Dire sì al sesso non è come dire sì a un caffè: il caso italiano nel dibattito europeo sulla violenza sessuale

Dalle strade alle aule parlamentari
Dopo che decenni di lotte femministe hanno messo in discussione il ruolo delle donne nella società, l’Europa ha assistito a un dibattito sempre più aperto e ampio sulla violenza di genere e sessuale, un cambiamento alimentato in larga misura dalla forza dirompente dei social media e del movimento #MeToo. I dati parlano chiaro: circa il 30% delle donne nell’UE ha subito, nel corso della propria vita, violenza fisica, minacce e/o violenza sessuale. Questa violenza può manifestarsi in molte forme diverse, tra cui quella fisica, digitale, psicologica ed economica. Circa il 17,7% delle donne ha subito violenza da parte di un partner intimo. Sul luogo di lavoro, il 30,8% ha subito molestie sessuali. Tassi simili, e in aumento, si registrano anche tra le persone LGBTQIA+, in particolare tra le persone trans e non binarie. Dal 2017, le mobilitazioni di massa hanno fatto da apripista ridefinendo la consapevolezza pubblica sulla violenza sessuale e mettendo sotto pressione i governi europei affinché aggiornassero le proprie leggi. Da questi movimenti è emerso un profondo cambio di paradigma: non più l’idea che spetti alla vittima dimostrare di aver detto no, ma un nuovo linguaggio politico e giuridico racchiuso nello slogan “solo sì significa sì”. In tutta Europa, le leggi fondate sul consenso attivo stanno rapidamente sostituendo quelle basate sulla coercizione. Svezia e Spagna sono state pioniere in questo processo, rispettivamente nel 2018 e nel 2022. Nel 2025 erano già venti i Paesi europei con leggi che definiscono lo stupro sulla base del consenso. Altri, come Germania, Portogallo, Svizzera e Repubblica Ceca, hanno optato invece per un modello basato sul dissenso, lo stesso su cui si sta ancora discutendo in Italia. Nel frattempo, anche a livello Europeo, il Parlamento sta discutendo l’introduzione di una definizione comune di stupro fondata sul concetto di consenso libero, informato e revocabile. In questo quadro, l’immobilismo italiano stonа sempre di più.
Il caso italiano: una cultura dello stupro che stenta a cambiare
Il #MeToo ha scosso anche l’Italia, ma non abbastanza. Il Paese resta profondamente segnato da valori patriarcali e cattolici: chi denuncia una violenza sessuale si trova ancora troppo spesso a dover difendere la propria credibilità e la propria “moralità”, mentre il fantasma della “vittima perfetta” continua ad aleggiare nelle aule dei tribunali e nell’opinione pubblica. Basta guardare la storia recente per capire quanto il cambiamento sia stato lento. Fino al 1981 uno stupratore poteva farla franca sposando la vittima, grazie al cosiddetto “matrimonio riparatore”. E fino al 1996 la violenza sessuale era ancora classificata come reato contro la moralità pubblica, non contro la persona. I numeri di oggi non sono meno allarmanti: in Italia quasi una donna su tre ha subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita, e in media ogni tre giorni una donna viene uccisa da un partner o ex partner. Eppure, quando nell’ottobre 2022 Giorgia Meloni è diventata la prima donna a guidare un governo italiano, in molti hanno parlato di svolta storica. La realtà, però, racconta un’altra storia. Il governo Meloni si fonda su nazionalismo, religione e conservatorismo: difende la “famiglia naturale”, si oppone all’“ideologia gender”, all’omogenitorialità e ai diritti LGBTQIA+. Ha introdotto il reato di femminicidio − un passo simbolicamente importante, ma insufficiente ad aggredire le cause strutturali del problema. Nel frattempo, ha frenato l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole e, sul fronte dei diritti riproduttivi, ha aperto i consultori alle associazioni pro-life, con il rischio concreto che le donne subiscano pressioni nel portare avanti gravidanze non volute.
Verso la nozione di consenso “libero e attuale”
Nel 2025, un accordo inedito tra il governo Meloni e l’opposizione aveva aperto la strada a una riforma storica: riscrivere l’articolo 609-bis del Codice Penale introducendo il principio del consenso “libero e attuale”. In concreto, per la prima volta una vittima non avrebbe più dovuto dimostrare di aver opposto resistenza o di essere stata costretta con la forza: sarebbe bastata l’assenza di un “sì” chiaro e volontario. Poi qualcosa si è rotto. Le tensioni interne alla coalizione di governo hanno fatto saltare l’accordo e la riforma è stata svuotata. Il testo finale ha abbandonato la definizione attiva del consenso per tornare a un modello basato sul dissenso attraverso la “volontà contraria all’atto”. In altre parole, è di nuovo sulla vittima che ricade l’onere di dimostrare di aver detto no. Un cambiamento che non è solo terminologico, ma rimette in discussione l’intera logica della proposta originaria.
