Verso un nuovo contratto con la natura − Qualche spunto per ripensare il nostro rapporto con il clima

La fiducia nella stabilità del clima, radicata nella nostra cultura e nelle abitudini quotidiane, si sta sgretolando di fronte a eventi estremi e cambiamenti sempre più rapidi. Mentre la memoria collettiva si affievolisce e la speranza rischia di trasformarsi in passività, emerge la necessità di ripensare il nostro rapporto con la natura e assumere un ruolo attivo e consapevole.
C’è una silenziosa ovvietà che accompagna la nostra vita da secoli: il presupposto che il clima sia affidabile. Ci lamentiamo delle estati piovose, ci rallegriamo degli autunni dorati, malediciamo il freddo invernale e ci entusiasmiamo per la primavera. Ma sullo sfondo risuona sempre la stessa convinzione che tutto si bilancia, che dopo il caldo arriva la pioggia e dopo la tempesta torna il sole. Questa fiducia è profondamente radicata a livello culturale, psicologico e sociale. Costituisce una sorta di fondamento invisibile della modernità. Ma ora sta cominciando a sgretolarsi. Il mondo sta cambiando e gli eventi estremi si moltiplicano: siccità in Italia, inondazioni in Germania, incendi in Canada. Eppure, dopo ogni catastrofe, dopo ogni titolo di giornale, dopo ogni immagine sconvolgente, il vecchio riflesso prende rapidamente il sopravvento: il ritorno alla normalità. Perché è così? Perché facciamo fatica a immaginare che il clima stesso stia diventando instabile, anche se lo sperimentiamo ogni giorno? Perché le società hanno bisogno dell'immagine di una natura immutabile e per quanto tempo ancora sarà possibile mantenerla?
Da una bella giornata di agosto alla crisi climatica
Robert Musil inizia il suo romanzo "L’uomo senza qualità" con una descrizione apparentemente arida delle condizioni climatiche, registrando diversi parametri: pressione atmosferica, isoterme, umidità – tutto nella norma. La chiosa di questo dettagliato esame è di una semplicità disarmante: “Era una bella giornata di agosto del 1913”. Dietro l’ironia, si nasconde una profonda verità: nonostante tutta la precisione scientifica, il tempo (atmosferico) rimane per noi sempre anche un’esperienza soggettiva. La descrizione di Musil riflette una lunga tradizione: il tempo e il clima appaiono come uno sfondo affidabile, una garanzia di continuità. Eduard Brückner, uno dei primi scienziati del clima, alla fine del XIX secolo affermò che le società moderne si basano sulla “fede nella normalità” del clima. Una fede che continua ad avere effetto ancora oggi e che può renderci ciechi di fronte ai cambiamenti radicali che stiamo vivendo da qualche decennio.
In passato, ci si orientava con detti come “Prima dei santi di ghiaccio non sei mai al sicuro dal gelo notturno”. Oggi basta dare un’occhiata a una delle tante app che offrono previsioni meteorologiche. La conoscenza è diventata più precisa, ma il bisogno rimane lo stesso: la sicurezza. La società moderna si è liberata dai vincoli immediati della natura: lavoriamo in uffici climatizzati, ci spostiamo in auto e in treno, conserviamo cibo in abbondanza. Ma questa libertà non significa indipendenza. Al contrario, nasconde la nostra dipendenza, perché percepiamo il clima solo indirettamente, attraverso schermi, numeri, previsioni. Il paradosso è evidente: più ci emancipiamo dalla natura, più abbiamo bisogno dell’illusione che questa rimanga affidabile.
La fiducia, fondamento invisibile delle nostre azioni
Il sociologo Niklas Luhmann ha descritto la fiducia come una “riduzione della complessità”. Senza fiducia non esisterebbe la vita sociale: guidiamo l’auto perché abbiamo fiducia che gli altri frenino qualora dovessimo capitare davanti a loro sulla carreggiata; investiamo denaro perché abbiamo fiducia che le banche non falliscano. E anche il clima è oggetto di questa fiducia. Ci aspettiamo che le stagioni tornino sempre uguali, che il tempo si “normalizzi”. Questa fiducia non è una questione secondaria, ma parte della nostra coscienza collettiva. Ci solleva dalla preoccupazione costante intrinseca alla sopravvivenza stessa. Ma cosa succede se questa fiducia viene meno? Se il clima non è più lo sfondo affidabile, ma diventa esso stesso fonte di incertezza?
