Crescere senza scuola: il futuro negato alle ragazze afghane

Cosa significa crescere senza il diritto di imparare? In queste righe rifletto sul significato dell’istruzione a partire dalla mia esperienza personale, intrecciandola con la condizione attuale delle ragazze afghane, escluse dalle scuole dal ritorno al potere dei Talebani. Partendo dal passato e arrivando a scenari futuri, provo a restituire un quadro della situazione e a indicare alcune azioni possibili per non restare in silenzio.
Ricordo esattamente dove ero quando ho letto la notizia: il 15 agosto 2021 i Talebani avevano appena ripreso il controllo di Kabul. Io ero in Germania a fare il mio Erasmus, esperienza definita da molti uno degli apici della formazione e educazione che il sistema europeo oggi ha da offrirci. Che privilegio avere il diritto di studiare e imparare, è stato il pensiero immediatamente conseguente alla notizia. Mi chiamo Emma, ho 24 anni e studio all’università di Trento. Non ho mai dovuto lottare per entrare in un’aula. Non mi è mai stato detto che leggere o studiare fosse peccato. Non mi hanno mai chiesto di essere accompagnata da un uomo per andare a scuola. Eppure, oggi, nel 2025, a quasi quattro anni dal ritorno dei Talebani al potere, milioni di ragazze afghane vivono in una realtà in cui anche solo sognare l’istruzione è pericoloso. Hanno smesso di essere alunne. Molte di loro smetteranno anche di essere bambine. La domanda che ha iniziato a ronzarmi in testa da allora è: che cosa succede quando si cresce senza istruzione? Non intendo solo dal punto di vista accademico, ma umano. Cosa significa costruirsi un’identità, dei desideri, dei sogni, se non ti è concesso imparare a leggere o a scrivere? Per rispondere a questa domanda è fondamentale capire come si è arrivati a una situazione tanto drammatica.
Dalla speranza al silenzio
La storia dei diritti delle donne in Afghanistan è un’altalena di aperture e repressioni. Negli anni ’60, con la Costituzione del 1964, le donne ottennero il diritto di voto e l’accesso alla vita pubblica. A Kabul, era normale vedere ragazze all’università o al lavoro. Anche durante l’occupazione sovietica (1979–1992), vennero introdotte riforme come l’obbligo di istruzione primaria e l’età minima per il matrimonio. Tutto cambiò con l’ascesa dei Talebani nel 1996: vietarono alle donne di studiare, lavorare o uscire di casa senza accompagnamento maschile. Ogni violazione veniva punita con violenza. Dopo la caduta dei Talebani nel 2001 e l’arrivo delle forze internazionali, iniziò una fase di apparente apertura: la Costituzione del 2004 riconobbe formalmente i diritti delle donne, sorsero ONG femminili e migliaia di ragazze tornarono a scuola. Ma i progressi furono fragili e spesso limitati alle città. La Shia Personal Status Law del 2009 – che legalizzava anche il sesso forzato nel matrimonio – mostrò quanto la resistenza culturale fosse ancora forte. Quando nel 2020 è stato firmato l’Accordo USA-Talebani, senza il coinvolgimento di donne o società civile, molte attiviste hanno capito che quel fragile equilibrio era destinato a crollare. E così è stato: nell’agosto 2021 i Talebani sono tornati al potere.
La situazione attuale
Con la riconquista del potere da parte dei Talebani le donne afghane sono state catapultate in una realtà drammatica che riporta indietro la storia a metà degli anni ’90. La situazione attuale per le donne è caratterizzata da un sistema di regole che limita fortemente la loro libertà e autonomia. Le ragazze, infatti, sono state escluse dall’istruzione secondaria e universitaria, con un impatto devastante su più di 1,4 milioni di giovani. L’Afghanistan è oggi l’unico paese al mondo a vietare l’istruzione per le ragazze oltre i 12 anni, relegando le donne a un futuro privo di opportunità educative.Questo divieto, insieme alle restrizioni alla libertà di movimento, limita ulteriormente la possibilità di emancipazione delle donne. Infatti, le donne sono obbligate a farsi accompagnare da un "mahram" (guardiano maschile) per viaggiare anche a breve distanza, un’ulteriore barriera che riduce drasticamente la loro autonomia. Allo stesso tempo, molte donne sono state escluse dal mercato del lavoro, sia nelle istituzioni pubbliche che in molte organizzazioni internazionali, anche quelle che operano in Afghanistan, a causa di decreti che ne impediscono l’occupazione.
La repressione delle donne non si ferma al piano educativo e professionale, ma si estende alla loro partecipazione nella vita pubblica e politica. Le donne sono state escluse da qualsiasi ruolo di leadership, sia a livello nazionale che provinciale, negando loro la possibilità di contribuire a un eventuale processo di ricostruzione o di cambiamento sociale. La libertà di espressione, inoltre, è severamente limitata: le donne non possono parlare liberamente in pubblico e sono vincolate a rigidissimi codici di comportamento, tra cui l’obbligo di indossare il velo che copre ogni parte del corpo.
