziale trasformativo di collaborazioni sinergiche.

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Figura 1: composizione e cambiamento delle emozioni prima e dopo lo spettacolo Anthropos, Tyrann (Fonte: Ghirardello e Isetti, 2023)

Arte e scienza oltre la comunicazione

Il messaggio che però non vorrei che passasse è che arte e scienza siano da considerarsi in ottica strumentalizzante: l’arte per rendere più pregnante o comprensibile il messaggio scientifico e la scienza per dare spessore o contenuto alle opere artistiche. Questa visione sarebbe infatti limitante e non renderebbe giustizia al vero potenziale dell’integrazione arte-scienza. Perché l’arte non ha solo un valore estetico ed emozionale, ma anche, proprio come la scienza, epistemico, mentre la scienza ha anche una forte componente di quella creatività e curiosità che siamo soliti attribuire solo all’arte. Questo ci invita a superare la visione binaria e dualistica a cui ho accennato all’inizio, che ci porta a credere che arte e scienza siano complementari, quando invece sono manifestazioni del medesimo impulso umano di comprendere qualcosa di nuovo, interpretarlo e comunicarlo agli altri.

Così dall’esperienza maturata con Anthropos è nato exCHANGE, un progetto che attinge agli stessi meccanismi per trasmettere in modo efficace la scienza e tematiche di forte rilievo sociale a un pubblico di non addetti ai lavori. Se il cambiamento climatico, punto focale di Anthropos, è sicuramente una delle grandi sfide di questo secolo, essa si interseca, e a volte si sovrappone, a un’altra grande sfida: l’incremento delle disuguaglianze che affliggono la nostra società. Ed è proprio per ottenere una comprensione più approfondita delle numerose sfaccettature il tema delle disuguaglianze e immaginare possibili scenari futuri, che le cinque coppie protagoniste del progetto exCHANGE, formate ognuna da una controparte artistica e da una scientifica, saranno chiamate nel corso del prossimo anno a congiungere le forze, le rispettive conoscenze e modi di vedere la realtà, in un processo di contaminazione crociata che ha il potenziale di trasformare sia pratiche artistiche che scientifiche. Inoltre, i risultati di questa cooperazione, che potrebbero concretizzarsi in installazioni, poesie, sculture, o qualunque altra forma artistica su cui le coppie si accorderanno, verranno presentati e discussi col pubblico in un festival finale, previsto alla fine del 2024. Se il progetto si realizzasse secondo i nostri auspici, rafforzerebbe la nostra comprensione del fatto che arte e scienza possono contribuire alla creazione di nuove narrative e pratiche sociali che promuovano un mondo più equo e sostenibile.

Giulia Isetti

Giulia Isetti

Giulia Isetti è cresciuta a Genova. Ha studiato filologia classica facendo la spola tra Italia, Germania e Inghilterra, conseguendo un dottorato in greco antico nel 2013. Dopo un ulteriore studio in economia e alcune esperienze lavorative all'estero (Germania e Belgio), vive dal 2017 a Bolzano, dove lavora come Senior Researcher presso il Center for Advanced Studies di Eurac Research. I suoi temi di ricerca abbracciano diversi ambiti, con un focus particolare su sostenibilità, resilienza, religione e digitalizzazione.

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https://doi.org/10.57708/bvhjc0fmbtcgmccve5nz69q
Isetti, G. Ragione e sentimento nell’Antropocene: perché abbiamo bisogno di integrare arte e scienza per un futuro sostenibile. https://doi.org/10.57708/BVHJC0FMBTCGMCCVE5NZ69Q

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