La psicologia della rimozione
Un villaggio viene allagato, una foresta brucia, un uragano distrugge migliaia di case. E la reazione? “Non ho mai visto niente di simile.” Ciò che rimane non detto è: “Probabilmente non succederà più.” Nel romanzo "Guerra e pace", Tolstoj descriveva due voci che convivono dentro di noi: una ci esorta a prendere sul serio il pericolo, mentre l’altra ci sussurra: “È troppo doloroso, meglio non pensarci.” A livello sociale domina la seconda voce. È così che dopo le catastrofi i politici amano fare riferimento al passato: “Ci sono sempre state tempeste”. Gli eventi estremi vengono interpretati come prova di normalità: non come una rottura, ma come una conferma.
Il tentativo di interpretare il clima è antico quanto l’umanità. Nel Mediterraneo si veneravano gli dèi del tempo che portavano pioggia o sole. Nel XIX secolo, il “determinismo climatico” ha plasmato la scienza: il clima modella le culture, determina le mentalità, influenza le civiltà. Oggi questo approccio è considerato superato, persino pericoloso. Ma rimanda a una costante: la profonda interconnessione tra clima e cultura. Anche oggigiorno, quando la maggior parte delle società sono secolarizzate, il clima rimane uno schermo su cui proiettare il nostro desiderio di ordine.
Il 93% degli europei considera il cambiamento climatico un problema serio. Tuttavia, da studi recenti emerge che soltanto il 18% dei cittadini tedeschi dichiara di essere colpito dagli eventi meteorologici estremi. Questo spiega molte cose: si approva la protezione del clima, purché questa rimanga un’aspirazione astratta e non diventi un piano d’azione. Riciclaggio? Sì, se è comodo. Pompa di calore? Meglio più avanti. Viaggi in aereo? Per favore, niente divieti. Il divario tra attitudine e comportamento reale è enorme. Vogliamo dare un contributo al cambiamento positivo, ma senza rinunciare a nulla. Il clima è importante per noi, purché non ci tocchi da vicino.
Alcuni studi dimostrano che le democrazie reagiscono agli eventi meteorologici estremi in modo più risoluto rispetto alle autocrazie. In India le inondazioni hanno portato a nuovi programmi di prevenzione del rischio, nel Regno Unito le ripetute ondate di calore hanno stimolato la definizione di standard più severi. In società rette da governi non democratici, come la Thailandia o la Russia, le catastrofi non hanno avuto conseguenze a livello politico. Tuttavia, anche le democrazie si attivano spesso solo nell’immediato, senza avviare riforme a medio e lungo termine. Le catastrofi creano opportunità, ma queste “finestre” poi si chiudono rapidamente. Dimenticati i titoli dei giornali, ritorna la consueta fiducia nella credenza diffusa che il clima si autoregolerà.
Il riscaldamento globale e la memoria corta
La crisi climatica è ormai da tempo un fenomeno che ha risvolti economici non trascurabili: le assicurazioni aumentano drasticamente i premi per alcune categorie di sinistri; gli abitanti delle zone costiere vendono le loro case divenute inaccessibili o di difficile manutenzione; le città investono miliardi per proteggersi dalle inondazioni. Eppure, il solito paradigma della crescita economica rimane intatto. “Tutti gli Stati moderni hanno sacrificato l’ambiente al PIL”, ha scritto il sociologo Michael Mann. La crescita economica è considerata una panacea, anche se accelera la catastrofe climatica.
Le immagini delle catastrofi sono spettacolari, se si pensa alle foreste in fiamme, alle città allagate e ai campi aridi. Ma dopo pochi giorni, queste scompaiono dalla memoria collettiva dei popoli. Gore Vidal ha definito gli Stati Uniti “United States of Amnesia”. Anche l’Europa soffre di questa perdita di memoria e ogni catastrofe diventa normale: “mai vista una tempesta così, ma ora è passata.” Il risultato è un collettivo business as usual, un andare avanti come se nulla fosse successo.
