Perché chiamiamo i fenomeni atmosferici per nome?

Come mai i bollettini estivi si sono popolati di traghettatori infernali e figure storiche? Dietro la scelta dei nomi del meteo si nascondono non solo strategie cognitive d'impatto, ma anche logiche di genere e scopi commerciali.
Quando il termometro sale ben oltre i trenta gradi, leggiamo il bollettino meteo con le stesse aspettative con cui, chi ci crede, consulta l’oroscopo. In Italia, nelle ultime settimane, i media hanno quasi del tutto accantonato le formule scientifiche come "anticiclone subtropicale", preferendo annunciare il temibile arrivo di Caronte.
Il primo meccanismo in gioco è l’antropomorfizzazione: la nostra innata tendenza ad assegnare intenzioni umane a fenomeni naturali. Fin dall'antichità, dare un nome proprio a una tempesta o alla siccità serve a trasformare un evento astratto e ingovernabile in un personaggio – più o meno concreto - con cui confrontarsi. Dal punto di vista psicologico è più immediato arrabbiarsi con un traghettatore infernale che con una complessa configurazione atmosferica. Evocando figure mitologiche, dunque, i media costruiscono una narrazione epica che mette in scena una vera e propria sfida tra l'essere umano e la mostruosità climatica del giorno. Tuttavia, c'è anche un profondo risvolto sociolinguistico legato alla percezione del rischio. La terminologia tecnica dei meteorologi viene spesso avvertita come fredda e distante. Al contrario, sostituirla con una metafora drammatica cattura l'attenzione e genera un'immediata risposta emotiva. Se un titolo comunica l'arrivo di una massa d'aria calda stabilizzata, probabilmente non ci facciamo nemmeno caso, ma se dichiara che "Lucifero sta per travolgerci", la nostra reazione psicologica vira verso lo stato di allerta, spingendoci a modificare i nostri comportamenti.
Ma come nascono questi nomi? Tale pratica nacque nel 1954 all'Istituto di Meteorologia della Freie Universität Berlin con un forte bias di genere: si decise, infatti, di assegnare nomi femminili alle aree di bassa pressione e maschili a quelle di alta pressione. Essendo le basse pressioni generalmente associate a condizioni di instabilità e maltempo, il sistema fu accusato di rafforzare stereotipi di genere. Dopo un acceso dibattito pubblico, nel 1998 l'ateneo introdusse un criterio di rigorosa alternanza annuale tra nomi maschili e femminili. Una curiosità: dal 2002 l'ateneo tedesco permette a chiunque di "adottare" e battezzare, a pagamento (!), un’area di bassa o di alta pressione (Aktion Wetterpate). Ed è così che la depressione responsabile della catastrofica tempesta che devastò le Alpi orientali nel 2018 ha preso il nome di Vaia, acquistato da un giornalista tedesco per fare un regalo originale alla sorella che, va da sé, si chiama Vaia.
Tra demoni medievali, algoritmi berlinesi e sponsorizzazioni private, una cosa è certa: il termometro misura i gradi, ma è la lingua a dirci che caldo fa. Buona estate!

Chiara Vettori
In Eurac dal 2001, Chiara Vettori si occupa di apprendimento della prima e seconda lingua in Alto Adige. Medico mancato, ha lavorato anche allo sviluppo di strumenti per sordi e per studenti con disturbi specifici dell’apprendimento.
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