La presenza di donne negli spazi pubblici è ridotta al minimo, e le violazioni a questa norma sono punite severamente. Quale identità si può costruire nel silenzio? Ogni volta che leggo una notizia di questo tipo torno sempre a pensare allo spazio che ho per esprimermi, per cambiare idea, per scegliere, sbagliare imparando o imparare sbagliando, l’identità che ho potuto costruire anche e soprattutto grazie all’istruzione che mi è stata permessa. E se oggi la realtà è già dura, guardare al futuro ci fa capire quanto sia urgente agire. Per capire davvero l’impatto di questa esclusione, però, è necessario andare oltre l’oggi e chiederci cosa potrebbe accadere domani.
Uno sguardo al futuro
Negare l’istruzione alle bambine oggi non è solo un atto di repressione nel presente, ma una condanna per il futuro. Se nei prossimi anni la situazione resterà invariata, le conseguenze per la società afghana saranno profonde e difficili da invertire. Ho provato ad immaginarmi cinque plausibili conseguenze per la società afghana basandomi su statistiche e dati odierni. Un’intera generazione sarà invisibile e dipendente. Cresceranno milioni di ragazze che non sapranno leggere né scrivere. Questo significa non solo esclusione dal lavoro, ma anche maggiore vulnerabilità a matrimoni forzati, violenza domestica, povertà estrema e dipendenza economica totale dagli uomini. L’istruzione femminile è uno dei fattori che più influenzano positivamente la salute pubblica. Le donne istruite hanno maggiori probabilità di accedere a cure mediche, di conoscere i propri diritti sanitari e di prendere decisioni informate per sé e per i propri figli. Senza istruzione superiore la mortalità materna e infantile è destinata a crescere esponenzialmente.
Privare metà della popolazione della possibilità di contribuire con competenze, idee e lavoro significa condannare il paese alla stagnazione. Un arresto dello sviluppo socioeconomico del paese non è da sottovalutare. Nessuna società può progredire davvero se tiene fuori dalla scuola metà dei suoi cittadini. Le future insegnanti, mediche, avvocate, artiste, giornaliste, madri consapevoli stanno oggi crescendo nel silenzio. Una distruzione del patrimonio culturale e civile dell’Afghanistan è imminente senza le donne che ricoprivano questi ruoli. Ogni anno perso è un frammento di futuro che si spezza. Negare l´istruzione a un’intera generazione significa privarla anche del diritto di immaginare. E senza immaginazione non può esserci cambiamento. Non c’è solo una ferita individuale, ma una cicatrice collettiva che si porterà avanti per decenni.
“Prendete i vostri libri e le vostre penne, sono la vostra arma più potente. Un bambino, un insegnante, una penna e un libro possono cambiare il mondo."
Malala Yousafzai, “Io sono Malala” (2013)
Dall’ascolto all’azione
Di fronte a una realtà così distante e complessa è facile sentirsi impotenti. Ma anche a livello individuale possiamo fare qualcosa. Ecco alcune azioni concrete: Un primo passo è rompere il silenzio. Amnesty International ha lanciato un appello per chiedere ai governi e alle istituzioni internazionali di agire in difesa delle donne e ragazze afghane. Non sottovalutiamo il potere della parola. Parliamo, sensibilizziamo e condividiamo! Condividere storie, articoli, testimonianze, organizzarne la lettura in classe o sul posto di lavoro, inserire questi temi nei propri canali social o progetti di studio contribuisce a mantenere viva l’attenzione. L’indifferenza è il primo alleato della censura. Alcune organizzazioni internazionali stanno finanziando programmi educativi a distanza per ragazze afghane oppure raccolte fondi per borse di studio a giovani rifugiate che vogliono continuare gli studi all’estero.
Non meno importante è conoscere la storia e la complessità dell’Afghanistan, sapere è già un gesto politico. Libri come "Io sono Malala" di Malala Yousafzai, "The Underground Girls of Kabul" di Jenny Nordberg, “The Withdrawal” di Noam Chomsky o ancora “Le bambine non esistono” di Ukmina Manoori, sono necessari da leggere per comprendere e fare sensibilizzazione sul tema.
Come ultimo passo il sostegno alle associazioni, che operano sul campo e nei paesi di accoglienza, è fondamentale. ONG come RAWA, Women for Afghan Women, o i gruppi di advocacy femminista in diaspora continuano a lavorare, nonostante tutto. Supportarle economicamente o offrire competenze (traduzione, diffusione contenuti, raccolte fondi) è un modo concreto di fare la differenza.
Imparare è diventare
Mentre scrivo queste righe, sono seduta alla mia scrivania. Attorno a me, in ufficio, ragazze, donne, che leggono, studiano, ricercano, discutono, costruiscono idee e sognano. Mi torna alla mente la frase: “L’istruzione è il nostro passaporto per il futuro” di Malcom X. E allora mi chiedo: che futuro è possibile, se ti viene negato perfino il passaporto per immaginarlo.

Emma Trevisan
Emma Trevisan ha conseguito la laurea triennale in Lingue presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, con un’esperienza di studio a Monaco di Baviera, che le ha permesso di sviluppare una forte sensibilità all’interdisciplinarietà. Attualmente è studentessa del Master in European and International Studies all’Università di Trento, con un focus di ricerca su violenza politica, resilienza democratica e società civile. Attualmente svolge uno stage presso il Center for Advanced Studies (Eurac Research) e si impegna nel volontariato con Amnesty International, promuovendo i diritti umani e l’inclusione.
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