La scienza sotto pressione: tra paura e speranza
La fiducia nella scienza è fragile. Solo il 24% degli americani ritiene che i ricercatori comprendano “molto bene” le cause del cambiamento climatico. In Europa la fiducia è maggiore, ma anche qui lo scetticismo è in crescita. La pandemia ha dimostrato quanto velocemente le competenze degli scienziati e degli esperti in generale possano essere politicizzate. Nella questione climatica questo è estremamente pericoloso: senza fiducia nella scienza non è possibile attuare misure ambiziose, che producano cambiamenti di rilievo nelle istituzioni e nelle pratiche consolidate.
Per secoli l’uomo è stato spettatore del clima. Poteva interpretarlo, cercare di influenzarlo con rituali affidandosi a forze magiche o religiose, ma non cambiarlo. Oggi è il contrario: noi rappresentanti della specie homo sapiens siamo i protagonisti dei processi in corso, ma continuiamo a comportarci come spettatori. Emettiamo CO₂, disboschiamo foreste, costruiamo megalopoli e allo stesso tempo ci ostiniamo a sperare che il clima si regolarizzi da solo. Questa esitazione, questa passività che lascia lo spettatore nel proprio dramma, è forse il pericolo più grande.
Albert Camus ha scritto: “Nel cuore dell’inverno mi resi conto che avevo dentro di me un’estate invincibile.” Questo atteggiamento potrebbe diventare il leitmotiv del dibattito sul clima: la speranza non come illusione, ma come stimolo all’azione. Poiché l’attuale crisi climatica è in larga parte causata dall’uomo, essa può essere plasmata dall’uomo. Non c’è un Dio che trattiene la pioggia, ma nemmeno una natura che ci condanna irrimediabilmente.
Un nuovo contratto sociale con la natura
Per questo abbiamo bisogno di una nuova comprensione del nostro ruolo: non spettatori, non dèi, ma partner delle forze naturali che danno forma al pianeta. Occorre stipulare un contratto sociale con la natura in cui ci assumiamo finalmente le nostre responsabilità. Ciò significa accettare delle rinunce, ma anche lavorare per l’innovazione. Politica sì, ma anche cultura. Scienza sì, ma anche fiducia. Solo così si può superare la vecchia narrazione (o illusione?) secondo cui il clima tornerà alla normalità da solo. Il clima non parla con le parole, ma con i segni, veri solchi e cicatrici che possiamo distinguere sulla superficie terrestre: nelle inondazioni, negli incendi, nelle ondate di calore. Possiamo ignorare questo linguaggio o possiamo sforzarci per comprenderlo. La vera domanda non è se il clima rimarrà affidabile, ma se noi esseri umani rimarremo affidabili nei confronti di noi stessi, dei nostri figli, del nostro futuro.
Il saggio presenta alcune delle riflessioni che verranno elaborate nel volume di Nico Stehr "A World of Our Making: Climate, Democracy and Knowledge", che sarà pubblicato nel 2026 dalla casa editrice Routledge.
Questo articolo è stato riscritto in italiano prendendo spunto dalla versione pubblicata in lingua tedesca sulla "Frankfurter Allgemeine Zeitung" il primo ottobre 2025.

Nico Stehr
Nico Stehr, sociologo tedesco nato a Berlino nel 1942, è una figura di riferimento internazionale per gli studi sul ruolo della conoscenza nelle società contemporanee e sul rapporto tra scienza e politica; recentemente si è focalizzato sullo studio delle sfide sociali e politiche legate ai cambiamenti climatici. Dopo il dottorato in Sociologia conseguito presso l'Università dell'Oregon, ha trascorso gran parte della sua carriera accademica in Nord America, insegnando all'Università di Alberta (Canada). In Germania è stato titolare della cattedra "Karl Mannheim" presso la Zeppelin University, dove ha fondato lo European Center for Sustainability Research. Attualmente è distinguished global fellow del Center for Advanced Studies di Eurac Research.
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