Perché il relativismo linguistico è una teoria così diffusa?

E perché i linguisti la guardano con sospetto.
Il relativismo linguistico è la teoria secondo cui la lingua che parliamo influenza, o addirittura determina, il nostro modo di pensare. Un'idea proposta persino dall'Economist come argomento di dibattito e che continua a fare breccia nell'immaginario collettivo.
Ma c'è un problema: la maggior parte dei linguisti la considera, nel migliore dei casi, una semplificazione eccessiva. Nel peggiore, una teoria completamente errata.
Come linguista, mi sono sempre trovata a pensare che il relativismo linguistico fosse una teoria screditata. Eppure, la sua popolarità non accenna a diminuire. Questo mi ha fatto riflettere: la mia posizione scettica è davvero fondata sui dati o è più ideologica che altro?
Uno dei motivi per cui il relativismo linguistico è così attraente è che ha un sapore decisamente romantico. Ci piace pensare che esistano parole intraducibili, tesori linguistici che appartengono solo a una cultura. Ci fa dire “curioso!” quando sentiamo che i danesi hanno l'hygge o che i tedeschi possono esprimere con Schadenfreude il piacere provocato dalla sfortuna altrui.
Ma questo fascino non è casuale: le radici del relativismo linguistico affondano nel romanticismo del XVIII e XIX secolo, strettamente legato alla nascita degli stati-nazione. L'idea che ogni popolo avesse una sua lingua unica, e quindi un suo modo unico di vedere il mondo, serviva a giustificare l'identità nazionale. Una prospettiva che, portata alle estreme conseguenze, ha alimentato pericolose teorie sulla superiorità di alcune lingue e culture su altre.
La linguistica moderna, invece, si basa sull’assunto che tutte le lingue abbiano fondamentalmente le stesse capacità espressive e sottostiano alle stesse pressioni funzionali. Dopotutto, gli esseri umani sono biologicamente simili ovunque nel mondo - perché le loro lingue dovrebbero rispondere a esigenze radicalmente diverse? Questo ci porta al cuore della questione: le lingue hanno modi diversi di "impacchettare" l'informazione, alcuni più densi, altri più analitici, ma queste differenze non dovrebbero influenzare ciò che possiamo dire o pensare.
Se la lingua non influenza il pensiero, allora diventa inutile starci attenti? Be’, in realtà no. Sarebbe un po’ come dire che non serve cambiare il formato della pasta a seconda del sugo. Tecnicamente è vero: la pasta rimane sempre pasta. Ma chiunque abbia cucinato sa che il formato è importante. Alcuni sughi stanno meglio con una pasta lunga e liscia, altri con una corta e rugosa, altri ancora hanno bisogno di cavità per essere trattenuti al meglio. E quando inventiamo nuovi sughi, creiamo anche nuovi formati di pasta per accompagnarli! Allo stesso modo, i parlanti usano, e nell’usare modificano, gli strumenti linguistici per rispondere a diverse esigenze comunicative date dagli ambienti in cui vivono. Non determinano, né influenzano cosa possiamo pensare, sono solo ottimizzati per il contesto in cui operano. Nulla ci vieta, se vogliamo cambiare qualcosa di questo contesto, di provarci anche tramite la lingua che usiamo!

Arianna Bienati
Arianna Bienati è dottoranda (o, per qualcuno, dottorando) presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, dove conduce una ricerca sulla complessità linguistica nella scrittura accademica. Affascinata dalle questioni epistemologiche e metodologiche legate alla ricerca linguistica e sociale, si diletta spesso con side-projects che cercano di avere un impatto sulla società.
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