I limiti di un modello basato sul dissenso
La svolta della destra ha dissolto in pochi giorni l’illusione di un accordo trasversale. E non sorprende: il modello basato sul dissenso che intende difendere si inserisce perfettamente nell’agenda politica descritta sopra. Al cuore di questo modello ci sono assunzioni vecchie di secoli: la violenza è riconoscibile solo se c’è forza fisica; la vittima deve dimostrare di aver resistito; la pressione e la coercizione rientrano nella normalità. Il presupposto, nemmeno troppo implicito, è che alcune forme di violenza possano essere gradite alla vittima e che solo un no esplicito le renda perseguibili. Le conseguenze vanno ben oltre l’aula del tribunale. Questo modello rischia di alimentare quel processo di interiorizzazione che troppo spesso accompagna le esperienze di violenza sessuale. Le vittime finiscono per sentirsi in colpa, per portarsi addosso una responsabilità che non è loro, e il silenzio si fa ancora più spesso. Non c’è spazio, in questo schema, per una verità scomoda ma documentata: il silenzio, la paura, la paralisi non sono consenso, ma strategie di sopravvivenza. E molte vittime, semplicemente, non sono in grado di dire no. Il consenso affermativo ribalta questa logica. Introdurlo nella legge significa smettere di chiedere alla vittima di dimostrare di non aver acconsentito, e iniziare a chiedere all’imputato di dimostrare che il consenso c’era, che era libero, chiaro, reale.
Il consenso affermativo: un passo avanti, ma tutt’altro che perfetto
Eppure anche il consenso affermativo ha i suoi punti ciechi. Le dinamiche di potere patriarcali ed eteronormative sono talmente radicate, e talmente interiorizzate da donne e altri gruppi marginalizzati, che persino un “sì” esplicito può non essere un consenso davvero libero. Il consenso, infatti, non esiste in un vuoto. Paura, pressione sociale, dipendenza economica e coercizione sistemica entrano sempre in gioco. Quello che sembra un accordo può essere, in realtà, una strategia di sopravvivenza. Le ricercatrici femministe lo ripetono da anni: il consenso sessuale è una questione enormemente complessa. Dire sì al sesso non è come dire sì a un caffè. Possiamo acconsentire a qualcosa che non desideriamo davvero; possiamo desiderare qualcosa a cui non abbiamo acconsentito; e a volte non lo sappiamo nemmeno noi stesse. Ridotto alla sua forma più esplicita e attiva, il consenso affermativo rischia di riprodurre le stesse dinamiche che vorrebbe smontare: una persona che chiede, l’altra che concede. Due ruoli fissi, in un’esperienza umana che non si lascia imbrigliare così facilmente. Forse quello di cui abbiamo bisogno è una legge che sappia stare nell’ambiguità. Il consenso sessuale si costruisce nell’incontro, ed è per natura incerto. È, letteralmente, un “sentire insieme”: qualcosa di dinamico, reciproco, che può emergere gradualmente, essere ritirato, rinegoziato, rinnovato. Non un atto, ma un processo. Ma un approccio simile può funzionare solo dentro una trasformazione culturale più profonda, e questo è qualcosa che nessuna legge, da sola, può fare.
Perché la scelta italiana è importante?
Rifiutandosi di aggiornare la propria legislazione sul consenso, l’Italia rinuncia anche a promuovere una riflessione pubblica su cosa sia realmente il consenso sessuale e quali siano le sue conseguenze culturali. Ciò che è in gioco va ben oltre una discussione tecnica su due modelli giuridici. Ci troviamo di fronte a una scelta tra due diversi quadri culturali. Questa scelta riguarda certamente la tutela delle vittime, ma riguarda anche il modo in cui collettivamente intendiamo la libertà, il desiderio e la responsabilità; il modo in cui pensiamo alle donne e al potere; ciò che consideriamo accettabile nelle relazioni intime e ciò che siamo disposti a definire violenza. In definitiva, la questione non riguarda soltanto la sanzione di un crimine, ma il tipo di società in cui vogliamo vivere.

Sabrina De Biasio
Sabrina De Biasio è dottoranda in Filosofia presso la Scuola Normale Superiore di Pisa e l’Università di Jyväskylä. La sua ricerca mette in dialogo la fenomenologia con la teoria femminista e queer per indagare il modo in cui il genere e la sessualità vengono vissuti e sperimentati. Si interessa in particolare a come le strutture affettive e la collocazione sociale degli individui plasmino l’identità e condizionino le esperienze di discriminazione.
Agnese Pacciardi
Agnese Pacciardi è ricercatrice presso l’Università del Sussex e si occupa di migrazioni, politiche di confine, genere e giustizia sociale da una prospettiva critica, femminista e decoloniale.
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