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#IoRestoInMontagna - Diario collettivo dalla montagna

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#IoRestoInMontagna – Diario collettivo dalla montagna - © Adobe Stock/Vladislav

“In questi luoghi si è già abituati ad essere, in un certo senso, isolati.”

“Vivere in montagna in pieno lockdown è stata una grande fortuna. Del territorio montano si apprezzano la natura appena fuori di casa e i suoi silenzi che entrano dalla finestra.”

“Penso che le risorse che possiedono le comunità più piccole e coese, dove ci si conosce tutti e il mutuo aiuto è radicato nelle abitudini, siano molto preziose. Noto una attenzione maggiore nei confronti dei bisogni e dei problemi degli strati più fragili della società, che si traduce in una solidarietà pronta e efficace, specialmente verso gli anziani”

«Le difficoltà? Le solite del vivere in montagna. La connessione internet, la distanza da negozi, teatri, biblioteche …e sperare nella buona salute perché l’ospedale più vicino è a un’ora di distanza»

“Il problema più grande è quello di non avere la disponibilità di tante persone che vivono in altri Comuni e non possono rientrare. Per noi sono essenziali queste presenze perché sono la forza di un territorio che non può essere gestito dalle sole persone residenti.”

Queste alcune delle parole di chi ha aderito all’iniziativa #IoRestoInMontagna, una raccolta di frammenti di vita quotidiana da parte di chi ha trascorso le fasi più critiche della pandemia fuori dalle città. L’iniziativa, sviluppata nell’ambito di un progetto di sviluppo locale “Montagne Vitali”, è stata pensata per condividere le diversità, i piccoli vantaggi, le difficoltà che emergono in questo periodo da parte di chi vive in montagna.

Un tentativo per dare voce ai protagonisti dei territori più marginali, a cui sono state dedicate in questi ultimi mesi diverse pagine di stampa da parte di poeti, scrittori, opinionisti, politici, architetti e visionari. Tra questi Boeri e Fuksas, solo per citare i più noti. Da parte loro un invito ad allontanarsi dalle città e a cercare un nuovo umanesimo. Emerge una visione salvifica e romantica delle aree meno urbanizzate.

La pandemia e la conseguente imposizione del distanziamento fisico sembra infatti aver cambiato la percezione del territorio dal punto di vista delle preferenze abitative e degli stili di vita. La bassa densità di popolazione, la disponibilità di spazi, la possibilità di vivere a contatto con la natura, il senso di appartenenza a una comunità, la possibilità di accedere e riscoprire economie di prossimità e filiere corte, hanno creato i presupposti per la costruzione di nuovi immaginari. Così i margini sono tornati al centro del dibattito pubblico e mostrano adesso tutto il loro potenziale innovativo, prima sconosciuto ai molti, per lo sviluppo sostenibile dell’intero Paese.

“Considero un privilegio vivere vicino al bosco. Posso ogni giorno osservare il modo in cui le stagioni si fanno avanti. La prossimità della natura e l’estetica degli spazi di cui posso godere sono elementi fondamentali per conservare una certa qualità di vita.”

“Apro la finestra e davanti vedo solo montagne, verde e natura. Vedere gli animali, sentire il ruscello che scorre sotto casa mi tranquillizza.  Tutto scorre.”

Chi abita questi luoghi, oltre ad apprezzarne il valore, sa anche che la situazione legata alla pandemia in corso rischia di alimentare una retorica che, come già successo in passato, rischia di portare soluzioni emergenziali per supplire alla mancanza di popolazione. Al contrario le aree montane, a cui è stata rivolta l’iniziativa, hanno bisogno di pianificazione, di politiche adeguate, di interventi concreti, e del riconoscimento del loro ruolo nel rapporto sbilanciato tra città e montagna. Il tutto ponendo le basi per un mutamento di prospettiva culturale sul ruolo da attribuire alla montagna, che vada al di là del coronavirus. E che non svanisca appena intravista la via di uscita dall’emergenza.

“Nessuno si può salvare da solo, anche se a volte questa illusione c’è.”

Nuove configurazioni territoriali, messe in evidenza dal virus e facilitate dalla tecnologia, che aprono prospettive inedite. La montagna non più “optional” della città ma, con una sua specifica identità, capace di stabilire connessioni con le aree urbane e di creare sinergie tra realtà diverse, con benefici reciproci.

“Questo momento potrebbe essere una grande opportunità per cambiare un sacco di cose che non funzionano da tempo in questo paese: necessità  di immaginare una scuola primaria più legata all’ ambiente naturale… smartworking e conciliazione lavoro – famiglia … consumo consapevole, valorizzazione filiere corte e piccoli negozi di paese.”

All’iniziativa, rivolta principalmente agli abitanti del Comune di Tre Ville hanno risposto anche da altri comuni del Trentino come Sant’Orsola Terme, Ledro, Lavarone, Folgaria. A questi, inoltre, si sono aggiunti coloro che hanno trascorso il lockdown in aree montane marginali del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia, evidenziando potenzialità e problematiche simili. E qualcuno, pensando alla montagna da più lontano, ha inviato il suo pensiero dalla città.

“Non vivo propriamente in montagna, ma in un paesino alle pendici di Monte Velo, nel Comune di Arco, a 140 mt slm. A Monte Velo sono molto legata perché vi ho trascorso tutta la mia infanzia. E lassù, a metri mille, ancora mi reco per stare bene: lì ritrovo lo sguardo che si apre verso le catene delle Dolomiti Occidentali, respiro meglio, la mente si distende. Non potendomi muovere, come tutti, in questo periodo, io quella visione me la sono immaginata.”

 

 

MainoFedericaFederica Maino si occupa di sviluppo regionale delle aree montane, con una particolare attenzione alle metodologie partecipate e alla gestione dei conflitti. Nel lavoro, ma più in generale nella vita quotidiana, ama favorire con arte maieutica l’apprendimento, l’innovazione e la cooperazione tra le persone.

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